Riccardo Ferrazzi


Buona lettura 21: “Caribe”, di Fernando Velázquez Medina

Vicende sconvolgenti, episodi affascinanti, personaggi coraggiosi, irrequieti e ingegnosi che non sempre riescono a smascherare il loro lato più oscuro: ecco Caribe di Fernando Velázquez Medina, nella limpida traduzione di Marino Magliani e Riccardo Ferrazzi (Arkadia edizioni).
Un romanzo picaresco dove il protagonista, Diego, si muove su e giù tra L’Avana del XVI secolo, le diverse zone delle Indie occidentali, il mare dei cannibali, le paludi e le terre di indios pervase da segreti e storie avvincenti. A passo veloce, la storia di Diego cambia e continuamente si rinnova tra sorprese e capovolgimenti, affidati dapprima all’incontro con la giovane Hortensia e poi a quello con fra Uberto Eco, frate francescano legato all’Inquisizione. Un percorso di cambiamento che  lo porterà a diventare “Diego il terrore dei mari”, discepolo del tanto temuto Francis Drake. Il linguaggio piano e preciso, così come ci viene restituito da Magliani e Ferrazzi, crea il clima necessario a farci scivolare nel bel mezzo di una trama che prende linfa pagina dopo pagina e che conduce sulle tracce di peripezie dai tratti spesso trasognati.
Avventure slabbrate nascoste tra montagne, selve e paludi dove pullulano racconti di cannibali, tesori di giada, grotte piene di diamanti, barche di pietra e montagne d’oro, rumori assordanti e incontri inquietanti, lasciano intravvedere le tracce di un destino e trovano altri varchi di acuta sensibilità. E in ogni caso si avverte la naturalezza della scrittura che accompagna le vicissitudini del “guerriero” Diego e dei suoi compagni di viaggio, lesti di parola e di mano, desiderosi di godersi il sogno della conquista di altri paesi, della conoscenza e dell’incontro con il misterioso mondo degli indios. Lo stupore inquieto e vibrante del protagonista percorre tutto il romanzo e si sofferma su ogni aspetto, sempre sottolineato dallo smalto solido della lingua: dai piatti che si cucinano nei vari regni dell’impero, ai pericolosi affari contro la legge, alla sinfonia della vita silvestre tropicale. L’uomo “dalle molte vite” ci regala una storia che si dispiega da sola, aromatizzata da cieli stellati e selve ostili, in un mix di avventure senza fiato.

Mara Pardini



I rifugi della memoria – José Luis Cancho

José Luis Cancho è uno scrittore spagnolo che alle sue spalle ha un vissuto intenso. Aveva solo 22 anni quando quattro poliziotti al servizio del regime di Franco lo buttarono giù dalla finestra del commissariato di Valladolid.
Oppositore del franchismo, ha conosciuto la tortura e la galera. Membro di un partito di estrema sinistra con la militanza politica nel cuore negli anni è diventato scrittore. È alla letteratura ha affidato la sua testimonianza di uomo che fa i conti con la sua esperienza. Ha pubblicato quattro libri. Adesso I rifugi della memoria, uscito in Spagna nel 2017, viene pubblicato in Italia da Arkadia. In appena settantacinque pagine siamo davanti a un piccolo gioiello, oserei dire un grande capolavoro. Come Stig Dagerman, Cancho cerca, o almeno ci prova, nella scrittura il suo personale bisogno di consolazione. Affida alla memoria per scrivere il suo autoritratto frammentario: «Il mio proposito è andare in fondo quell’io segreto nel quale neppure a me stesso risulta facile penetrare. In parte perché, alla mia età, credo di averlo perduto». Una passeggiata nella memoria e nei ricordi con l’intento di svelare ciò che nella sua vita è occulto, con il cuore sempre nella realtà. Così José Luis Cancho si è fatto scrittore e attraverso la scrittura è riuscito a riconciliarsi con tutti i mondi che si era lasciato alle spalle, come se la scrittura fosse il punto d’incontro fra tutto ciò che è stato e quello che è oggi. I rifugi della memoria è un libro di poche e sorprendenti pagine in cui il suo autore si attraversa (ricorrendo anche alle parole della poesia), si affida ai ricordi per aprire i cassetti della memoria e mettere nero su bianco con una prosa senza filtri, senza artifici, senza travestimenti, senza retorica per cercare la traccia perduta della sua esistenza, l’orma che si era lasciato alle spalle, il luogo delle origini, la terra primigenia. La scrittura non come vocazione ma come la decisione consapevole di imparare a vivere dentro la finzione della letteratura e soprattutto scavare senza fare sconti nel proprio io che attende sempre di essere rivelato. La memoria è il motivo dei quattro romanzi che Cancho ha pubblicato. «La maggior parte dei miei ricordi li affido alla memoria. Ogni volta che ho cambiato casa mi sono disfatto di ciò che avevo accumulato: lettere, libri, vestiti, mobili…
La povertà è in intimo rapporto con l’oblio.  Non esistono oggetti che aiutino a contrastarlo. Mi piace essere inafferrabile. Mi piacerebbe sparire in un paese dove nessuno mi conosce. Di tanto in tanto divento cupo».
Nella brevità di queste poche pagine intense troviamo le intuizioni di uno scrittore autentico che giustamente non sopporta le persone incapaci di esprimersi in modo sintetico e quando parlano non distinguono ciò che è importante da ciò che è secondario.
I rifugi della memoria è un piccolo libro che contiene tutta la grande letteratura. Ci auguriamo anche noi che questo piccolo gioiello riceva l’accoglienza che merita.

Nicola Vacca



I rifugi della memoria. José Luis Cancho e la scrittura come sottrazione

Può sembrare insolito che Arkadia Editore abbia deciso di pubblicare, per la prima volta in Italia, I rifugi della memoria, cioè l’ultimo libro di José Luis Cancho, scrittore spagnolo, nato a Valladolid nel 1952. Perché non pubblicare prima i suoi precedenti romanzi, dando così modo, ai lettori italiani, di avvicinarsi e scoprire questo scrittore da noi sconosciuto? A questa domanda risponde, come è giusto che sia, la lettura stessa delle pagine de I rifugi della memoria.
Opera autobiografica che, diciamolo subito, va ben al di là di un “semplice” diario o di una “semplice” autobiografia a posteriori, con gli inevitabili inciampi o bugie della memoria. Qui, storia personale e letteratura si mescolano in modo tanto inestricabile da trasformare le memorie in un romanzo. Da trasformare Cancho nel personaggio di un romanzo. Ma andiamo con ordine.
Cosa leggiamo in questo I rifugi della memoria? La storia di un giovane che, a soli 22 anni, viene arrestato e torturato dalla polizia politica spagnola e buttato fuori dalla finestra del commissariato di Valladolid. Questo inizio, che a noi italiani di una certa età, non può non richiamare la storia di Pinelli, è solo il punto di partenza per ascoltare una storia, forse uguale a tante altre, fatta di impegno politico, la prigionia, poi la libertà, l’insegnamento, i viaggi e la scrittura, la vita e la ricerca della solitudine. Tutto sorretto da una scrittura che funziona per sottrazione e che, proprio come la memoria, per sottrazione, si aggrappa all’essenziale. Che per Cancho, a un certo punto, sembra essere l’inevitabile ritorno, ai ricordi d’infanzia.
Ma perché dovrebbe interessare l’autobiografia di un uomo, di uno scrittore a noi, lettori italiani, sconosciuto? Perché tra queste pagine sembra esserci, non solo un compendio della sua attività di scrittore (che per sua stessa ammissione torna spesso sugli stessi temi, soprattutto la prigione) ma anche un interessantissimo lavorio di scrittura, di scavo psicologico, di lealtà, verso sé stesso e verso i lettori.
Il poeta è un fingitore, diceva Pessoa. Lo scrittore è un bugiardo, ci dice Cancho. E ce lo dice proprio partendo da sé stesso, dalla sua giovinezza che, caratterizzata dalla lotta politica, ne fa un personaggio abituato a dissimulare, a fingere, a inventare. Da qui la consapevolezza che l’affabulazione e la capacità di raccontare bugie (nel caso specifico per salvarsi durante gli interrogatori) sono il vero punto di partenza per scrivere. Anche se lui esordirà tardi nel mondo delle lettere.
Ma la sua intera vita sarà, lo scopriamo leggendo, un sentirsi fuori posto, un abbandonare progetti, donne e lavoro. Sarà una continua domanda su sé stesso, per diventare ciò che è senza nemmeno sapere cosa volesse dire davvero.
Scrive Andrés Barba nella prefazione al libro: “ […] l’autore è capace di dire cose obiettivamente difficili da articolare senza uscirne a pezzi, ma anche perché dimostra di avere riflettuto con equanimità, distanza e perfino disinteresse di sé e sulle persone che hanno fatto parte della sua vita. Cancho dice di voler scrivere come un morto, e accipicchia se ci riesce.”
Ecco, scrivere come un morto. Questa sarà la chiave di lettura di questo libro. E lo dice chiaramente lo stesso Cancho in apertura quando scrive: “Invecchio e il mio vocabolario si impoverisce. Mi sento come se stessi imparando una lingua straniera. Mi consolo pensando a Beckett che scelse il francese come lingua letteraria e diceva – Scrivo in francese per rendere ancor più povera la mia scrittura, per lavorare a partire dall’impotenza -.
Impotenza e sottrazione. Questo è ciò che si avverte leggendo queste memorie. Impotenza e sottrazione che sono uno sforzo, una fatica. Perché questo è la scrittura. Che per Cancho sembra approdare alla “passione per l’indifferenza” che lo porterà, in queste pagine, a scrivere “dal punto di vista di un morto” ma non per tacere, quanto semmai, per scrivere una lingua altra, per scrivere nella lingua dell’Altro. Ecco perché I rifugi della memoria, pur essendo un’autobiografia, è opera letteraria, è romanzo a tutti gli effetti.
Ci sono parole che tornano spesso in queste pagine, parole come assenza, mistificazione, finzione. Parole chiave per una scrittura in cui Cancho si muove in un continuo ribaltamento, in un continuo cambio di prospettiva. Attorno al nucleo narrativo della prigione che diventa, anche, la metafora di altri confinamenti (mentali e lavorativi, politici a sentimentali) che, quando finiscono, provocano gli stessi improvvisi vuoti, le stesse improvvise paure di affrontare nuove libertà.
Cancho, in questo libro, sembra guardarsi come un entomologo guarda gli insetti al microscopio. E sembra fare lo stesso con la sua scrittura. Ecco perché poter leggere per primo quello che è il suo ultimo libro diviene, più che una forzatura, quello che appare come un viatico per leggere, speriamo, anche gli altri suoi precedenti libri. Come se questo “compendio” fosse, in realtà, una chiave per aprire la porta della sua letteratura.

Geraldine Meyer



Caribe, le meravigliose avventure tra mari e indios

Non c’è bisogno di essere appassionati di storie di mare per provare un piacere quasi fisico nel leggere questo Caribe dello scrittore cubano Fernando Velazquez Medina, da poco mandato in libreria dalla sarda Arkadia Editore. Basta mettersi comodi e decidere di disporre di un po’ di tempo durante il quale niente e nessuno verrà a disturbare la lettura. E immergersi, è il caso di dirlo, nella storia di Diego, protagonista e voce narrante di queste avventure caraibiche.
Siamo attorno alla metà del ‘500 e il piccolo Diego, figlio di una modesta famiglia, divenuto un uomo potente, racconta la sua storia al maggiore dei suoi figli. Per lasciargli un’eredità che, oltre che di ricchezze, sia fatta, appunto, di parole e memoria.
Sotto il sole de L’Avana, tra mare e libertà, il piccolo Diego, abitante di quello che era un avamposto del potente impero coloniale spagnolo, vive tra animali marini, giochi e avventure. Fino a quando, uno sguardo di troppo a una donna, un equivoco e la longa mano dell’inquisizione, nella persona di un esagitato francescano, non lo costringerà a lasciare la sua isola e darsi alla fuga.
Compagno di viaggio, mentore e maestro, sarà un monaco italiano, studioso e uomo dalla vasta cultura ma dalla ancor più vasta curiosità. Quell’Uberto Eco da Bologna (chissà se l’autore voleva fare un sotterraneo omaggio) che lo porterà con sé a conoscere il mondo, gli uomini e altre culture, sulla scia di una volontà di scoperta: stabilire se tra maya e egizi, entrambi costruttori di piramidi, ci fosse qualche legame.
Comincia così, per Diego, un viaggio alla scoperta del mondo, magico, misteriosi e violento, degli indios. Viaggio di formazione, si può dire, durante il quale il ragazzo vivrà avventure di ogni tipo, tra corsari, mercanti senza scrupoli, navi negriere, animali feroci e sconosciuti. Un mondo in cui alla ricchezza e ubertosità della natura si affiancano pericoli di ogni sorta, un mondo in cui, che si sia uomini o animali, è un attimo passare dall’esser cacciatore all’esser preda.
Tra dispute teologiche, Diego imparerà sulla sua pelle, e dalle parole di Uberto, quanto possa essere potente la fame di conoscenza, di scoperte ma anche, e soprattutto, quanto la conoscenza possa far paura al potere, soprattutto quello ecclesiastico. E quanto il denaro e l’ingordigia della politica, siano in grado di far girare il mondo e di seppellire e bruciare uomini e libri.
Sono quasi trecento pagine di puro godimento, di storia, geografia, zoologia, arte marinara e arte dei combattimenti per mare. Citazioni colte e citazioni da libri antichi si mescolano ad avventure che da drammatiche sanno, in un attimo, divenire quasi comiche.
Insieme alle pagine di Caribe anche il lettore viene letteralmente condotto per mare e tra i rumori e gli agguati delle foreste tropicali, nei misteri delle antiche città maya, nella cultura degli indios, tra le onde dei mari delle Americhe, quel nuovo mondo che andava facendosi e che stava diventando emblema e metafora di una “modernità” non esente da contraddizioni e violenze.
Diego diventa la voce narrante di una nuova fame di espansione e di scoperte. Quelle scoperte che, come gli ricorderà Uberto, sono possibili solo quando, per ottenerle, si diventa capaci anche di andare contro il potere costituito. Ma tante saranno le cose che il giovane Diego imparerà durante il suo periglioso viaggio. Imparerà che da soli non è possibile fare nulla, imparerà che dovrà essere disposto a tutto per salvare sé stesso, a non consentire a nessuno di essere di ostacolo alla propria sopravvivenza.
Primo volume di quella che sarà una trilogia, Caribe è si un romanzo di avventura ma non solo. Molte sono le tracce sottotesto, molti i sentieri che dipartono dalla strada principale. Proprio come tanti sono i sentieri nascosti nella foresta e tante le onde e gli attacchi che posson capitare in mare. Un libro che è, prima di tutto, un inno alla voglia di conoscere, alla consapevolezza che c’è sempre un altrove verso cui tendere. Costi quel che costi. Diego diventerà grande, molto più grande della sua età durante quel viaggio, scamperà alla morte molte volte, l’inquisizione, incontrata per due volte sulla sua strada, non riuscirà a farne un’altra vittima. E il lettore lo saluterà alla conclusione del libro ma al principio di nuove avventure quando, sulla sua strada, arriverà il più famoso, grande e nobile, in un certo senso, corsaro di tutti i tempi: Francis Drake.
Che dire? Buona lettura.

Geraldine Meyer



Fernando Velázquez Medina (L’ Avana, 1951) è uno scrittore cubano, critico letterario e cinematografico residente negli Stati Uniti. È conosciuto per il suo romanzo sperimentale Ultima rumba a L’Avana, tradotto in Italia da Marino Magliani e Riccardo Ferrazzi ed edito nel 2012. Con sei edizioni in spagnolo, l’opera è diventata un oggetto di culto ed è considerata tra i libri fondamentali per la conoscenza del realismo letterario cubano. Caribe (titolo originale El Mar de Los Caníbales) pubblicato nel 2016 dalla più importante casa editrice di Cuba ha riscosso un vasto consenso di pubblico e critica, e viene ora per la prima volta pubblicato in Italia tradotto da Marino Magliani e Riccardo Ferrazzi.



La locanda dei perdenti nella Baires degli anni ‘30

Amico di Roberto Arlt, aderente anch’egli al gruppo letterario Boedo – che nell’Argentina degli anni Venti si contrapponeva, ma sempre nella reciproca stima, al Florida guidato da Borges, a sostegno di una letteratura sociale anziché fantastica – Enrique González Tuñón è prepotentemente schierato dalla parte degli emarginati, dei perdenti, ne segue la vita nella sua attività di giornalista, ne canta le gesta nei racconti. Ad esempio questi, raccolti in Letti da un soldo (Arkadia, traduzione di Ferrazzi e Magliani) e superbamente aperti dal suo testo forse più emblematico, “I cinque”. Lo scrittore argentino descrive la lotta per la sopravvivenza di cinque scansafatiche che vivono alla giornata, cinque “cialtroni”, come li definisce Adrián N. Bravi nella prefazione, che si muovono nei bassifondi della città e si compiacciono della propria condizione di emarginati, contrabbandieri, papponi. González Tuñón è un maestro della giusta distanza, conosce perfettamente la tragicomica realtà nella quale vivono i suoi personaggi, non cede mai al pietismo o alla condanna. La sua prosa è secca, tirata come una di quelle vite miserabili. I “cinque” hanno tutti un passato, ma non vedono un futuro. La sera rientrano in una locanda-bettola, “La pignatta misteriosa”, gestita da un tizio uguale a loro, soltanto che sta dall’altra parte del banco, un uomo senza capelli che vende il diritto a un lenzuolo sciupato nel suo “ospedale di casi disperati” dove il dilemma principale è se credere o non credere in Dio. 

(r. d. g.)



Note di lettura: “N.B. Un teppista di successo” di Riccardo Ferrazzi

Riccardo Ferrazzi, con questo suo N.B. un teppista di successo (Arkadia Editore, 2018) intreccia con mano felice il romanzo storico e la biografia, riuscendo a rendere non solo godibile, ma molto spesso anche non scontata, una narrazione su un tema la cui bibliografia è peraltro immensa, di dimensioni proporzionate alla grandezza del mito di cui tratta. Ferrazzi affronta l’impresa senza mostrare timori reverenziali, tentandone piuttosto semplificazioni e cercando, nel dipanarsi degli episodi decisivi, quelle coerenze interne alle vicende senza le quali si rischia di disorientare il lettore di narrativa. Perché questa è infatti una prova di narrativa, prima che un saggio storico, o per lo meno, di essa ha il passo, il senso dei tempi propri del racconto, la cura dei personaggi, la ricostruzione degli ambienti per descrizioni suggestive. Il libro tratta della giovinezza di Napoleone, fino alla vigilia della campagna d’Italia, la prima in cui si manifesta la sua grandezza di comandante: un periodo relativamente meno conosciuto della sua restante biografia, reso nebuloso anche dalla confusione politico istituzionale degli anni della rivoluzione, con cui parzialmente coincide. Il futuro imperatore viene colto in apertura ancora ragazzino in atteggiamento da teppista di strada, intento a guidare una banda di monelli armati di fionde all’assalto dei cavalli della guarnigione francese fermi all’abbeveratoio, tentativo sventato dalla rivolta dei suoi improvvisati subordinati (strano esordio per un conquistatore di imperi) e dall’intervento deciso del padre. In nuce, in questo episodio, in apparenza senza alcun peso nell’ambito della smisurata biografia del Nostro, paiono già presenti alcuni tratti caratteriali ben rintracciabili nel Napoleone adulto, come una palese aggressività nell’affrontare situazioni ostili o la vocazione al comando (senza alcun timore reverenziale nei confronti dei più vecchi o più titolati, come avverrà poi con i generali suoi sottoposti nella Campagna d’Italia). È presente anche un’avversione verso la Francia, tipica dei corsi di quell’epoca (e non solo), che caratterizza i suoi anni giovanili e che si stempererà con il suo progressivo coinvolgimento nelle vicende rivoluzionarie, che lo faranno riflettere sul proprio destino e lo costringeranno a considerare gli eventi da prospettive assai meno anguste di quelle offerte dalla sua isola natale. Ferrazzi ci mostra dunque un giovane Napoleone insofferente alla disciplina e poco incline all’obbedienza (per lo meno curioso per chi è destinato ad incarnare in sé anche le massime virtù militari), caratteristiche che si manifesteranno anche più tardi, alla scuola militare di Brienne, dove il padre lo aveva inviato per trovargli un impiego che consentisse un minimo di decoroso benessere alla famiglia. E’ questo l’obiettivo sullo sfondo dei suoi primi passi nel mondo adulto (per quanto adulto potesse essere un sedicenne, ancorché sottotenente), che ne rivela, nonostante i particolari di alcune azioni non propriamente commendevoli, un aspetto umanamente positivo. Nella sua prima giovinezza lo pervade l’ansia di alleviare le angustie economiche della famiglia, che si accentuano alla morte del padre: piccola nobiltà isolana, con qualche rendita fondiaria, in forte difficoltà dopo che il padre aveva sposato la causa, inizialmente perdente, dell’indipendenza dell’isola, al seguito di Pasquale Paoli, per lungo tempo esiliato. Per quanto ufficiale dell’Armata di Francia, il giovane Napoleone resta per troppo tempo concentrato sulle vicende della sua terra. Intreccia una lunga e proficua relazione con Antonio Saliceti, che si pone come suo mentore prodigandosi in consigli e salvandolo da accuse di tradimento (salvando va detto anche se stesso, perché le relazioni in tempi calamitosi come la Rivoluzione francese non sono mai del tutto disinteressate). La padronanza dell’autore rispetto alla materia trattata si manifesta con ampiezza proprio nella straordinaria verosimiglianza dell’epistolario tra i due, che rende superfluo l’accertamento della sua piena storicità. In un contesto rivoluzionario è molto difficile per il giovane ufficiale orientarsi, distinguendo le proprie personali inclinazioni politiche dalla convenienza che certe improvvise accelerazioni degli opposti movimenti eversivi favoriscono. La sfrenata ambizione del giovane viene più di una volta delusa dalla piega contraria presa dagli avvenimenti. A Napoleone toccano, in vertiginose e pericolose alternanze, giorni di gloria e giorni di disgrazia presso la parte rivoluzionaria di volta in volta al potere. Riesce però a giocare quasi sempre d’astuzia, appoggiandosi ora a questo ora a quel potente di turno per compensare le cadute ed ottenere una crescita sociale, anche minima. Si accolla imprese militari non particolarmente gloriose, ma necessarie alla causa, come la repressione operata contro la folla giacobina a colpi di cannone per le vie di Parigi, e altre più militarmente significative, come la presa di Tolone. Con qualche difficoltà, si forza alla frequentazione dei salotti della capitale, dove riesce a farsi accettare ed anche ad entrare nelle grazie di alcune delle dame più influenti, come Teresa Cabarrus e Josèphine Beauharnais, che sposerà alla vigilia della campagna d’Italia, dopo aver lasciato Desirée, prima vera fidanzata. Fu vera gloria? In chiusura di libro, abbandonato il carattere narrativo del testo, l’autore si cimenta direttamente con l’interrogativo manzoniano, propendendo in estrema sintesi per un ridimensionamento del giudizio (“gli storici non dovrebbero mettere la sordina ai suoi difetti”), ed un definitivo superamento del mito a vantaggio di una maggiore comprensione dell’uomo, attuabile proprio “ripercorrendo l’inizio della sua vita fingendo di ignorare il resto”. È in ogni caso difficile rintracciare elementi premonitori di una futura grandezza in questi inizi un po’ incerti e privi di una precisa vocazione. In che cosa si manifesta il genio, o meglio, come distinguere il genio da una personalità particolarmente forte, ovvero imperiosa, prepotente o dispotica a seconda dei punti di vista? Questa condizione di ambiguità, da cui non può prescindere ogni giudizio che si intenda esprimere su Napoleone, pare voler sottolineare Ferrazzi, descrivendo, con montanelliana limpidezza di scrittura, un protagonista non particolarmente gradevole, con ampie venature di opportunismo, e, nelle sue prime scelte di campo, neanche particolarmente vincente.

Luigi Preziosi



Arkadia Editore

Arkadia Editore è una realtà nuova che si basa però su professionalità consolidate. Un modo come un altro di conservare attraverso il cambiamento i tratti distintivi di un amore e di una passione che ci contraddistingue da sempre.

P.iva: 03226920928




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