Riccardo Ferrazzi


La locanda dei perdenti nella Baires degli anni ‘30

Amico di Roberto Arlt, aderente anch’egli al gruppo letterario Boedo – che nell’Argentina degli anni Venti si contrapponeva, ma sempre nella reciproca stima, al Florida guidato da Borges, a sostegno di una letteratura sociale anziché fantastica – Enrique González Tuñón è prepotentemente schierato dalla parte degli emarginati, dei perdenti, ne segue la vita nella sua attività di giornalista, ne canta le gesta nei racconti. Ad esempio questi, raccolti in Letti da un soldo (Arkadia, traduzione di Ferrazzi e Magliani) e superbamente aperti dal suo testo forse più emblematico, “I cinque”. Lo scrittore argentino descrive la lotta per la sopravvivenza di cinque scansafatiche che vivono alla giornata, cinque “cialtroni”, come li definisce Adrián N. Bravi nella prefazione, che si muovono nei bassifondi della città e si compiacciono della propria condizione di emarginati, contrabbandieri, papponi. González Tuñón è un maestro della giusta distanza, conosce perfettamente la tragicomica realtà nella quale vivono i suoi personaggi, non cede mai al pietismo o alla condanna. La sua prosa è secca, tirata come una di quelle vite miserabili. I “cinque” hanno tutti un passato, ma non vedono un futuro. La sera rientrano in una locanda-bettola, “La pignatta misteriosa”, gestita da un tizio uguale a loro, soltanto che sta dall’altra parte del banco, un uomo senza capelli che vende il diritto a un lenzuolo sciupato nel suo “ospedale di casi disperati” dove il dilemma principale è se credere o non credere in Dio. 

(r. d. g.)



Note di lettura: “N.B. Un teppista di successo” di Riccardo Ferrazzi

Riccardo Ferrazzi, con questo suo N.B. un teppista di successo (Arkadia Editore, 2018) intreccia con mano felice il romanzo storico e la biografia, riuscendo a rendere non solo godibile, ma molto spesso anche non scontata, una narrazione su un tema la cui bibliografia è peraltro immensa, di dimensioni proporzionate alla grandezza del mito di cui tratta. Ferrazzi affronta l’impresa senza mostrare timori reverenziali, tentandone piuttosto semplificazioni e cercando, nel dipanarsi degli episodi decisivi, quelle coerenze interne alle vicende senza le quali si rischia di disorientare il lettore di narrativa. Perché questa è infatti una prova di narrativa, prima che un saggio storico, o per lo meno, di essa ha il passo, il senso dei tempi propri del racconto, la cura dei personaggi, la ricostruzione degli ambienti per descrizioni suggestive. Il libro tratta della giovinezza di Napoleone, fino alla vigilia della campagna d’Italia, la prima in cui si manifesta la sua grandezza di comandante: un periodo relativamente meno conosciuto della sua restante biografia, reso nebuloso anche dalla confusione politico istituzionale degli anni della rivoluzione, con cui parzialmente coincide. Il futuro imperatore viene colto in apertura ancora ragazzino in atteggiamento da teppista di strada, intento a guidare una banda di monelli armati di fionde all’assalto dei cavalli della guarnigione francese fermi all’abbeveratoio, tentativo sventato dalla rivolta dei suoi improvvisati subordinati (strano esordio per un conquistatore di imperi) e dall’intervento deciso del padre. In nuce, in questo episodio, in apparenza senza alcun peso nell’ambito della smisurata biografia del Nostro, paiono già presenti alcuni tratti caratteriali ben rintracciabili nel Napoleone adulto, come una palese aggressività nell’affrontare situazioni ostili o la vocazione al comando (senza alcun timore reverenziale nei confronti dei più vecchi o più titolati, come avverrà poi con i generali suoi sottoposti nella Campagna d’Italia). È presente anche un’avversione verso la Francia, tipica dei corsi di quell’epoca (e non solo), che caratterizza i suoi anni giovanili e che si stempererà con il suo progressivo coinvolgimento nelle vicende rivoluzionarie, che lo faranno riflettere sul proprio destino e lo costringeranno a considerare gli eventi da prospettive assai meno anguste di quelle offerte dalla sua isola natale. Ferrazzi ci mostra dunque un giovane Napoleone insofferente alla disciplina e poco incline all’obbedienza (per lo meno curioso per chi è destinato ad incarnare in sé anche le massime virtù militari), caratteristiche che si manifesteranno anche più tardi, alla scuola militare di Brienne, dove il padre lo aveva inviato per trovargli un impiego che consentisse un minimo di decoroso benessere alla famiglia. E’ questo l’obiettivo sullo sfondo dei suoi primi passi nel mondo adulto (per quanto adulto potesse essere un sedicenne, ancorché sottotenente), che ne rivela, nonostante i particolari di alcune azioni non propriamente commendevoli, un aspetto umanamente positivo. Nella sua prima giovinezza lo pervade l’ansia di alleviare le angustie economiche della famiglia, che si accentuano alla morte del padre: piccola nobiltà isolana, con qualche rendita fondiaria, in forte difficoltà dopo che il padre aveva sposato la causa, inizialmente perdente, dell’indipendenza dell’isola, al seguito di Pasquale Paoli, per lungo tempo esiliato. Per quanto ufficiale dell’Armata di Francia, il giovane Napoleone resta per troppo tempo concentrato sulle vicende della sua terra. Intreccia una lunga e proficua relazione con Antonio Saliceti, che si pone come suo mentore prodigandosi in consigli e salvandolo da accuse di tradimento (salvando va detto anche se stesso, perché le relazioni in tempi calamitosi come la Rivoluzione francese non sono mai del tutto disinteressate). La padronanza dell’autore rispetto alla materia trattata si manifesta con ampiezza proprio nella straordinaria verosimiglianza dell’epistolario tra i due, che rende superfluo l’accertamento della sua piena storicità. In un contesto rivoluzionario è molto difficile per il giovane ufficiale orientarsi, distinguendo le proprie personali inclinazioni politiche dalla convenienza che certe improvvise accelerazioni degli opposti movimenti eversivi favoriscono. La sfrenata ambizione del giovane viene più di una volta delusa dalla piega contraria presa dagli avvenimenti. A Napoleone toccano, in vertiginose e pericolose alternanze, giorni di gloria e giorni di disgrazia presso la parte rivoluzionaria di volta in volta al potere. Riesce però a giocare quasi sempre d’astuzia, appoggiandosi ora a questo ora a quel potente di turno per compensare le cadute ed ottenere una crescita sociale, anche minima. Si accolla imprese militari non particolarmente gloriose, ma necessarie alla causa, come la repressione operata contro la folla giacobina a colpi di cannone per le vie di Parigi, e altre più militarmente significative, come la presa di Tolone. Con qualche difficoltà, si forza alla frequentazione dei salotti della capitale, dove riesce a farsi accettare ed anche ad entrare nelle grazie di alcune delle dame più influenti, come Teresa Cabarrus e Josèphine Beauharnais, che sposerà alla vigilia della campagna d’Italia, dopo aver lasciato Desirée, prima vera fidanzata. Fu vera gloria? In chiusura di libro, abbandonato il carattere narrativo del testo, l’autore si cimenta direttamente con l’interrogativo manzoniano, propendendo in estrema sintesi per un ridimensionamento del giudizio (“gli storici non dovrebbero mettere la sordina ai suoi difetti”), ed un definitivo superamento del mito a vantaggio di una maggiore comprensione dell’uomo, attuabile proprio “ripercorrendo l’inizio della sua vita fingendo di ignorare il resto”. È in ogni caso difficile rintracciare elementi premonitori di una futura grandezza in questi inizi un po’ incerti e privi di una precisa vocazione. In che cosa si manifesta il genio, o meglio, come distinguere il genio da una personalità particolarmente forte, ovvero imperiosa, prepotente o dispotica a seconda dei punti di vista? Questa condizione di ambiguità, da cui non può prescindere ogni giudizio che si intenda esprimere su Napoleone, pare voler sottolineare Ferrazzi, descrivendo, con montanelliana limpidezza di scrittura, un protagonista non particolarmente gradevole, con ampie venature di opportunismo, e, nelle sue prime scelte di campo, neanche particolarmente vincente.

Luigi Preziosi



Con Tuñón una mappa narrativa di Buenos Aires

Tornano i racconti di Enrique González Tuñón (1901-1943). Torna il mondo di un artista che amava la sua città quanto la scrittura, e che disse: “quando morirò non piantate un salice, piantate una macchina da scrivere”. Letti da un soldo, uscito nel 1932 con il titolo Camas desde un peso e ora proposto da Arkadia, è una raccolta di racconti che narra di amici perdenti, e della città che morde e annienta. Enrique González Tuñón (1901-1943) gioca a confondere i confini tra realtà e finzione, tragico e comico, rappresentando l’angoscia del vivere e la sua stranezza. Letti da un soldo, la sua opera più riuscita, propone una mappa narrativa di Buenos Aires, in cui la città reale si sovrappone a quella immaginaria, come nell’opera del suo amico Robert Arlt, o in altri grandi scrittori argentini: Jorge Luis Borges, Oliverio Girondo, Roberto Mariani, Raúl Scalabrini Ortiz. I personaggi di Tuñón sono disperati, innamorati, ubriachi, affamati, sognatori: malinconici scheletri del passato, dietro un vetro da museo, che aspettano la visita di qualcuno. Questa edizione italiana comprende anche una scelta degli altri racconti di Tuñón, appartenenti a El alma de las cosas inanimadas (1927) e La rueda del mulino mal pintado (1928). Sono i racconti dell’assurdo, per così dire lunatici, di un narratore che appare nei racconti dicendo di possedere “uno sguardo a raggi x”, incline a “vedere sempre lo stesso malinconico paesaggio di anime” e ad “affrontare la vita da un punto di vista grottesco”, col sorriso di un pazzo docile (“un loco dócil”). Il mondo di Tuñón è il mondo di un artista che amava la sua città quanto la scrittura, e che disse: quando morirò non piantate un salice, piantate una macchina da scrivere.



Riccardo Ferrazzi, N.B. Un teppista di successo

Ad alcuni esseri umani, assai pochi, tocca la sorte di essere trasformati in mitologie. Ogni evento della loro vita è trasfigurato in un emblema di destino individuale e collettivo, i confini tra i fatti e l’invenzione si fanno confusi, i sentimenti comuni prendono proposito, e forma di forze nell’accadere storico. L’ascesa al potere e la caduta di Napoleone Buonaparte divennero oggetto di culto, e popolare e presso gli intellettuali, contemporaneo degli stessi avvenimenti.
All’indomani della vittoria di Napoleone a Jena e dell’assoggettamento della Prussia (13 ottobre 1806) Hegel, allora trentaseienne, scrisse all’amico Niethammer: “Ho visto l’Imperatore, quest’anima del mondo, uscire dalla città per andare in ricognizione. È una sensazione meravigliosa vedere un tale individuo che qui, concentrato in un punto, seduto su un cavallo, si protende sul mondo e lo domina… da giovedì a lunedì progressi così grandi (si riferisce ai rivolgimenti politici nell’area tedesca dopo Jena) sono stati possibili solo grazie a quest’uomo straordinario che è impossibile non ammirare”.
Hegel descrive il tremendo carisma, che quasi come una sostanza mistica, avvolge il suo quasi coetaneo Napoleone e che, ai suoi occhi, lo identifica con lo stesso divenire storico. È significativo che lo chiami “imperatore”, quando il legittimo imperatore Francesco II aveva abdicato formalmente al titolo soltanto due mesi prima.
Napoleone stesso fu straordinariamente attento alla costruzione della sua mitologia, della sua divinizzazione in vita, e questo ha preso in ostaggio molte opere scritte in prossimità storica.
Su Napoleone esistono biblioteche intere, ogni minuscolo dettaglio della sua storia è stato raccontato, analizzato, vagliato. Chiunque abbia una sia pur vaga nozione della storia moderna si è fatto un’opinione. Di lui, Stendhal scrisse una biografia a due anni dalla sconfitta di Waterloo, giudicandolo per certi versi superiore ad Alessandro Magno e Cesare, Hugo e Tolstoj hanno fatto memorabili personaggi letterari, Manzoni in Italia ha fissato l’immagine romantica, con la domanda del giudizio storico, politico, morale: fu vera gloria?
Con queste premesse, tornare sul personaggio Napoleone con un lavoro narrativo è incoscienza, o grande coraggio. Il romanzo di Ferrazzi N.B. Un teppista di successo (Arkadia editore) ci porta alla genesi del mito, i momenti della gioventù di Napoleone in cui nulla, o pochissimo, avrebbe potuto far pensare alla personalità al centro di eventi che hanno dato forma alla storia europea e mondiale fino a oggi. Il piccolo Napoleone nasce in una famiglia di piccola nobiltà corsa, non simpatetica con la Francia dell’Ancien Régime; lo incontriamo mentre capitana una banda di ragazzini ad una sassaiola contro il contingente francese ad Ajaccio, ma finisce col fare a botte con i compagni, insofferenti della sua prepotenza.
Nel corso degli anni, Napoleone farà tesoro di quell’esperienza: imparerà ad avere autorità sugli altri per dare sfogo alla sua ansia di comando, ma non rinuncerà mai ad arbitri e soperchierie, anche se gratuiti. È questo il Napoleone raccontato da Ferrazzi nel suo romanzo, che è propriamente una rivisitazione storica, ricostruzione di eventi storici in modi narrativi. Ferrazzi immagina e mette sulla pagina un personaggio in carne e ossa proprio dove la documentazione è più lacunosa: gli anni di formazione, di errori e tentativi, di colpi di fortuna, in un contesto sociale e politico in cui avrebbe pagato l’irruenza, a volte scomposta, di un giovane aggressivo, un teppista appunto, divorato da una smisurata ambizione a cui tutto, a cominciare dalla sua intelligenza, è messo a servizio.
L’incontro di un autore con il suo soggetto è in gran parte un mistero. La chiave del lavoro di Ferrazzi sta nell’intuizione che la giovinezza di Napoleone, le sue origini isolane, le frustrazioni sociali ed economiche della piccola nobiltà, l’indipendentismo dei gruppi dirigenti, siano stati il combustibile di un carattere irascibile, propenso fin da piccolo alle maniere forti. Ferrazzi ha ritenuto che ci fosse materia di romanzo, e non ha esitato ad affrontare il gigantesco totem.
Al coraggio del romanziere Ferrazzi ha aggiunto il suo talento di scrittore, un linguaggio controllato, scorrevole e moderno: sfogliare le pagine del libro è un piacere. Non sorprende che Napoleone parli e corrisponda con il suo mentore corso Saliceti con linguaggio attuale: è una precisa scelta stilistica per dare immediatezza e spessore al personaggio. Il romanzo poggia in realtà su un solido e minuzioso lavoro di documentazione storica.
E suggerisce al lettore, senza imporle, le domande più importanti, quelle che soltanto la rielaborazione narrativa può portare alla riflessione, perché il lavoro della lettura non si arresta al chiudere il libro. Napoleone agisce come un uomo coraggioso, ma è il coraggio apparente dei prepotenti, l’opposto della magnanimità: non li fa indietreggiare davanti al pericolo, ma è ansia di affermare se stessi, a ogni costo, senza scrupoli. Napoleone frequenta case (e camere da letto) di donne in vista, non per amore né per godimento: il suo appagamento sta nella manipolazione delle relazioni per introdursi nelle stanze del potere.
Il dilemma morale dell’azione dell’uomo tra altri esseri umani, l’atteggiamento di fronte ai rovesci della sorte, il peso che le imprese e il mito di Napoleone hanno avuto nella generazione dei successivi mostri della storia, le dittature, i totalitarismi, la mistica dell’“atto risolutivo” (sappiamo che Hitler studiò la catastrofica campagna di Russia del 1812, per avere successo dove Napoleone aveva fallito).
Ferrazzi ha dato al suo libro un titolo che, a mio parere, si presta a qualche considerazione. Definire di “successo” la carriera del “teppista” è quasi d’obbligo, eppure consideriamo che Napoleone morì a 51 anni, prigioniero in un luogo sperduto, estromesso da ogni potere e allontanato dai suoi affetti da sei. In questa prospettiva, il titolo potrebbe suonare come un’eloquente antifrasi.

Riccardo Ferrazzi (con Roberto Plevano) presenta il suo N.B. Un teppista di successo a Bookcity, Centro Culturale di Milano, Auditorium, Largo Corsia dei Servi 4, 20122 Milano, domenica 18 novembre 2018, h. 11.00.

Roberto Plevano



STORIA. L’ascesa di Bonaparte

Quel megalomane di Napoleone

Non è un lavoro di ricerca storica, tuttavia induce a rivedere certe idee su Napoleone e la sua ascesa politico-militare il libro del lombardo Riccardo Ferrazzi, saggista e romanziere con un passato da dirigente d’azienda. Megalomane, villano, borioso: così l’autore dipinge il giovane Bonaparte, che all’alba della Rivoluzione rischia grosso perché inviso alla fazione paolista. L’assedio di Tolone lo mette in buona luce (piace ai sodali di Robespierre e riceve i galloni di generale) ma il Termidoro e le relative ghigliottine sembrano dirgli che la festa è finita. Può arrendersi? Macché: amicizie giuste, nozze strategiche e cannonate a destra e a manca lo rilanceranno presto in pista. 

(fa. mar.)



Piccoli uomini

Per l’argentino González Tuñón (1901-1943) non esistono più torri d’avorio destinate a proteggere i letterati. “Sono state abbattute a cannonate”, la vita moderna vuole che gli artisti scendano in strada. Il suo Letti da un soldo è un libro grottesco, aggressivo, dolente ma non privo di uno strano umorismo. Perduti in una “città ambiziosa, febbrile, frettolosa”, gli invisibili piccoli uomini che affollano questi brevi racconti sono ossessionati dalla fame e presentano punti di contatto con il mondo marginale descritto nelle arltiane Acqueforti di Buenos Aires. C’è però una differenza: per González Tuñón la scrittura non è un gancio alla mandibola del lettore, come in Arlt, ma “una sghignazzata dentro una bara”.

Loris Tassi



Arkadia Editore

Arkadia Editore è una realtà nuova che si basa però su professionalità consolidate. Un modo come un altro di conservare attraverso il cambiamento i tratti distintivi di un amore e di una passione che ci contraddistingue da sempre.

P.iva: 03226920928




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