Senza rotta


“Sound of salame” di Mattia Bortesi – Recensione

“Sound of salame” è il romanzo d’esordio di Mattia Bortesi pubblicato Arkadia Editore, nella collana Senza rotta, nel vengono raccontate le divertenti, intellettualistiche – e talvolta inutili, perfino visionarie- vicende di un giovane che “sogna” di emergere nel mondo della musica.

La trama
Il protagonista vive nella periferia di Ferrara e si bea all’idea che presto diventerà una pop star. Alterna momenti di vera esaltazione compositiva ad altri in cui allestisce autentici processi alle azioni di chiunque gli stia vicino. Tremendamente radical chic, ancorato alla propria bettola prediletta, circondato spesso da ubriaconi e uomini che pare si siano arresi alla quotidianità, l’attesa di una risposta dalle case discografiche lo sfibra e manda in bestia, cosa che comunque non gli porta altro che una sfilza di “le faremo sapere”. La sua esistenza sembra avvitarsi sempre più in un’illusione che si nutre di speranze, di momenti di inconsapevole ironia, di birre e bianchini trangugiati senza sosta al bar. Finché, un giorno, ecco apparire all’orizzonte Margherita, la bibliotecaria. Sarà capace, l’aspirante pop star, di costruire, almeno con lei, una prospettiva che non si riduca a una semplice battuta?

L’autore – Mattia Bortesi
Ha 30 anni e insegna italiano nelle scuole medie della provincia di Mantova. Dopo la laurea in Italianistica, conseguita all’Università Alma Mater Studiorum di Bologna, propone da qualche anno, presso associazioni culturali, una sua personale Lectura Dantis, incentrata sull’Inferno dantesco. Mattia collabora, nel suo paese, Sermide e Felonica, all’organizzazione di eventi letterari. Ama fare passeggiate lungo l’argine del fiume Po e suonare la chitarra nel suo progetto cantautorale, chiamato Matija. Le sue passioni sono i film di Nanni Moretti e di David Lynch e i romanzi di John Fante.

Recensione
Non si può negare che la scelta del titolo è stata strategica, nella sua stravaganza, e si scoprirà solo sul finire del romanzo a cosa faccia riferimento (qui non intendo spoilerare! Io per prima, leggendo, cercavo le ragioni del titolo). I capitoli sono dei racconti di episodi della vita di un ragazzo che aspira a diventare una pop star, con una carrellata di siparietti divertenti, talvolta da “monellaccio” impertinente e altre da artista bohemien e intellettualoide.
L’autore ricorre, per certi versi, alla tecnica del flusso di coscienza (non so se in maniera consapevole o meno), comunque è un rincorrersi di pensieri, elucubrazioni, considerazioni, su di sé e il mondo intorno a lui, con linguaggio schietto, crudo, senza filtri, come se stesse parlando con se stesso o con un amico al bar, senza peli sulla lingua, ben lontano da qualunque forma di diplomazia.
Delirante e visionario nell’immaginare il suo futuro da popstar, perfino nel guardare oltre all’appuntamento con la bella e giovane bibliotecaria (che lascerà un mistero sospeso), ma forse per questo divertente. Probabilmente è anche la vena farneticante, satirica a indurre a proseguire la lettura, che scivola fluida verso la fine, con stile attento seppure a volte al limite con lo sproloquio e allo stesso tempo con riferimenti colti all’arte, alla letteratura e alla filosofia.
«Ho provato a leggere più che potevo e mi sono imposto di ricominciare a suonare con continuità. Sono riuscito in quei mesi a modificare i brani su cui avevo lavorato per molto tempo; finalmente capivo cosa non andava, percepivo l’artificiosità che li teneva lontani dalla vita vera.
Erano belli, ma finti. Così li ho sporcati un tantino, proprio con la vita vera, quella fatta di aspettative, di delusioni per telefonate che non arrivano mai, di risa e di rutti, di ansie che precedono un appuntamento e di quelle distensioni, sempre più bucoliche, nelle quali si cerca un barlume di serenità.
Ero di nuovo in corsa e non vedevo l’ora che la folla potesse ascoltare la mia “versione vera”. Era una fortuna non aver esordito con la mia precedente versione, stucchevole e ricercata.»
Nel leggere questo passaggio dei pensieri dell’anonimo aspirante musicista riguardo ai suoi testi, ho immaginato anche Mattia Bortesi risolversi nella stessa decisione: sporcare una storia ben scritta con la vita vera.

Sara Foti Sciavaliere



Paolo Ciampi
L’ambasciatore delle foreste

La vita di George Perkins Marsh, politico e ambasciatore americano, è una di quelle che è importante raccontare, sia perché è un personaggio storico non conosciuto quanto dovrebbe, sia perché il suo impegno per l’ambiente e il paesaggio lo rendono uno dei più importanti ecologisti, se non il primo, che la storia di questo pianeta abbia mai avuto. Nato in America ma cittadino del modo grazie ai suoi innumerevoli viaggi, capì l’importanza della preservazione della natura diventando un fiero sostenitore della creazione di aree protette e parchi nazionali in tutto il mondo. Paolo Ciampi, affermato autore di saggi e, da provetto escursionista, di vari libri di viaggio, ci porta indietro negli anni permettendoci con la maestria che lo contraddistingue, di rivivere la sua intensa esistenza e di rilanciare, se mai ce ne fosse bisogno, il suo importante messaggio: il pianeta va preservato, la sua natura è fragile e non deve soccombere ai maltrattamenti umani. Se così fosse, e in parte già lo è, la razza umana non potrebbe che scivolare lentamente in un oblio sempre più profondo, senza possibilità di ritorno. Una biografia intensa che si legge come un romanzo, un libro che può infondere la speranza di un futuro migliore in chi lo legge e che deve far riflettere sulla nostra incomunicabilità con il pianeta e le sue creature.

Andrea Vismara

 



MATTIA BORTESI E IL ROMANZO D’ESORDIO “SOUND OF SALAME”

Le faremo sapere, le faremo sapere, le faremo sapere, questa frase sembrava l’unica a essermi rimasta incisa nella mente.”

Emergere come artista vivendo in una piccola frazione di provincia non è semplice, anche se si appende fuori casa, ben visibile sulla cancellata, un cartello tutto colorato con scritto “Offresi Pop Star” completo di numero di telefono e e-mail.
Sono i sogni e i pensieri di un cantautore quelli narrati nel romanzo d’esordio di Mattia Bortesi, dal titolo “Sound of Salame” (Arkadia narrativa, collana Senza Rotta, 2020, pp.140, euro 13) e a guidare il lettore pagina dopo pagina a Porotto, in provincia di Ferrara. Il protagonista, che non viene identificato con un nome, è un musicista e cantautore visionario, amante della cultura e dell’arte e oltremodo convinto delle proprie capacità, nonostante il lettore comprenda bene tutte le bizzarrie dei suoi ragionamenti e atteggiamenti. Considerandosi un genio incompreso, il protagonista passa dall’immersione totale nella sua musica alla completa apatia, passando i giorni tra gioco d’azzardo e le chiacchiere di un gruppo di disperati che consuma larghi quantitativi di alcool in un bar di quart’ordine. L’andamento oscillante tra momenti di spiccata autostima a momenti di totale abbandono subiscono un’interruzione quando, complice “Le città invisibili” di Calvino situate in un angolo del bagno, il nostro “eroe” decide di darsi una regolata. E lo fa tornando alla lettura e andando in biblioteca: proprio lì, inaspettatamente, incontrerà Margherita, la nuova bibliotecaria, che attirerà ogni sua attenzione e porterà i suoi pensieri lontano dai vizi. Ma per quanto?
Mattia Bortesi ha creato un personaggio senza filtri e senza paura, che racconta in prima persona il suo presente palesando pensieri e considerazioni spesso sopra le righe e una convinzione che rimane solida e imperterrita nonostante si scontri con la realtà. Il cartello “Offresi Pop Star” è così ben attaccato al cancello che, anche volendo, non è più possibile toglierlo; i momenti di esaltazione del cantautore portano a rifiutare tutte le proposte che stanno al di sotto di un alto livello, impedendo qualsiasi vero inizio dal basso, che magari avrebbe portato la tanto agognata fortuna. Ma questo né il protagonista né i lettori lo sapranno mai.
Un’opera prima scritta in modo semplice, ma capace di coinvolgere, con un’ironia intelligente e una storia dal finale a sorpresa.

Roberta Usardi



STEFANO ZANGRANDO, «FRATELLO MINORE. SORTE AMORE E PAGINE DI PETER B.», ARKADIA

Il no di Peter Brasch alla democratura tedesca: un romanzo inchiesta

A fare da protagonista nel romanzo di Stefano Zangrando Fratello minore (Arkadia pp 2020, € 15,00) è la figura di Peter Brasch, cui il libro si intitola, ma un ruolo determinante è esercitato dalla città di Berlino, scenario della vita di Peter e simbolo di tutte le lacerazioni e le contraddizioni che hanno segnato la storia di buona parte del Novecento e segnano ancora il carattere della Germania di oggi. Lo scrittore cui Zangrando dedica la sua più recente prova narrativa e vissuto infatti a Berlino est, negli anni della DDR: un tedesco anomalo e inquieto, di origine ebraica, artista maledetto, dissidente appartato e irriducibile tanto nella Germania dell’Est che in quella riunificata.
Scrittore, drammaturgo, regista e poeta, Peter nasce in una famiglia che vive in prima persona drammi e le tragedie del secolo scorso: il padre Horst, era un ebreo in fuga dal nazismo e fu poi eminente funzionario del partito comunista della DDR; il fratello Thomas, il più noto, a sua volta scrittore e regista, fuggì a ovest; la sorella Marion è scrittrice anche lei e custode dell’archivio di Peter. Zangrando ha composto un’opera ibrida e per molti versi aperta: la storia di Peter B. in qualche modo lo chiama direttamente in causa, e così l’investigazione diventa una contesa per conseguire sì l’identità di un intellettuale tedesco, ma forse anche quella dell’autore stesso. I documenti e le testimonianze di parenti e amici qui convocati si dispongono in uno scenario nel quale Thomas e il fratello minore Peter si configurano come emblemi delle due Germanie, due “fratelli” destinati alla separazione. La loro ricongiunzione risulta di fatto impossibile: i due Brasch, alcolisti entrambi, morranno in circostanze tragiche, nel 2011, a pochi mesi di distanza l’uno dall’altro, sopraffatti da un’inquietudine che nulla riusciva a placare.
Nato a Bolzano nel ’73, Zangrando è traduttore dal tedesco e narratore. La sua attenzione verso la cultura tedesca si è appuntata in special modo nei confronti di autori che praticano forme narrative di tipo sperimentale e anche questo libro si compone di materiali eterogenei, che tali restano perché non viene compiuta alcuna operazione di sutura che dissimili le fratture  e le alterità della situazione: testimonianza, testi letterari e teatrali, pagine saggistiche si alternano senza ordine apparente. Narrazione-verità così come teatro-verità era stato quello perseguito da Peter. E mai come in questo caso la verità è franta e la contaminazione costituisce la modalità di approccio eletta da un autore che esercitando l’arte del tradurre si trova programmaticamente esposto alle aperture del linguaggio.
Fratello minore più che un romanzo è la messinscena di un’allegoria drammatica che genera risonanze tangibili fino all’attualità. Il montaggio trova il punto di avvio proprio nel motivo del viaggio,  su cui Zangrando scrive righe rivelatrici. Racconta infatti di essersi imbattuto per caso nella figura di Peter Brasch, grazie a un video del ’91 nel quale l’artista tedesco, intervistato sula funzione del teatro, sottolineava il valore del DDR-Gefühl, il «senso di provenienza e di appartenenza», che portava gli spettatori a nutrire grandi aspettative nei confronti del teatro prima dell’89. Dopo la riunificazione le cose vanno ben diversamente: «Il denaro in effetti ha una parte rilevante, e in tal senso oggi qui sostituisce l’ideologia».
Peter B. invece ha confermato fino alla morte il proprio diniego nei confronti della democratura, termine con cui indicava i sistemi che si proclamano democratici, ma che esercitano sottili coercizioni sui membri della società. A questa forza, della quale Peter avvertiva la pressione e la pervasività, possono rispondere solo i singoli votati all’esercizio di una drammatica e solitaria resistenza, praticata nella forma di espressioni culturali alternative e dissonanti.

Graziella Pulce



È il 1861: nasce il Regno d’Italia e in America scoppia la Guerra di secessione. In un momento storico cruciale e delicatissimo, un personaggio estremamente curioso diventa il primo ambasciatore in Italia degli Stati Uniti. Si chiama George Perkins Marsh e L’ambasciatore delle foreste di Paolo Ciampi (Arkadia Editore) ne racconta la storia. George è un personaggio curioso: appassionato di linguistica, amante della natura, uomo d’affari visionario ma sfortunato, viaggiatore e osservatore acutissimo. Tra incontri bizzarri, intuizioni geniali e una vicenda umana segnata da difficoltà non indifferenti, George emerge come un uomo profondamente moderno e lungimirante, ma soprattutto si svela come ecologista ante litteram. Seguendo passo passo la sua vita, il lettore entra in sintonia con lui e, pagina dopo pagina, il libro si rivela una chicca imperdibile.

Abbiamo posto qualche domanda all’autore, Paolo Ciampi, per approfondire la figura di George e il messaggio che il libro intende trasmettere raccontando questa singolare vicenda.

Per cominciare, com’è nata l’idea di approfondire e narrare la storia di George Perkins Marsh?

Sono i casi della vita, senza dover ricorrere alla solita frase sulle storie che bussano alla porta di chi è pronto a riceverle. Diciamo che sono stato fortunato: un giorno arrivò dalle mie parti una delegazione dell’Agenzia dei parchi degli Stati Uniti, incontrò i colleghi italiani e si meravigliò che da noi George Perkins Marsh, padre dell’ecologia prima che la stessa parola ecologia esistesse, fosse praticamente uno sconosciuto. Così lasciò in dono una ponderosa biografia. Però ci ho messo dieci anni per leggerla e per capire che questa era una storia da raccontare.

Se dovessi descrivere George con tre aggettivi, quali sarebbero e perché?

Curioso, perché senza la curiosità non si sarebbe mai posto le domande giuste. Irrequieto, di quell’irrequietezza che prova comunque a tenersi strette le cose che davvero contano. Pigro, intendendo quel genere di pigrizia che sa darsi molto daffare, non per ciò che da te pretendono ma per ciò che vuoi veramente. Inutile dire che in George ritrovo qualcosa di me. Anzi, chi mi conosce ha provato a stanarmi: parli di George o parli di te stesso?

Dalla narrazione emerge chiaramente come George sia stato un uomo che ha anticipato i tempi, sotto molteplici punti di vista. Secondo te, come avrebbe vissuto questi nostri anni e le crescenti preoccupazioni riguardanti l’ambiente?

Come uomo che per primo ha lanciato l’allarme sui cambiamenti climatici certo oggi sarebbe facile per lui constatare la correttezza dei suoi ragionamenti. Non credo però che sarebbe saltato su rivendicando le sue ragioni – stile l’avevo detto io – non era persona. Piuttosto con pragmatismo tutto americano si sarebbe rimboccato le maniche. E da qualche parte avrebbe cominciato. Magari senza scendere in piazza, semmai regalando un sorriso o un cenno di intesa ai ragazzi che oggi in tutto il mondo manifestano.

Nel libro racconti di esserti messo sulle tracce di George prima a Torino, poi nella tua Firenze. Che esperienza è stata?

Ho ritrovato le emozioni che altre volte ho vissuto quando ho deciso di ricostruire e raccontare la storia di altri persone più o meno nascoste nelle pieghe della grande Storia. Semmai questa volta ho sentito un’empatia più forte, che ha sconfinato in una sorta di immedesimazione. In ogni caso ho imparato che i luoghi che da una persona sono stati abitati o frequentati in qualche modo trattengono qualcosa di quella vita, anche se apparentemente non ne è rimasta traccia. E di un’altra cosa mi sono convinto: quando scegli di raccontare una vita prendi una decisione che non esaurisce gli effetti con la pubblicazione di un libro. Comincia una relazione che va avanti. Oggi di George so molto di più, grazie anche ad altre persone che con l’Ambasciatore delle foreste si sono riconosciute in una piccola comunità di affetti  e interessi.

Molti personaggi curiosi circondano George: qualcuno che ha suscitato il tuo interesse in modo particolare?

Non so se curioso sia la parola giusta, ma nel libro – e prima ancora nella vita di George – c’è una persona straordinaria, che forse meriterebbe un libro a parte. Caroline, la seconda moglie di George. Una donna notevolissima per spirito, intelligenza, anticonformismo: e per la verità è lei che ho conosciuto per prima, molti anni prima di imbattermi in George, grazie a un volume che raccoglieva pagine dei suoi diari relativi al periodo trascorso a Torino. Malgrado una malattia che l’ha segnata per tutta la vita Caroline era una donna coraggiosa e indipendente. Così come malgrado le rigidità e le ipocrisie dell’epoca George è stato un marito attento  e affettuoso.

Se ai lettori restasse in mente una sola cosa dopo la lettura de L’ambasciatore delle foreste, quale vorresti che fosse?

In realtà sono almeno due. Ovvero che la vita può prendere direzioni strane e impreviste, ma a volte è proprio questa la strada per diventare ciò che vogliamo. E poi, soprattutto per i più giovani: non è vero che non si possa fare niente. George era solo, nel secolo del Progresso che non ammetteva dubbi, eppure il suo messaggio ha lasciato un segno ed è stato raccolto. Vorrei che L’ambasciatore delle foreste fosse inteso come un libro sull’importanza delle parole – intendo le parole scritte – e su ciò che le parole possono mettere in movimento.



L’aria di Varsavia, cenere immateriale senza nome, uniforme, in cui la vita si dipana vociante ma come se fosse lontanissima, ha, nel momento in cui ci si ritrova in mezzo, un aspetto particolare, che ben si intona e si amalgama a quella che avverte essere come la sensazione che connota e caratterizza, in quel preciso momento, l’intera sua esistenza: qualcosa che non sa definire in altro modo che non con la parola inconsistenza. Non conta più il tono medio dei suoi giorni. Sente attorno a sé come se tutto si stesse svuotando; come se fosse in un gorgo. La vita è scivolata in uno stato di apnea; le cose appaiono traslucide, prive di sostanza, come quando nessuno rivolge loro lo sguardo. Sente di star diventando invisibile. Percepisce intorno a sé sempre di più una garbata e imperturbabile indifferenza. Ha l’idea che sia così da quando ha intravisto per la prima volta quella che chiama la parentesi aperta che ha dentro di sé da quando – non sa dire il momento esatto – lui se n’è andato: il calzino umido e appiccicoso del mondo ha cominciato a capovolgersi, sfilandosi dai suoi piedi indolenziti. È nudo a contatto col suolo…
L’Europa non è solo lo sfondo per il viaggio di ricerca del protagonista del romanzo, che si muove fra Varsavia, Berlino e l’Irlanda (ogni tanto emerge, dimensione ancestrale e vera e propria reminiscenza, anche la Toscana). È a sua volta una delle interpreti principali di questa narrazione simbolica, densa, intensa, raffinata e potente, che si dipana attraverso un numero abbondante di rimandi e citazioni classiche, che l’autore ha fatto sue, fondative nel proprio lessico familiare e della sua poetica. Giovanni Agnoloni, fiorentino, autore di molte pubblicazioni (questa è la sua prima, in ambito narrativo, non fantasy), dottore in Giurisprudenza, saggista esperto di Tolkien, di cui ha studiato le opere soprattutto dal punto di vista delle sue corrispondenze con altri autori, anche classici, racconta un percorso. Prendendo le mosse da un monologo interiore narra una storia privata che si riflette in quella collettiva: il viaggio è quello fatto da parte di un giovane e archetipico romanziere inquieto e in crisi, segnato dalla perdita di una persona amata e rinchiuso nel suo mondo interiore, che col passare del tempo però gli appare sempre meno rassicurante. Vuole conoscere e riconoscere, pure in tutto ciò che lo circonda, un padre scomparso, immergendosi nel passato, nella memoria, nel terreno delle sue radici identitarie e culturali. Ma la scomparsa di una persona è la scomparsa di un mondo, tutto quello che questi nel suo “piccolo” rappresenta, e oltre a misteri, enigmi e segreti, il protagonista incontra anche una donna, che incarna l’ispirazione, la musa: non può dunque rifiutare la presa di coscienza, la nuova consapevolezza necessaria per affrontare un tempo in cui tutto sembra lecito, specie l’illecito, appare scomparso un intero sistema di riferimenti e valori. Agnoloni riflette dunque così senza retorica e con profondità sull’alienazione dell’uomo nel tessuto sociale.

Erminio Fischetti



“Per me scrivere significa dar voce alla parte più profonda di me”. Intervista allo scrittore Giovanni Agnoloni

Ho conosciuto Giovanni Agnoloni in occasione dell’intervista che gli feci per Toscanalibri.it, relativa al Connettivismo, la corrente letteraria alla quale era ascrivibile il suo romanzo distopico “L’ultimo angolo di mondo finito” (Galaad Edizioni, 2017). Da allora ho seguito con interesse i numerosi eventi e le pubblicazioni di questo giovane scrittore di narrativa e saggistica, che è anche traduttore dall’inglese, dallo spagnolo, dal francese e dal portoghese e conosce correntemente anche il polacco. È indubbiamente un autore poliedrico, ma soprattutto un poliglotta e globetrotter, visto il suo amore per i viaggi e per i paesi del Nord Europa. Dice di sentirsi felice in Irlanda, è vissuto a lungo in Polonia, è di casa in Germania, ma vive a Firenze, a cui lo unisce un filo sottile eppure indissolubile. Forse per questo, il suo ultimo romanzo “Viale dei Silenzi” (Arkadia Edizioni, 2019) vede protagonista un uomo inquieto che si muove tra Polonia, Irlanda e Germania, nel tentativo «irrimandabile» (p. 10) di lasciare Firenze.

Viale dei Silenzi – Il romanzo si innesta sulla ricerca del padre, una figura evanescente eppure sempre presente nella mente dell’io narrante, così tanto che, persino inconsciamente, diviene punto di riferimento di ogni sua azione: «La scrivania, che spiccava col suo dignitoso marrone sull’indaco pallido della carta da parati, era in ordine: il portatile, il mio taccuino degli appunti, una penna. Non avevo mai perso l’abitudine di scrivere prima a mano. Era una necessità fisica, di contatto con le cose. Mi aiutava a sentire che la realtà era ancora solida, che il macrocontenitore in cui mi muovevo in cerca di un significato non era prossimo a sfaldarsi in un’entropia di calcinacci. Così, con una gradualità costante, quel libro era venuto prendendo forma. Un romanzo che avrebbe dovuto riguardare tutt’altro, ma che aveva finito per parlare di te. O forse con te.» (p. 9). E, come il dialogo col padre è pressoché inevitabile, altrettanto appare esserlo la presenza di Firenze, città rifuggita, le cui continue epifanie rendono questo romanzo affascinante per la capacità di rendere protagonista tutto ciò che si desidererebbe eludere. Forse per questo, a mio avviso, “Viale dei silenzi” è una quest avvincente, un tentativo di ritrovare se stessi attraverso la figura paterna e di sentire l’appartenenza alle proprie radici in un altrove – Polonia, Irlanda, Germania – conosciuto e amico, quanto straniero e distante dalla propria città che instancabilmente e immancabilmente continua ad apparire, improvvisa e imprevedibile, agli occhi dell’autore.

L’intervista

Giovanni, che cosa ha rappresentato per te scrivere “Viale dei silenzi”?

 È stata un’esperienza nuova rispetto al passato, perché si tratta del mio primo romanzo – parlando almeno di quelli editi – totalmente realistico, nel senso di “privo di aspetti distopici”. Nello scriverlo mi sono però reso conto che addentrarsi nei territori della memoria significa misurarsi con una serie di “demoni” – da intendersi sia in senso negativo, sia, socraticamente, come tramiti verso una comprensione più alta e complessiva delle cose – che appartengono a questo mondo, ma in realtà vanno anche oltre, se non altro nel senso che scendono nel nostro profondo. Con tutto ciò, come ho specificato nella pagina finale dei ringraziamenti, questo non è un romanzo autobiografico, perché, pur prendendo come spunti alcuni luoghi e momenti che ho vissuto e conosciuto personalmente, tratteggia una vicenda familiare del tutto altra da me. Ma certo ripercorrere nella finzione letteraria luoghi per me fortemente significativi come Varsavia, Berlino e Dublino è stata un’emozione speciale. Come guardarsi in uno specchio dopo tanto tempo e scoprirsi profondamente cambiati – tanto da non essere più “sé”, ma i personaggi e gli ambienti che formano la storia.

Chi è il lettore ideale di “Viale dei silenzi”?
Bella domanda. Mi verrebbe da rispondere “chiunque”, perché spero che lo leggano tutti. Ma cercherò di essere più preciso. È un libro che unisce le caratteristiche di una storia avvincente con i tratti tipici di un romanzo psicologico. Ed è scritto – come peraltro tutte le mie cose – con una mano che cerca di dosare semplicità e lirismo, per cui utilizzo sì espressioni poetiche, ma senza lasciar mai che prendano il sopravvento. Protagonisti devono sempre rimanere i personaggi, la storia e i luoghi. Perché, come giustamente ha detto lo scrittore Paolo Ciampi, co-direttore della collana “Senza rotta” che ospita il romanzo, questo è un libro di luoghi. I luoghi sono veri personaggi, che esplicano tutta la loro energia e la forza delle loro atmosfere. Per cui lo si può senz’altro considerare anche un romanzo di narrativa di viaggio, peraltro arricchito dalla presenza di una componente “investigativa” (o per lo meno di ricerca) che, se non lo rende un giallo in senso stretto, potrà sicuramente farlo amare pure dai fan di questo genere.

Può la scrittura essere ancora oggi un mezzo per raggiungere la parte più vera e più profonda del sé?
Assolutamente sì, come del resto ogni forma d’arte. Per me scrivere è sempre stato un momento essenziale di scavo interiore – e ripeto, non nel senso che nei miei libri parli di me, ma che quello che scrivo corrisponde ai percorsi di autoconoscenza che sto seguendo. Del resto, studio anche chitarra classica col Maestro Ganesh Del Vescovo, grandissimo compositore e cultore del suono, che mi ha permesso di addentarmi ancor più a fondo nelle potenzialità che questo ha di metterci in sintonia con la parte più intima e autentica di noi stessi, il Sé, appunto. Al contempo, sono da anni un fruitore della medicina olistica e vibrazionale, che ha come obiettivo la ricerca della salute attraverso l’individuazione e la realizzazione della vocazione più autentica della persona, e quindi il desiderio da attuare per la vita, che è appunto espressione del Sé. Quindi per me scrivere è sempre stato, ed è principalmente oggi, una ricerca artistica volta a dare voce alla parte più profonda di me, qualunque sia la forma esteriore che le mie storie assumono.

Serena Bedini



Sì, non c’è dubbio né altra definizione possibile o accettabile, è un vero e proprio brulicame quello che ha dinnanzi agli occhi. Un brulicame di volti assenti. Di visi disperati. Una fila interminabile di omini. Per giunta vestiti male. Ma certo di questo si deve dare colpa, per ognuno, alla rispettiva signora. Con loro lui non ha nulla a che spartire. Non lo conoscono. È alle poste di Porotto solo e soltanto per l’ennesima multa. La motivazione? Eccesso di velocità, in assoluto una fra le più banali. Le multe, se vengono pagate entro pochi giorni, costano leggermente meno. In realtà però lui pagherebbe anche il doppio se questo significasse poter evitare del tutto di recarsi all’ufficio postale. Suppone tuttavia che ci sia un metodo alternativo, ma va detto che la sua indomita pigrizia è tale che non ha la benché minima voglia nemmeno di mettersi a cercarlo. D’altro canto all’epoca è convinto di conoscere moltissime cose, anzi, di saperne già a sufficienza. Fatto sta che, proprio in quel momento, in quel contesto, in quella situazione, prova un assurdo e irrefrenabile desiderio: quello di mettersi a urlare in mezzo a tutti l’intero elenco dei nomi degli imperatori romani…

Giovane docente di italiano appassionato per sua stessa ammissione di musica (è cantautore), Fante, Moretti e Lynch, e non si fatica affatto a crederlo leggendo la sua prosa che, semplice ma compiuta, profonda e pluristratificata, è ricca di riferimenti, rimandi, reminiscenze e connessioni a molteplici discipline, Mattia Bortesi è originario di Sermide e Felonica. Si tratta di una località nell’estrema propaggine del Mantovano, provincia lombarda nelle cui scuole medie l’autore, dottore in Italianistica, insegna, tra Veneto ed Emilia-Romagna, dove organizza eventi letterari, una località lungo il grande fiume Po che Mario Soldati percorse anche dal punto di vista gastronomico con la sua inchiesta che rese celeberrima, tra l’altro, la salama da sugo. E il salame c’è anche nel titolo di questo bel romanzo di formazione, divertente, trascinante, pungente, credibile, esilarante ma anche dolente: il protagonista, di cui non sappiamo il nome, ma non è importante, perché è l’archetipo di una generazione alla quale è stato interamente sottratto il futuro, è un inetto, un inadatto alla vita, abita a Ferrara, in periferia, è convinto che a breve diventerà una star del pop e nel frattempo la sua esistenza è un continuo inanellare assurdità, illusioni, speranze frustrate, ironia involontaria, tra un bicchiere di vino e una birra, senza nemmeno la compagnia di qualche amico al bar con cui parlare di anarchia e di libertà, come cantava Gino Paoli. Un giorno però all’orizzonte spunta la bibliotecaria, Margherita, e forse per l’eterno bambino è arrivato il momento di diventare un po’ meno precario e finalmente adulto, almeno dal punto di vista emozionale e sentimentale.

Erminio Fischetti



L’ambasciatore delle foreste – Paolo Ciampi

Non è facile introdursi nella vita di un uomo appartenuto ad un’epoca passata, raccontarla, risparmiarla dal proprio giudizio di uomo moderno. Bisogna entrare in punta di piedi, osservarne ogni sfaccettatura, comprenderne i perché.

Paolo Ciampi si imbatte casualmente nella storia di George Perkins Marsh e con “L’ambasciatore delle foreste” (Ed. Arkadia, 2018) realizza un ritratto sincero e affettuoso di questo personaggio importante, stranamente poco noto. Nella biografia redatta da David Lowenthal, Perkins Marsh viene definito “Profeta della Conservazione”. Ciampi declina questo appellativo facendoci avvicinare a colui che divenne il padre dell’ecologia, quando questo termine ancora non aveva un significato concreto.

George, così amichevolmente chiamato dall’autore, nacque il 15 marzo 1801 a Woodstock, nel Vermont, a stretto contatto con i boschi. E i boschi lo accompagneranno sempre nella vita, in un modo o nell’altro. 

 “Un bosco vicino è come un libro da tenere sempre sul comodino, per ciò che ci può insegnare. Il senso del tempo, per esempio. Oppure la responsabilità nei confronti di questa vita e insieme la possibilità di una vita diversa.”

Non eccelse negli affari, registrando svariati fallimenti. Malgrado un’esistenza percorsa da lutti e difficoltà, prestò un onorevole servizio come diplomatico in rappresentanza degli Stati Uniti prima a Istanbul e poi in un’Italia appena nata, proprio mentre la sua terra si immergeva in una lacerante guerra di secessione. 

Ma un uomo non è fatto solo da un elenco di eventi o di occupazioni. Difatti George fu un instancabile viaggiatore, dotato di un “robusto appetito per ogni conoscenza” e, incarichi istituzionali a parte, rimase sempre “un acrobata in precario equilibrio. Sospeso tra la voglia di dare il meglio di sé e la voglia di fare altro”, ossia vedere il mondo e le sue meraviglie. 

 “A volte si sceglie, a volte ci si fa scegliere da un luogo di cui […] si intuisce il contorno delle possibilità che offre. Ovvero di un’altra possibilità di essere se stessi.”

Proprio dal suo amore per la Natura e dalle riflessioni svolte durante i suoi viaggi, nel 1864 nacque “L’uomo e la natura. La geografia fisica modificata per opera dell’uomo”. Impressionato dalle avvisaglie di distruzione emerse con l’avanzare del progresso nel XIX secolo, il lungimirante George ribaltò la prospettiva del suo tempo e indagò sulle responsabilità umane nei cambiamenti ambientali.

 “E’ l’apprendista stregone, l’uomo. Disperde spensieratamente ciò che gli è alleato, per scatenare ciò che è destinato a rivoltarglisi contro”.

Paolo Ciampi ci fa capire che, se è possibile definire il valore di una persona in base al contributo che ha lasciato al mondo, senza dubbio Perkins Marsh fu incredibilmente prezioso. La sua opera ebbe infatti un’eco immensa e originò un’attenzione verso la Natura che, nella seconda metà dell’800, si manifestò con la creazione dei primi parchi nazionali degli Stati Uniti. L’influenza positiva non si limitò al Nuovo Mondo, bensì si espanse ispirando numerosi provvedimenti a tutela dell’ambiente nei decenni a seguire, giungendo fino ai giorni nostri. Fu così che ciò che sta fuori acquisì sempre più importanza per il suo legame con ciò che sta dentro, nello spirito, e che per parlare di civiltà divenne imprescindibile il rispetto della Natura.

L’autore non nasconde il proprio punto di vista e conclude il quadro con un invito a non seppellire le idee di George, a donar loro concretezza, perché “amare gli alberi significa amare assai più che gli alberi”.

Giulia Suman



Giovanni Agnoloni, nato a Firenze nel 1976, è scrittore, traduttore letterario e blogger. Ha partecipato al romanzo collettivo Il postino di Mozzi, di Fernando Guglielmo Castanar (Arkadia Editore) ed è autore (per Galaad Edizioni) di una quadrilogia di romanzi distopico-filosofici sul tema di un ipotetico crollo di Internet (Sentieri di notte, Partita di anime, La casa degli anonimi e L’ultimo angolo di mondo finito), parzialmente pubblicata anche in Spagna e Polonia. Come saggista ha scritto, curato e tradotto diversi volumi imperniati sulle opere di J.R.R. Tolkien. Ha inoltre tradotto o cotradotto saggi su William Shakespeare e Roberto Bolaño e libri di vari autori, tra cui Jorge Mario Bergoglio, Amir Valle e Peter Straub. Suoi articoli, recensioni e interviste compaiono sui blog “La Poesia e lo Spirito”, “Lankenauta”, “Poesia” e “Postpopuli”. Il suo sito è www.giovanniagnoloni.com. 



Arkadia Editore

Arkadia Editore è una realtà nuova che si basa però su professionalità consolidate. Un modo come un altro di conservare attraverso il cambiamento i tratti distintivi di un amore e di una passione che ci contraddistingue da sempre.

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