Stefano Zangrando “I padri si saltano”
Il romanzo dimostra come si possa scrivere di musica senza parlarne troppo esplicitamente
Stefano Zangrando è uno scrittore bolzanino, naturalizzato roveretano. “I padri si saltano” è il suo ultimo romanzo, pubblicato da Arkadia/Eclypse il 21 novembre 2025 e non è un libro sulla musica in senso stretto. Scriverne qui potrebbe apparire forzato, ma l’opera merita un posto importante su queste pagine, per almeno due motivi. Il primo è che dimostra come si possa scrivere di musica senza parlarne troppo esplicitamente; il secondo è che al lettore attento non sfuggirà che il romanzo è una grande metafora che può riferirsi proprio alla musica. Nel 1983, John Diamond affermò che l’energia vitale di un musicista influenza in maniera diretta la sua performance, con una frase divenuta celebre: “As in life, so in music.” Un anno dopo, David Tame la ribaltò, trasformandola nel titolo di uno dei capitoli del suo “The Secret Power of Music”. Il concetto divenne: “As in music, so in life”, implicando che la musica che ascoltiamo influenza ciò che siamo. Non solo a livello individuale, ma anche la società in cui viviamo.
L’idea non è nuova, e bene lo sapeva Franz Kafka, che poco prima di dissolversi scrisse “Giuseppina la cantante, ovvero il popolo dei topi”, uno dei suoi racconti più sconcertanti e visionari. Il racconto non era solo un testo apologetico verso l’arte in un’epoca di incertezze e paure (come il nostro presente), ma anche la rappresentazione disincantata dell’alienazione e del grigiore della contemporaneità. Il paragone con “I padri si saltano”, al netto delle differenze stilistiche degli autori, non è azzardato. Zangrando è una penna assai abile, ma misurata e profonda, e la rara chiarezza del suo stile testimonia la sua intimità con la parola scritta. Ci regala un romanzo che si snoda intorno a una storia surreale, alla ricerca della risposta a una domanda non scontata: “Quanto ci portiamo dentro, di chi ci ha preceduto?” In particolare, dei nostri padri, che hanno contribuito a definire il nostro aspetto fisico così come il nostro carattere.
Uno dei due protagonisti, Diego Verun, è un tranquillo insegnante che conduce una tranquilla esistenza in una tranquilla cittadina del Trentino. Nello straniante isolamento pandemico del 2020, viene contattato sui social da uno sfuggente personaggio che si presenta con il nome di Magra Sorte. Diego fatica a ricollegarlo all’ex-musicista e dj che aveva incrociato di sfuggita a Berlino, molti anni prima. Il misterioso interlocutore si chiama in realtà Eritreo Scheinwindl, e vive su una barca attraccata nel porto di Cagliari. Ha bisogno di un’autobiografia, e chiede a Diego di essere il suo ghostwriter. Il bisogno deriva da una condizione tanto inquietante quanto improbabile: vuole lasciare un segno, perché il suo corpo si sta dissolvendo. Un’offerta economica allettante e la coincidenza del lockdown convincono Diego ad accettare l’incarico. Portarlo a termine sarà più difficile del previsto, tra sessioni online che si trasformano in ossessioni e nella narrazione di frammenti di vita disturbanti, contorsioni genealogiche talora agghiaccianti, perdite di identità che sono tragedie annunciate. A connettere tutto, un collegamento interrotto di Eritreo con il padre, che mai lo ha riconosciuto. Il lavoro si trasforma in una resa dei conti che obbliga entrambi i protagonisti a confrontarsi con se stessi e con i propri lati oscuri. La tranquilla normalità di Diego si incrina, prima, per sgretolarsi poi. Due vite che si incrociano diventano occasione di confronto con la Storia: la propria e quella collettiva.
Al di là dei trascorsi di Magra Sorte, fin qui non sembra esserci grande connessione con il mondo della musica, ma non è così. Il romanzo si inerpica – talvolta precipita – lungo un binario doppio, al punto che non è sempre immediato capire quale tra i due personaggi principali stia parlando. Allo stesso modo, è duplice il livello di lettura: la storia, alla stregua della musica, è in fondo un pretesto per scrutare nell’abisso che siamo. Accade così che la musica attraversi tutta la trama del romanzo, emergendo però quando uno meno se lo aspetta, a creare una colonna sonora immaginaria che incornicia la narrazione. In particolare, alcuni passaggi sono significativi.
Per esempio, il riemergere del ricordo di un’assemblea concerto degli anni Ottanta porta Diego a scoprire che Magra/Eritreo aveva dato fuoco alla propria chitarra, come un novello e improbabile Jimi Hendrix. È la descrizione di un gesto artistico che contribuisce a tracciare il profilo di un personaggio tanto inquieto quanto sfuggente. Con un dettaglio: in quell’assemblea, il protagonista in dissoluzione aveva suonato anche “With or Without You” degli U2. Con te? Senza di te? La presenza è un gatto di Schrödinger, e ha un nome in codice: 1564. Se preferite, I-V-VI-IV. È una progressione armonica, che potrebbe declinarsi, per esempio, nella sequenza di accordi DO-SOL-La minore-FA. La canzone di Bono & C è costruita su un giro armonico così comune che si potrebbe concepire un concerto con trenta canzoni diverse, tutte famosissime, suonate su questa sequenza che si ripete all’infinito: tutte uguali, tutte diverse. Già questo è abissale.
Magra/Eritreo inizia a suonare grazie a una chitarra mutuata in qualche modo dalla parrocchia. Tramite di un amico più grande, incontra la musica di De Gregori così come quella dei Depeche Mode, e il suo gusto si evolve in fretta. Grazie ad attività variamente illegali, che arrivano a sfociare nel piccolo terrorismo, acquista una chitarra propria, un amplificatore, un multi-effetto. Il motivo è quasi scontato: “Fare un po’ di casino, sostenendo una piccola lotta di liberazione”. As in life, so in music – As in music, so in life, in pratica. Breve, a quel punto, il passo verso la musica ambient e il luddismo incendiario verso la sua chitarra, ma anche verso un primo disfacimento: Magra/Eritreo smetterà di suonare in pubblico e coltiverà il proprio demone in solitudine. Lì si apre la diga: esonda il grunge, negazione del virtuosismo che egli, forse senza rendersene conto, ricercava; dilaga l’elettro-pop, che lo scuote fino a portarlo a dedicarsi a un sintetizzatore che gli permetta di avvicinarsi alle sonorità dei Depeche Mode. A quel punto emerge in lui un tratto comune a molti artisti: la reticenza a suonare, anche solo per divertimento. L’autore lo descrive meglio di quanto questo recensore potrebbe mai fare: “In Eritreo, la voglia di emozionare schiacciava quella di divertirsi, e il timore di non riuscirci finiva per inibirlo, rivelandosi controproducente per le sue stesse composizioni”. Un inconscio auto-sabotaggio.
In cinque pagine, a metà libro, il rapporto tra il protagonista e la musica si chiarisce del tutto. Magra/Eritreo sente spinte verso il distacco dalla propria terra, l’Alto Adige, che come nessun’altra provincia italiana è divisa in due: dalla lingua, ma anche da antiche e forse irrisolvibili lacerazioni sociali tra gruppi etnici. Bologna lo chiama, e Magra/Eritreo decide di dire addio al luogo dove è nato convocando i suoi compagni di musica in una baita nel bosco. Un simbolo di altoatesinità, ma anche un tuffo nel passato, caratterizzato dall’ascolto di brani inconfessabili, adatti per bambini che non hanno ancora compreso che la musica può essere anche altro. In quella notte trasfigurata sfilano dunque “Gioca Jouer”, “Tanz Bambolina”, “Poison”, anche “You Spin Me Round”. Su quale progressione? 1564, all’infinito. Tranne l’ultima canzone, che strizza invece l’occhio alla fluidità di genere, una diversità tra tante che Magra/Eritreo si è trovato addosso. La progressione più amata del pop è un modulo che ritorna ed evoca passaggi: nel 1564 nascono Shakespeare e Galileo, muore Michelangelo. Come dire, addio titanismo, entrino psicologia, scienza, manierismo. Si conclude anche il Concilio di Trento, un’influenza strutturale a lungo termine sulla provincia estrema dell’impero in cui il protagonista ha avuto la magra sorte di venire al mondo. Tra birre e sostanze tossiche, un brano risuona nella baita che pare il diorama dell’addio di Scheinwindl. Definirlo trash è cortesia: “A me mi torna in mente una canzone”, leggendaria e inqualificabile discesa di Gigi Sabani nel grande circo della melodia. Un brano, però, che parla di un padre, che contiene uno jodel, elementi dai quali il protagonista disperatamente tenta la fuga. E poi, la svolta: quasi dal nulla compare una cassetta, senza etichetta e senza titolo, che contiene le sue sperimentazioni sonore, lontanissime dal 1564, dai padri culturali dell’Occidente, dal Concilio di Trento, da tutto. Mentre la compagnia sprofonda in visioni allucinate provocate da funghi secchi sfoderati al momento giusto, la musica torna a essere ciò che deve essere: la chiave per non-comprendere, ma anche per accettare le solitudini individuali; l’acqua che scioglie le maschere.
Magra/Eritreo non può restare nel 1564 che ammorba tutto. Pronuncia parole di fuoco sull’appiattimento della musica commerciale, dovuto anche al fatto, dimostrato dalle neuroscienze, che quella progressione entra dritta nel cervello e da lì nelle vene, simbolo ultimo di facile fruibilità e di consumismo. In ultima analisi, è la progressione del vuoto e della dissoluzione che derivano dall’omologazione. Vivere all’esterno dell’armonia dominante, per il protagonista, è l’unica via per lenire il dolore di non essere stato riconosciuto da chi lo ha generato. Anzi, come lui stesso dice, di essere stato oggetto di un tentativo di cancellazione che, in perfetta antitesi con la teoria del contrappasso, diventa la pena da scontare per un peccato commesso da altri. Scheinwindl si dissolverà, alla fine, pagando un prezzo altissimo per non essersi mai materializzato davvero. La sua disperata necessità di lasciare un segno è quella di un uomo che, pur avendo emesso suoni di ogni genere nella sua vita, li vede svanire. Ecco dunque illuminarsi il paradosso dell’incontro a Berlino tra due individui apparentemente dissimili ma accomunati dallo stesso disagio, che si incrociano casualmente nella città-simbolo della divisione più crudele della Storia. Un incontro consumatosi, chissà, forse nel momento in cui più a Sud, a Düsseldorf, gli immensi Propaganda reinventano l’industrial-pop, intingendolo nell’intellettualismo, citando Edgar Allan Poe e la sua “A Dream Within a Dream”, che è in fondo esattamente ciò che Diego e Magra/Eritreo si trovano ad affrontare. Finiranno, metaforicamente, per dissolversi l’uno nell’altro, come Rael e suo fratello John in “The Lamb Lies Down on Broadway”: “Qualcosa è cambiato: quello non è il tuo volto! È il mio!”
Leggete “I padri si saltano”. Vi ci ritroverete, con le vostre canzoni, qualsiasi esse siano, nella danza che passa dall’uno al cinque, poi al sei e al quattro; oppure, con un balzo, ne esce totalmente. E svanisce.
Marco Olivotto
La recensione su Rock Nation