Senza rotta


L’aria di Varsavia, cenere immateriale senza nome, uniforme, in cui la vita si dipana vociante ma come se fosse lontanissima, ha, nel momento in cui ci si ritrova in mezzo, un aspetto particolare, che ben si intona e si amalgama a quella che avverte essere come la sensazione che connota e caratterizza, in quel preciso momento, l’intera sua esistenza: qualcosa che non sa definire in altro modo che non con la parola inconsistenza. Non conta più il tono medio dei suoi giorni. Sente attorno a sé come se tutto si stesse svuotando; come se fosse in un gorgo. La vita è scivolata in uno stato di apnea; le cose appaiono traslucide, prive di sostanza, come quando nessuno rivolge loro lo sguardo. Sente di star diventando invisibile. Percepisce intorno a sé sempre di più una garbata e imperturbabile indifferenza. Ha l’idea che sia così da quando ha intravisto per la prima volta quella che chiama la parentesi aperta che ha dentro di sé da quando – non sa dire il momento esatto – lui se n’è andato: il calzino umido e appiccicoso del mondo ha cominciato a capovolgersi, sfilandosi dai suoi piedi indolenziti. È nudo a contatto col suolo…
L’Europa non è solo lo sfondo per il viaggio di ricerca del protagonista del romanzo, che si muove fra Varsavia, Berlino e l’Irlanda (ogni tanto emerge, dimensione ancestrale e vera e propria reminiscenza, anche la Toscana). È a sua volta una delle interpreti principali di questa narrazione simbolica, densa, intensa, raffinata e potente, che si dipana attraverso un numero abbondante di rimandi e citazioni classiche, che l’autore ha fatto sue, fondative nel proprio lessico familiare e della sua poetica. Giovanni Agnoloni, fiorentino, autore di molte pubblicazioni (questa è la sua prima, in ambito narrativo, non fantasy), dottore in Giurisprudenza, saggista esperto di Tolkien, di cui ha studiato le opere soprattutto dal punto di vista delle sue corrispondenze con altri autori, anche classici, racconta un percorso. Prendendo le mosse da un monologo interiore narra una storia privata che si riflette in quella collettiva: il viaggio è quello fatto da parte di un giovane e archetipico romanziere inquieto e in crisi, segnato dalla perdita di una persona amata e rinchiuso nel suo mondo interiore, che col passare del tempo però gli appare sempre meno rassicurante. Vuole conoscere e riconoscere, pure in tutto ciò che lo circonda, un padre scomparso, immergendosi nel passato, nella memoria, nel terreno delle sue radici identitarie e culturali. Ma la scomparsa di una persona è la scomparsa di un mondo, tutto quello che questi nel suo “piccolo” rappresenta, e oltre a misteri, enigmi e segreti, il protagonista incontra anche una donna, che incarna l’ispirazione, la musa: non può dunque rifiutare la presa di coscienza, la nuova consapevolezza necessaria per affrontare un tempo in cui tutto sembra lecito, specie l’illecito, appare scomparso un intero sistema di riferimenti e valori. Agnoloni riflette dunque così senza retorica e con profondità sull’alienazione dell’uomo nel tessuto sociale.

Erminio Fischetti



“Per me scrivere significa dar voce alla parte più profonda di me”. Intervista allo scrittore Giovanni Agnoloni

Ho conosciuto Giovanni Agnoloni in occasione dell’intervista che gli feci per Toscanalibri.it, relativa al Connettivismo, la corrente letteraria alla quale era ascrivibile il suo romanzo distopico “L’ultimo angolo di mondo finito” (Galaad Edizioni, 2017). Da allora ho seguito con interesse i numerosi eventi e le pubblicazioni di questo giovane scrittore di narrativa e saggistica, che è anche traduttore dall’inglese, dallo spagnolo, dal francese e dal portoghese e conosce correntemente anche il polacco. È indubbiamente un autore poliedrico, ma soprattutto un poliglotta e globetrotter, visto il suo amore per i viaggi e per i paesi del Nord Europa. Dice di sentirsi felice in Irlanda, è vissuto a lungo in Polonia, è di casa in Germania, ma vive a Firenze, a cui lo unisce un filo sottile eppure indissolubile. Forse per questo, il suo ultimo romanzo “Viale dei Silenzi” (Arkadia Edizioni, 2019) vede protagonista un uomo inquieto che si muove tra Polonia, Irlanda e Germania, nel tentativo «irrimandabile» (p. 10) di lasciare Firenze.

Viale dei Silenzi – Il romanzo si innesta sulla ricerca del padre, una figura evanescente eppure sempre presente nella mente dell’io narrante, così tanto che, persino inconsciamente, diviene punto di riferimento di ogni sua azione: «La scrivania, che spiccava col suo dignitoso marrone sull’indaco pallido della carta da parati, era in ordine: il portatile, il mio taccuino degli appunti, una penna. Non avevo mai perso l’abitudine di scrivere prima a mano. Era una necessità fisica, di contatto con le cose. Mi aiutava a sentire che la realtà era ancora solida, che il macrocontenitore in cui mi muovevo in cerca di un significato non era prossimo a sfaldarsi in un’entropia di calcinacci. Così, con una gradualità costante, quel libro era venuto prendendo forma. Un romanzo che avrebbe dovuto riguardare tutt’altro, ma che aveva finito per parlare di te. O forse con te.» (p. 9). E, come il dialogo col padre è pressoché inevitabile, altrettanto appare esserlo la presenza di Firenze, città rifuggita, le cui continue epifanie rendono questo romanzo affascinante per la capacità di rendere protagonista tutto ciò che si desidererebbe eludere. Forse per questo, a mio avviso, “Viale dei silenzi” è una quest avvincente, un tentativo di ritrovare se stessi attraverso la figura paterna e di sentire l’appartenenza alle proprie radici in un altrove – Polonia, Irlanda, Germania – conosciuto e amico, quanto straniero e distante dalla propria città che instancabilmente e immancabilmente continua ad apparire, improvvisa e imprevedibile, agli occhi dell’autore.

L’intervista

Giovanni, che cosa ha rappresentato per te scrivere “Viale dei silenzi”?

 È stata un’esperienza nuova rispetto al passato, perché si tratta del mio primo romanzo – parlando almeno di quelli editi – totalmente realistico, nel senso di “privo di aspetti distopici”. Nello scriverlo mi sono però reso conto che addentrarsi nei territori della memoria significa misurarsi con una serie di “demoni” – da intendersi sia in senso negativo, sia, socraticamente, come tramiti verso una comprensione più alta e complessiva delle cose – che appartengono a questo mondo, ma in realtà vanno anche oltre, se non altro nel senso che scendono nel nostro profondo. Con tutto ciò, come ho specificato nella pagina finale dei ringraziamenti, questo non è un romanzo autobiografico, perché, pur prendendo come spunti alcuni luoghi e momenti che ho vissuto e conosciuto personalmente, tratteggia una vicenda familiare del tutto altra da me. Ma certo ripercorrere nella finzione letteraria luoghi per me fortemente significativi come Varsavia, Berlino e Dublino è stata un’emozione speciale. Come guardarsi in uno specchio dopo tanto tempo e scoprirsi profondamente cambiati – tanto da non essere più “sé”, ma i personaggi e gli ambienti che formano la storia.

Chi è il lettore ideale di “Viale dei silenzi”?
Bella domanda. Mi verrebbe da rispondere “chiunque”, perché spero che lo leggano tutti. Ma cercherò di essere più preciso. È un libro che unisce le caratteristiche di una storia avvincente con i tratti tipici di un romanzo psicologico. Ed è scritto – come peraltro tutte le mie cose – con una mano che cerca di dosare semplicità e lirismo, per cui utilizzo sì espressioni poetiche, ma senza lasciar mai che prendano il sopravvento. Protagonisti devono sempre rimanere i personaggi, la storia e i luoghi. Perché, come giustamente ha detto lo scrittore Paolo Ciampi, co-direttore della collana “Senza rotta” che ospita il romanzo, questo è un libro di luoghi. I luoghi sono veri personaggi, che esplicano tutta la loro energia e la forza delle loro atmosfere. Per cui lo si può senz’altro considerare anche un romanzo di narrativa di viaggio, peraltro arricchito dalla presenza di una componente “investigativa” (o per lo meno di ricerca) che, se non lo rende un giallo in senso stretto, potrà sicuramente farlo amare pure dai fan di questo genere.

Può la scrittura essere ancora oggi un mezzo per raggiungere la parte più vera e più profonda del sé?
Assolutamente sì, come del resto ogni forma d’arte. Per me scrivere è sempre stato un momento essenziale di scavo interiore – e ripeto, non nel senso che nei miei libri parli di me, ma che quello che scrivo corrisponde ai percorsi di autoconoscenza che sto seguendo. Del resto, studio anche chitarra classica col Maestro Ganesh Del Vescovo, grandissimo compositore e cultore del suono, che mi ha permesso di addentarmi ancor più a fondo nelle potenzialità che questo ha di metterci in sintonia con la parte più intima e autentica di noi stessi, il Sé, appunto. Al contempo, sono da anni un fruitore della medicina olistica e vibrazionale, che ha come obiettivo la ricerca della salute attraverso l’individuazione e la realizzazione della vocazione più autentica della persona, e quindi il desiderio da attuare per la vita, che è appunto espressione del Sé. Quindi per me scrivere è sempre stato, ed è principalmente oggi, una ricerca artistica volta a dare voce alla parte più profonda di me, qualunque sia la forma esteriore che le mie storie assumono.

Serena Bedini



Sì, non c’è dubbio né altra definizione possibile o accettabile, è un vero e proprio brulicame quello che ha dinnanzi agli occhi. Un brulicame di volti assenti. Di visi disperati. Una fila interminabile di omini. Per giunta vestiti male. Ma certo di questo si deve dare colpa, per ognuno, alla rispettiva signora. Con loro lui non ha nulla a che spartire. Non lo conoscono. È alle poste di Porotto solo e soltanto per l’ennesima multa. La motivazione? Eccesso di velocità, in assoluto una fra le più banali. Le multe, se vengono pagate entro pochi giorni, costano leggermente meno. In realtà però lui pagherebbe anche il doppio se questo significasse poter evitare del tutto di recarsi all’ufficio postale. Suppone tuttavia che ci sia un metodo alternativo, ma va detto che la sua indomita pigrizia è tale che non ha la benché minima voglia nemmeno di mettersi a cercarlo. D’altro canto all’epoca è convinto di conoscere moltissime cose, anzi, di saperne già a sufficienza. Fatto sta che, proprio in quel momento, in quel contesto, in quella situazione, prova un assurdo e irrefrenabile desiderio: quello di mettersi a urlare in mezzo a tutti l’intero elenco dei nomi degli imperatori romani…

Giovane docente di italiano appassionato per sua stessa ammissione di musica (è cantautore), Fante, Moretti e Lynch, e non si fatica affatto a crederlo leggendo la sua prosa che, semplice ma compiuta, profonda e pluristratificata, è ricca di riferimenti, rimandi, reminiscenze e connessioni a molteplici discipline, Mattia Bortesi è originario di Sermide e Felonica. Si tratta di una località nell’estrema propaggine del Mantovano, provincia lombarda nelle cui scuole medie l’autore, dottore in Italianistica, insegna, tra Veneto ed Emilia-Romagna, dove organizza eventi letterari, una località lungo il grande fiume Po che Mario Soldati percorse anche dal punto di vista gastronomico con la sua inchiesta che rese celeberrima, tra l’altro, la salama da sugo. E il salame c’è anche nel titolo di questo bel romanzo di formazione, divertente, trascinante, pungente, credibile, esilarante ma anche dolente: il protagonista, di cui non sappiamo il nome, ma non è importante, perché è l’archetipo di una generazione alla quale è stato interamente sottratto il futuro, è un inetto, un inadatto alla vita, abita a Ferrara, in periferia, è convinto che a breve diventerà una star del pop e nel frattempo la sua esistenza è un continuo inanellare assurdità, illusioni, speranze frustrate, ironia involontaria, tra un bicchiere di vino e una birra, senza nemmeno la compagnia di qualche amico al bar con cui parlare di anarchia e di libertà, come cantava Gino Paoli. Un giorno però all’orizzonte spunta la bibliotecaria, Margherita, e forse per l’eterno bambino è arrivato il momento di diventare un po’ meno precario e finalmente adulto, almeno dal punto di vista emozionale e sentimentale.

Erminio Fischetti



L’ambasciatore delle foreste – Paolo Ciampi

Non è facile introdursi nella vita di un uomo appartenuto ad un’epoca passata, raccontarla, risparmiarla dal proprio giudizio di uomo moderno. Bisogna entrare in punta di piedi, osservarne ogni sfaccettatura, comprenderne i perché.

Paolo Ciampi si imbatte casualmente nella storia di George Perkins Marsh e con “L’ambasciatore delle foreste” (Ed. Arkadia, 2018) realizza un ritratto sincero e affettuoso di questo personaggio importante, stranamente poco noto. Nella biografia redatta da David Lowenthal, Perkins Marsh viene definito “Profeta della Conservazione”. Ciampi declina questo appellativo facendoci avvicinare a colui che divenne il padre dell’ecologia, quando questo termine ancora non aveva un significato concreto.

George, così amichevolmente chiamato dall’autore, nacque il 15 marzo 1801 a Woodstock, nel Vermont, a stretto contatto con i boschi. E i boschi lo accompagneranno sempre nella vita, in un modo o nell’altro. 

 “Un bosco vicino è come un libro da tenere sempre sul comodino, per ciò che ci può insegnare. Il senso del tempo, per esempio. Oppure la responsabilità nei confronti di questa vita e insieme la possibilità di una vita diversa.”

Non eccelse negli affari, registrando svariati fallimenti. Malgrado un’esistenza percorsa da lutti e difficoltà, prestò un onorevole servizio come diplomatico in rappresentanza degli Stati Uniti prima a Istanbul e poi in un’Italia appena nata, proprio mentre la sua terra si immergeva in una lacerante guerra di secessione. 

Ma un uomo non è fatto solo da un elenco di eventi o di occupazioni. Difatti George fu un instancabile viaggiatore, dotato di un “robusto appetito per ogni conoscenza” e, incarichi istituzionali a parte, rimase sempre “un acrobata in precario equilibrio. Sospeso tra la voglia di dare il meglio di sé e la voglia di fare altro”, ossia vedere il mondo e le sue meraviglie. 

 “A volte si sceglie, a volte ci si fa scegliere da un luogo di cui […] si intuisce il contorno delle possibilità che offre. Ovvero di un’altra possibilità di essere se stessi.”

Proprio dal suo amore per la Natura e dalle riflessioni svolte durante i suoi viaggi, nel 1864 nacque “L’uomo e la natura. La geografia fisica modificata per opera dell’uomo”. Impressionato dalle avvisaglie di distruzione emerse con l’avanzare del progresso nel XIX secolo, il lungimirante George ribaltò la prospettiva del suo tempo e indagò sulle responsabilità umane nei cambiamenti ambientali.

 “E’ l’apprendista stregone, l’uomo. Disperde spensieratamente ciò che gli è alleato, per scatenare ciò che è destinato a rivoltarglisi contro”.

Paolo Ciampi ci fa capire che, se è possibile definire il valore di una persona in base al contributo che ha lasciato al mondo, senza dubbio Perkins Marsh fu incredibilmente prezioso. La sua opera ebbe infatti un’eco immensa e originò un’attenzione verso la Natura che, nella seconda metà dell’800, si manifestò con la creazione dei primi parchi nazionali degli Stati Uniti. L’influenza positiva non si limitò al Nuovo Mondo, bensì si espanse ispirando numerosi provvedimenti a tutela dell’ambiente nei decenni a seguire, giungendo fino ai giorni nostri. Fu così che ciò che sta fuori acquisì sempre più importanza per il suo legame con ciò che sta dentro, nello spirito, e che per parlare di civiltà divenne imprescindibile il rispetto della Natura.

L’autore non nasconde il proprio punto di vista e conclude il quadro con un invito a non seppellire le idee di George, a donar loro concretezza, perché “amare gli alberi significa amare assai più che gli alberi”.

Giulia Suman



Giovanni Agnoloni, nato a Firenze nel 1976, è scrittore, traduttore letterario e blogger. Ha partecipato al romanzo collettivo Il postino di Mozzi, di Fernando Guglielmo Castanar (Arkadia Editore) ed è autore (per Galaad Edizioni) di una quadrilogia di romanzi distopico-filosofici sul tema di un ipotetico crollo di Internet (Sentieri di notte, Partita di anime, La casa degli anonimi e L’ultimo angolo di mondo finito), parzialmente pubblicata anche in Spagna e Polonia. Come saggista ha scritto, curato e tradotto diversi volumi imperniati sulle opere di J.R.R. Tolkien. Ha inoltre tradotto o cotradotto saggi su William Shakespeare e Roberto Bolaño e libri di vari autori, tra cui Jorge Mario Bergoglio, Amir Valle e Peter Straub. Suoi articoli, recensioni e interviste compaiono sui blog “La Poesia e lo Spirito”, “Lankenauta”, “Poesia” e “Postpopuli”. Il suo sito è www.giovanniagnoloni.com. 



Mattia Bortesi ha 30 anni e insegna italiano nelle scuole medie della provincia di Mantova. Dopo la laurea in Italianistica, conseguita all’Università Alma Mater Studiorum di Bologna, propone da qualche anno presso associazioni culturali, una sua personale Lectura Dantis, incentrata sull’Inferno dantesco. Mattia Bortesi collabora, nel suo paese, Sermide e Felonica, all’organizzazione di eventi letterari. Ama fare passeggiate lungo l’argine del fiume Po e suonare la chitarra nel suo progetto cantautorale, Matija. Le sue passioni sono i film di Nanni Moretti e di David Lynch e i romanzi di John Fante. Sound of salame è il suo romanzo d’esordio.



Il postino di Mozzi

Si presenta senza troppe incertezze come l’autore delle sottrazioni. Mette in chiaro le regole, si tratta di corpi, e decide di rivelarne subito tre, per dimostrare la veridicità di quanto sta confessando. Tranquilli, i corpi in questione sono lettere, inviate quando ancora non esisteva la più comoda posta elettronica, oppure brevi estratti di romanzi; nel caso di raccolte di racconti, si è concesso il lusso di sceglierne uno, esemplificativo. L’intero processo potrebbe essere definito come “una solida operazione di sottrazione”, perpetrata per anni, con coscienza e metodo, dal postino di Giulio Mozzi nei confronti di Giulio Mozzi stesso e relativa alla sua corrispondenza. La cosa ha richiesto una certa abilità nel non farsi scoprire, la ricerca di cantieri o luoghi sperduti dove nascondere i plichi numerosi che arrivavano all’indirizzo del famoso talent scout letterario padovano; anche l’archivio degli innumerevoli file degli aspiranti scrittori non è stato semplice, a volte ha dovuto perfino – non poteva esimersi! – rispondere a qualche autore. Eppure, come ogni carriera che si rispetti, tutto ha un fine e in questo caso la fine è la pensione. Il postino ha, infatti, ricevuto la notizia che a breve terminerà il suo servizio alle poste italiane e quindi non si potrà più presentare all’indirizzo di Mozzi, con alcune buste sottomano da fargli firmare e altre nascoste sotto la giacca da rileggere a casa…
Libro particolarissimo, questo di Castanar, autore misterioso (dietro il cui nome esotico si nasconde un collettivo di scrittura) che in quarta di copertina viene presentato come “scrittore pensionato del Nord”. In realtà gli autori sono molteplici: Giovanni Agnoloni, Franco Arminio, Riccardo De Gennaro, Valentina Di Cesare, Marino Magliani, Alessandro Zaccuri e lo stesso Giulio Mozzi solo per citarne alcuni, ma sono molti altri, e sono tutti accomunati dal fatto che alcune loro “cose” sono state sottratte dal postino di Giulio Mozzi prima di arrivare alla loro corretta destinazione. Si crea così una panoramica, divertente e amara, del mondo sempre più faticoso, ricco, affollato e, volte, arrabbiato degli aspiranti scrittori, che riversano ogni loro speranza in Giulio Mozzi, anche lui sinceramente divorato dal dubbio di saper riconoscere il talento nelle persone che gli si affidano e di non farsi illudere, o deludere, da quei pochi, pochissimi che può e sente di dover aiutare. E se all’inizio si percepisce scientemente questo gioco narrativo, poi ci si addentra in un dedalo di rimandi e incastri nei quali ci perde volentieri per arrivare alla fine e chiedersi: ma che diavolo ho letto? Dove sta la verità? Ebbene, non lo so. Ma è questo il bello della raccolta di racconti/lettere/stralci di romanzi presentati da un pazzo postino – anche lui scrittore in cerca di riconoscimento – che è arrivato a introdursi nella casa di Mozzi mentre questi era in vacanza. Divertissement consigliatissimo a tutti gli aspiranti scrittori (ma non emulate il postino!).

Raffaella Romano



Arkadia Editore

Arkadia Editore è una realtà nuova che si basa però su professionalità consolidate. Un modo come un altro di conservare attraverso il cambiamento i tratti distintivi di un amore e di una passione che ci contraddistingue da sempre.

P.iva: 03226920928




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