Rinascere correndo. La maratona come metafora della vita
Nel romanzo di Manunza, “In equilibrio sulla linea azzurra”, un’intera esistenza ripercorsa lungo i tormentati 42 km della corsa di New York, la più affascinante del mondo
È significativo il titoletto del primo paragrafo: 42,195 km all’arrivo. Non partecipare, è arrivare che conta poiché è al termine di quei lunghi e sofferti chilometri che l’uomo si compirà, nella rinascita totale di sé, nella nuova vita che sta per iniziare, oltre la perdizione sfiorata, oltre la rivelazione di segreti taciuti. La maratona di New York, la più affascinante del mondo, è l’ultima grande fatica che Fortuna, Damiano Fortuna, deve chiudere, possibilmente sotto le tre ore, per nascere una seconda volta. Il romanzo di esordio di Valter Manunza (Arkadia Editore) “In equilibrio sulla linea azzurra” è un viaggio nella testa di un uomo mentre corre e soffre – senza violare il divieto di mettersi a camminare – per giungere al traguardo della nuova vita, di una famiglia finalmente compiuta, di amore di figlio, padre, amante, di tutto ciò che Fortuna ha evitato di essere ma di cui, di là da obblighi e definizioni, è felicemente colmo. Dunque non è più tempo di scappare. Correre sì, non scappare. Correre verso e non contro.
Un libro a paragrafi, appunto, non capitoli, in cui si alternano il racconto della sfida del maratoneta e quello della vita dell’uomo che corre. Vi siete mai chiesti cosa pensa un runner in quelle ore di astrazione che diventa “solitudine” di una gara lunghissima? La risposta di Manunza è quella di far entrare il lettore nella testa del suo protagonista per scoprire che lì dentro non c’è musica, ma la traversata di un’esistenza, fatiche e dolori, soddisfazioni e rivalse, silenzi e perdizione.
La storia di Fortuna prende forma dalla frase “Non voglio restare così”, quando è ancora un ragazzino. “Così”… Ovvero come la sua famiglia è, e in cui si sente fuori luogo, con un padre (detto padre mai papà) che lo osteggia, giudica, disapprova; con una madre (detta madre mai mamma) che lo cura, lo protegge, lo accoglie, lo nasconde; con un fratello troppo diverso per essere fratello, che diventa davvero fratello solo alla fine. Per fortuna c’è zio Alceste, un amico, la salvezza di Damiano, ricovero, sostegno, e tanto simile a lui. Damiano non ci vuole stare “così” e fugge dalla sua famiglia, cercando una vita altra, ricca, gratificante che solo apparentemente riempie silenzi e gli dà un posto apparentemente a misura dove sentirsi “così” come vuole, diverso dalle origini. Invece quel “fuori luogo” sembra inseguirlo sempre. Solo zio Alceste è il suo posto giusto. Il lavoro è abnegazione e successo. Soldi, macchine, vestiti sartoriali. Le donne passano e non restano. Tranne, nella memoria e nel bel ricordo, Priscilla. Un amore estivo conservato per diciotto anni, che ri rivelerà un incosapevole richiamo, chiusura e apertura insieme di cerchi della vita, quando tutte le rivelazioni sono state fatte, quando Damiano si è perso e ritrovato grazie alla corsa, alla fatica, alla sofferenza.
Il romanzo di Manunza è doloroso, malinconico, poetico e la maratona diventa una metafora della vita. “Fare un altro passo quando non ce la fai più è decisivo”. Una scrittura particolare, originale, trascinante in certe ossessive ripetizioni. I colpi di scena finali si dipanano nella scoperta e nelle rivelazioni di segreti familiari che, seppur intuibili un attimo prima, sono emozionanti. Damiano intanto suda, pena per il polpaccio, per il dolore ai fianchi, arranca negli ultimi chilometri che mancano al traguardo, il cuore di Central Park, chilometri che sono pochi rispetto ai tanti già macinati ma non finiscono mai, e il lettore è con lui: resisti Damiano, non mollare. Il racconto quindi cambia tono, abbandona la malinconia e scopre la speranza, l’allegria, l’eccitazione e la leggerezza nella rinascita del corpo che quando arriva al punto – “Cercavo di farmi guardare dallo specchio sempre meno” – decide di andare a capo. Si rinasce partendo dal fisico, si dice, mettendosi a correre, come in questo caso, facendo della fatica fisica il traino alla rinascita mentale. E allora anche il cuore inceppato si aggiusta. “Da quando ho iniziato a correre dieci anni fa, perché mi è stato imposto alla fine di troppe Marlboro, troppi Martini, Negroni, Boulevardier, ho imparato a distrarre la fatica, a sublimare il dolore, a non contemplare la sconfitta”, dice Damiano. E ancora: “Mi dimentico che sto correndo mentre corro”. Damiano Fortuna si fa amare e così tutti i personaggi che gli gravitano attorno, belli e non, che esaltano la personalità del protagonista.
È un romanzo perbene, educato, profondo, sussurrato. Dove a spruzzi non poteva mancare il mare che “porta a riva i ricordi”. Chi nasce marinaio, da livornese qual è Manunza, può pure finire a vivere in montagna ma il mare c’è sempre, come una citazione garbata e ineluttabile che tutto abbraccia, respira, sospira.
Valeria Ancione
La recensione sul Corriere dello Sport




