Xaimaca Jarama


Argentina, Italia, Spagna e Olanda: in viaggio con Marino Magliani

 

Sanremo, agosto 2020

Marino Magliani (Dolcedo, 1960) è uno scrittore e traduttore ligure. Collabora con varie case editrici, tra le quali Exorma, per la quale ha tradotto Sudeste di Haroldo Conti, Miraggi, Amos, Nutrimenti, Del Vecchio e Il canneto editore. Traduce per Arkadia dove cura la collana di letteratura ispanoamericana, Xaimaca-Jarama, con Alessandro Gianetti e Luigi Marfé. Ha tradotto anche con Riccardo Ferrazzi, Giovanni Agnoloni e Alberto Prunetti. Cura inoltre la collana Appennica per Tarka.

Siamo «nella Liguria costiera, dei palmizi e dei cartelloni pubblicitari». In Prima che te lo dicano altri (Chiarelettere, 2018), il protagonista, Raul Porti, dice: «Tutto quello che vedi da Dolcedo, Ripalta, Asinelli e Isolalunga e fin qui e poi fin giù al mare, un giorno sarà una scalinata di case». Appare chiaro un riferimento alla speculazione edilizia, a quelle “selve di cemento” che, come diceva Biamonti, «fanno male agli occhi». Qual è stata la sua percezione della Liguria costiera da bambino, poi crescendo e tornando?

Mi identifico molto con ciò che Italo Calvino scrive in quello che per me è un libro fondamentale: La strada di San Giovanni. Il padre, Mario Calvino, noto botanico, e al contempo contadino, cercava di portarlo con sé nella campagna di San Giovanni. Lo stesso faceva mio padre. Provengo da una Liguria non costiera come quella di Calvino, ma da un profondo fondovalle, una terra dove il mare davvero non c’è. Per cercarlo devi inventarlo o andare sulle pietraie e salire abbastanza. Sono sempre stato abituato a questa negazione del mare: l’ho sempre considerato più dei turisti e dei cittadini che nostro. Ci sono una serie di battute che mi hanno sempre commosso, quelle della gente del mio paese che diceva:

«Sei già andato al mare?»

«Guarda se trovo il costume o i soldi per comprarlo, qualche giorno ci vado». 

Loro ci vanno un giorno all’anno, è una goduria, un paesaggio che non si concedono. Mio padre mi portava in campagna e mi diceva: «Marìn bisogna faticare». Io a quel punto ero il ragazzo che preferiva il mare esattamente come Calvino preferiva la parte costiera e luccicante. Ecco quindi che la mia frontiera era davvero quella che Biamonti, o forse Calvino, chiama la separazione fra la Liguria ridanciana e la Liguria sofferente, la Liguria della sofferenza come lavoro, la Liguria muta, aspra, che è quella dell’uliveto. Dal momento che sono figlio di contadini –mia madre era ancora più contadina di mio padre – io ho quindi sempre vissuto il mare come senso di colpa: è ciò che mi sono sempre concesso da ragazzo al posto di quello che avrei dovuto fare, cioè andare in campagna. Mio padre lavorava in un ristorante sulla Costa Azzurra, a Sainte-Maxime, e io andavo con lui d’estate. Il mare per me era più quel mare oltre la frontiera che questo mare e ne parlo nel L’esilio dei moscerini danzanti giapponesi (Exorma, 2017). Questa parola che noi usiamo, frontiera, non l’ho mai capita bene. Non sono di quelli per cui la frontiera è davvero un taglio, ma è una terra pulsante. È una zona che sfuma, così l’Italia può arrivare fino a Mentone e la Francia fino a Bordighera, anche se non ho mai vissuto la frontiera come Biamonti che era della frontiera e che aveva una grande considerazione per la cultura francese…

Biamonti aveva infatti uno sguardo proiettato verso ovest, verso Marsiglia, l’Esterel…

E verso quella luce che lui credeva insuperabile che era la luce della Liguria fino ad Arles, Nîmes, che poi si trasforme in luce africana andando giù verso la Spagna.

Ma la mia Liguria è quella di chi non l’ha vissuta. Io me ne sono sempre andato. Ho passato molto tempo in Spagna e Argentina e ora da trent’anni vivo in Olanda. Solo adesso che ho sessant’anni mi sto accorgendo che davvero non sono più di qua, non lo sono mai stato…Ora più che mai sono considerato uno straniero, un furesto, e questo mi dispiace. Possono dire che non ho combinato niente tutta la vita ma dirmi che non sono di qua è davvero come strapparmi quella specie di identità che al di là di tutto è come un tatuaggio, non la puoi cancellare…

Costiera ligure di Ennio Morlotti

Cosa l’ha portata a evadere, ad andarsene dalla Liguria? 

Me ne sono andato via di casa da bambino, ho vissuto molto a lungo in collegio. Uno dei temi de L’esilio dei moscerini è il collegio. Da noi chi aveva le terre lontane andava la mattina a lavorare e tornava la sera a casa: ciò significava non poter star dietro ai figli a scuola. Mia sorella era andata in collegio e non si era trovata bene. Per me è stata, quindi, una sorta di sfida. Ricordo che quando sono andato in collegio, al Col di Nava, avevo una nostalgia tremenda. Ma sapevo che mia madre aveva fatto delle spese, aveva persino messo il numero 66 su tutti i capi della biancheria, e allora mi sono fatto forza e non sono più tornato a casa… Sono uscito dal collegio che avevo 15 anni, mi hanno mandato via per eccesso di tempo. Da Nava ero andato a Mondovì e poi a Roma dove avevo fatta tutta la trafila in prima magistrale… Poi laggiù, grazie a Dio, uno di questi frati mi ha detto: «Guarda non sappiamo se tu sarai un buon padre di famiglia ma sicuramente non sarai un buon frate», anche perché ero un ragazzo, la carne bruciava e si erano resi conto che non sarebbe stata quella la mia strada.

Alla fine dopo essere tornato e dopo aver girato tanto in Spagna e Sud America mi è successo qualcosa che era successo a Gabriel García Márquez: quando ha scoperto i racconti di Kafka ha pensato che se quello era scrivere lui di storie del genere ne aveva tante. La stessa cosa è capitata a me: ho cominciato a leggere, però il mio italiano era molto sporco. Fortunatamente ho conosciuto Gian Giacomo Amoretti, un professore dell’Università di Genova, che è stato molto disponibile. Dopo aver letto le mie cose mi disse che avrei dovuto migliorare la lingua, poiché passavo in continuazione dallo spagnolo all’italiano. Ho dovuto quindi ripossedere/riappropriarmi di una lingua che non mi apparteneva più. Probabilmente la mia prima lingua, l’unica lingua che io abbia mia davvero considerato mia, è stato il dialetto. Sono arrivato in prima elementare che non sapevo una parola di italiano, quindi ho dovuto scrivere molto.

Mi ricordo che quando vivevo in Costa Brava ho tradotto i menu per i ristoranti con un argentino col quale dividevo la casa, che era molto furbo come tutti gli argentini, la viveza criolla.

Era il 1982. L’argentino mi aveva detto: «Marino, senti un po’, se noi traduciamo i menù spagnoli in italiano e poi li vendiamo a tutti i ristoranti, tanto sono gli stessi, cliente per cliente possiamo fare dei soldi: 2000/3000 pesetas o mille più pasti». E in effetti abbiamo fatto un pacco di soldi. È stata la mia più grande impresa con la traduzione.

Quindi il suo primo approccio con la traduzione ha riguardato il cibo, tradurre menù, prima di approdare alla traduzione letteraria…

Sì, poi dopo ho iniziato un po’ a tradurre letteratura. Tradurre non è facile… Pian piano mi hanno assegnato una collana. Non ho mai tradotto per grandi editori, ma per piccole case editrici, seppur di buona qualità, come Amos, Pellegrini, Lo Studiolo, Nutrimenti, Miraggi, Del Vecchio, Arkadia, Quodlibet (Compagnia Extra), Exorma…

Com’è arrivato a tradurre Robert Artl? 

Attraverso Adrián Bravi, un autore, mio coetaneo, arrivato dall’Argentina circa trent’anni fa, col quale siamo diventati amici. Lui mi faceva da consulente, mi ha passato tra le altre cose il nome di Haroldo Conti, e mi aveva detto che le Acqueforti di Buenos Aires di Robert Arlt non erano state ancora tradotte. Quindi l’ho tradotto per Del Vecchio con Alberto Prunetti, un autore che si occupa di narrativa sociale, del lavoro.

Il primo libro che ha tradotto?

Ho tradotto per una piccola casa editrice di Treviso (Anordest edizioni) La moglie del colonnello di Carlos Alberto Montaner, un cubano, giornalista dissidente, secondo Cuba un membro della CIA.

Prima avevo comunque tradotto molte altre cose, ma magari andavano in rete o si trattava di cose tecniche. Si dice sempre che la traduzione sia una professione solitaria, ma a me piace dividermi il lavoro, l’ho fatto, dicevo, con Riccardo Ferrazzi, Giovanni Agnoloni, Luigi Marfé, Alberto Prunetti, ma ultimamente è successo con Alessandro Gianetti e succederà con Piero Dal Bon.

«Esule su altre rive», così si definisce Calvino in una lettera a Biamonti. Come si sente in Olanda? Si sente in esilio?

No, in Olanda mi sento a casa anche se non frequento nessuno e forse è per questo che ci sto bene… Lavoro e per il resto ciò che faccio è andare nel bosco due ore al giorno o lungo la riva del mare a camminare. Più che sentirmi esule mi sento quasi un disertore, questa è la mia condizione. Anche perché disertore forse lo sono davvero e un po’ quando sono in Italia mi sento un clandestino. Non che sia un problema ma anche l’Olanda stessa non è che sia la mia patria. L’olandese è una lingua incredibile con la quale non riesco però a comunicare. Gli olandesi stessi non ti capisco se non parli perfettamente la loro lingua. Dal punto di vista del linguaggio l’Italia è la mia terra, da quello della creazione artistica è l’Olanda, solo lì riesco a lavorare.

Ho appena terminato un romanzo dove riesco a scindere le due figure, il traduttore in Olanda, il pellegrino/camminatore solitario e malinconico in Liguria.

Come mai ha scelto il Sud America e nello specifico l’Argentina?

Il Sud America è la mia vita con gli argentini in Spagna, vivevo con loro, lavoravo con loro, ho assorbito la loro cultura e sono ancora in contatto con loro. Dopo la parentesi iberica ho vissuto quasi un anno laggiù, nel 1983 – il colpo di coda della dittatura – nella Pampa a Lincoln e poi a Carlos Paz.

E che mi dice della Costa Brava?

Che era una specie di costa di plastica ed io da quelle parti ero un altro animale, un animale notturno, vivevo sempre d’estate e sempre di notte. Sono cose che lasciano i segni e bei ricordi. Era la fine degli anni ’70 quando sono arrivato e me ne sono andato una decina di anni dopo.

In Prima che te lo dicano altri è ricorrente il tema della luce. Nella parte ambientata in Argentina, ad esempio, si parla di una luce diversa: «la luce della pampa ingannava, esplodeva in un istante e spariva lentamente». Nella parte ambientata in Liguria, si può parlare quasi di un’assenza di luce. Mi viene in mente un Racconto di Calvino, Uomo dei gerbidi, dove è messo in risalto il contrasto tra luce e ombra, ma anche la luce biamontiana, una luce quasi creatrice di confini, in contrasto con le masse d’ombra, e i tramonti “color genziana”. Che ruolo ha la luce nei suoi romanzi?

Io vivo nel fondovalle, in un luogo talmente avaro che non ha neanche concesso un tramonto ai suoi abitanti. C’è il giorno e c’è la notte, è un po’ come la frontiera: o sei di qua o sei di là. Lì allora quella luce è soprattutto l’opaco. C’è il contrasto con quei tramonti lunghissimi e bellissimi che io ricordo dell’Argentina e del Mare del Nord d’estate.

 

 

Il link all’intervista su Tre Sequenze: https://bit.ly/35Gk5TY

 



La storia di José Luis Cancho quasi morto e resuscitato

SCAFFALE. Per Arkadia «I rifugi della memoria», l’autoritratto dello scrittore spagnolo. Militante del Partido del Trabajo, fu defenestrato dal terzo piano del commissariato di Valladolid. Era il 18 gennaio del 1974 e aveva 22 anni quando, dopo aver pubblicato quattro romanzi, ha deciso di scrivere di sé e della sua vita, José Luis Cancho avrebbe potuto imboccare strade consuete: la classica autobiografia, la diaristica, il memoir o la sin troppo praticata autofiction, della quale il prolisso narcisismo alla Knausgård rappresenta la versione più estrema. Con I rifugi della memoria (Arkadia, pp. 76, euro 13, ben tradotto da Marino Magliani) lo scrittore spagnolo ha scelto tuttavia un altro percorso, nota Andrés Barba nella prefazione, accostando il libro all’Autoportrait di Edouard Levé e al Mi ricordo di Joe Brainard (Lindau, 2014).

COME LORO, infatti, anche Cancho azzarda un modo eterodosso di raccontarsi e, anche se a differenza di Levé e Brainard (fotografo il primo e pittore il secondo) non si è mai dedicato alle arti visive, la sua scrittura è così evocativa e ricca di immagini da far assomigliare I rifugi della memoria a un album di schizzi o di istantanee. La prima in cui ci imbattiamo è quella di un corpo che, il 18 gennaio del 1974, precipita dal terzo piano del commissariato di Valladolid: il corpo di José Luis Cancho, studente di ventidue anni, arrestato per l’ennesima volta in quanto militante del Partido del Trabajo de España e membro della Joven Guardia Roja. Torturato per un giorno e una notte da quattro membri della Brigada Político-Social, la polizia segreta franchista, Cancho venne creduto morto e gettato dalla finestra per simulare un suicidio, com’era accaduto nel gennaio del 1969 a un altro studente, Enrique Ruano, giusto un mese dopo la defenestrazione di Giuseppe Pinelli (una terribile coincidenza che esprime il clima di un’epoca, un sinistro trait d’union tra una dittatura morente e una democrazia in preda alle convulsioni).

A DIFFERENZA di Ruano e Pinelli, però, Cancho sopravvisse, e, dopo una settimana di coma, sei mesi di immobilità e due anni di galera durante i quali imparò di nuovo a camminare, tornò libero grazie all’amnistia elargita dalla Transizione. Tratteggiato con frasi prodigiosamente concise che, secondo Barba, ricordano uno di quei misteriosi personaggi di Bernhard capaci di «comprimere in tre parole le osservazioni di tre anni senza spettinarsi», il frammentato autoritratto di Cancho non può cominciare che da qui, dalla scena capitale della sua quasi-morte, descritta con spassionata oggettività e inevitabilmente legata al carcere e alla militanza, che nel corso della narrazione diventano una sorta di leitmotiv quasi inavvertibile: la quiete necessaria alla stesura di un romanzo ricorda quella dei mesi trascorsi in isolamento, le trame da mettere sulla carta hanno un precedente nelle storie inventate per rispondere agli interrogatori, le identità assunte da clandestino fanno pensare al bisogno di crearsi ciclicamente vite nuove che segnerà il futuro dell’autore. Esausto, l’ex prigioniero finirà per abbandonare una militanza così totalizzante (ma senza rinnegarla o ridicolizzarla come farà il suo ex compagno Andrés Trapiello, oggi famoso scrittore vagamente revisionista), diventando un maestro di scuola senza vocazione e poi un nomade perso nelle città e nei deserti dell’America latina, per tornare infine a casa e approdare alla letteratura.

E SOLO DA SCRITTORE ormai consacrato avrà voglia di ripercorrere le orme confuse che si è lasciato alle spalle, prima che gli scivolino via dalla memoria. Così, scrivendo «senza filtri, senza artifici, senza travestimenti, senza retorica», in una prosa talmente essenziale da avvicinarsi alla poesia, José Luis Cancho ha condensato il racconto di una vita straordinariamente intensa in meno di ottanta pagine, concludendo ogni capitolo con una costellazione di fulminei episodi e incontri, gusti personali, stati danimo, tratti del carattere, rapidissime confessioni, quasi delle note a più di pagina sostanzialmente slegate dal testo, secondo una scelta formale spiazzante e suggestiva.

NELL’EPILOGO, lo scrittore esprime il dubbio di non essersi davvero ricongiunto, nonostante tutto, con il proprio «io reale», ombra che cerca ostinatamente di trasformarsi in personaggio da romanzo, interrogandoci una volta di più sul rapporto tra finzione e realtà. Quale che sia la risposta, accade raramente di imbattersi in un testo capace di ritrarre con altrettanta acutezza e originalità non solo chi lo ha scritto, ma una generazione di militanti e, insieme, un momento storico (gli ultimi colpi di coda del franchismo, una transizione densa di compromessi, le speranze, le delusioni) narrato attraverso la «morte», le rinascite, la lunga ricerca e la solitudine di qualcuno che, come dice Tomas Tranströmer nell’epigrafe scelta da Cancho, si porta dentro i suoi volti precedenti «come un albero/contiene i suoi anelli».

© 2020 IL NUOVO MANIFESTO SOCIETÀ COOP. EDITRICE

Francesca Lazzarat



«Razze e culture, sempre mescolate»

Intervista. Tradotto Caribe, il romanzo-metafora del cubano Fernando Velázquez Medina.
«La vita di Diego, il protagonista, è la negazione di quella che è considerata la storia dei Caraibi»

Di Fernando Velázquez Medina, uno dei padri del realismo sporco riconosciuto su scala planetaria, è uscito, tradotto dal duo Magliani-Ferrazzi, per la collana Xaimaca di Arkadia, Caribe. Pubblicato originariamente nel 2016 a L’Avana, il potentissimo romanzo/metafora, narra del giovane Diego, costretto a fuggire dalla condanna della Santa Inquisizione per un crimine mai commesso. Ad aiutarlo un francescano che lo imbarcherà verso viaggi di esplorazione di terre e culture, dove Diego farà anche la conoscenza del più famoso corsaro di tutti i tempi, Francis Drake. Ciò lo solidificherà. L’autore inserendo la fiction punta a interrogarsi su vicende storiche che divenute luoghi comuni, dal 1500 a oggi, mettono in discussione troppe verità conclamate. Dai vittimismi arcaici neo latini contrapposti a condanne occidentali, gli chiedo sulla polemica contro la negazione della storia, “incipit” di un Diego oramai anziano. «Tutta la vita di Diego – incalza – è una negazione della storia “ufficiale” di Cuba e dei Caraibi, sempre raccontata da una prospettiva anglosassone. La scelta di esordire con Diego vecchio che racconta le sue esperienze è stilistica perché oltre al fatto che attraversiamo la vita a ritroso, non sappiamo mai cosa succederà domani».

Diego è metafora di chi non segue un mentore che lo erudisca, ma che ne sarà costretto: quali risultati e quale l’ispirazione?

«Ispirazione? Le vite di tanti uomini riusciti a progredire socio-culturalmente nonostante le loro carenze accademiche: Gengis Khan, Brunelleschi, Sor Juana Inés de la Cruz o Borges, ho notato che illuminarono il mondo grazie alla loro voglia di imparare a decifrarlo. Anche Francis Drake, che Diego seguirà, è uno dei migliori marinai di tutti i tempi, senza aver fatto studi matematici».

Le “scoperte” di altre terre a opera di occidentali, sono basse giustificazioni per sottomettere altri popoli?

«È transculturazione ed è sempre esistita. Le culture sono state mescolate, come le razze, sin dalla preistoria. Guarda le piramidi egizie e quelle dell’America centrale: mescolanza di civiltà nel corso della storia, ma nessuno sa come quel design sia arrivato nelle Americhe. La conquista europea non fu che invasione ma si pensi ai Caraibi e agli Indios di Caribe che facevano altrettanto: dediti al saccheggio e alla distruzione delle tribù meno bellicose. In breve: l’America era già sanguinosa prima dell’arrivo di Colombo».

Demagogia che si protrae da secoli. Un esempio è il frate di Diego, che voleva scoprire verità su Maya e indiani?

«Uberto, cercava il nesso tra le culture indigene precolombiane, la civiltà egizia e quella afro-islamica. Non poteva conoscere gli indizi dei legami tra le civiltà azteca, maya e inca con il Giappone e la Cina, seppur i Maya producevano oggetti simili a quelli cinesi, o ancora, ci sono tribù messicane, i Tarahumara, la cui lingua è parimenti all’antico giapponese. Dunque il monaco è la rappresentazione del suo tempo: non accetta ciò che dicono autorità accademiche, né politiche, né religiose».

 Uberto, il frate/mentore per Diego: potrebbe essere utile per un giovane di oggi ostile agli studi?

«A quei tempi, per imparare, c’era un maestro che ti formava. Oggi è complicato: se non hai una laurea vieni rifiutato da “professionisti” accademici. Il fatto che Diego avesse un tale mentore fu la sua fortuna per riuscire a sopravvivere adattandosi alla società europea post-rinascimentale».

Questo romanzo può rivalutare il modo di intendere l’Occidente? E si consoliderà, a tuo dire, tra i classici non solo della letteratura cubana, come accaduto con il suo precedente?

«A quei tempi tutti invadevano tutti. I Normanni attaccarono Bisanzio e conquistarono la Sicilia. I Popoli del Mare attaccarono l’Egitto e i Romani lo conquistarono. Gli Spagnoli non solo conquistarono l’America, ma anche il Nord Africa e l’Italia meridionale. Fino alla Seconda guerra mondiale la legge del più forte era in vigore, oggi Putin invade l’Ucraina e i latinoamericani non si allarmano. Il tutto è determinato da chi possiede le armi migliori e non dalla ragione o da chi è più civile».

Una curiosità: il monaco “Uberto” Eco ha attinenze con il nostro Eco?

«Si tratta del mio personale omaggio a Umberto Eco, morto senza Nobel, ma con gloria come Borges o Carpentier; ma l’offesa prosegue: un cantante popolano come Bob Dylan riceve il Nobel! Dov’è il prestigio? Nei quattrini!».

 

Salvatore Massimo Fazio



Un ribelle che lotta contro se stesso

I rifugi della memoria – José Luis Cancho – Arkadia editore

 

Un ribelle che lotta contro se stesso.

José Luis Cancho ha vissuto gli anni della dittatura franchista; un periodo feroce, di inclusione coatta e di asfissia intellettuale. Tutto ha inizio da lì, da quando poco più che ventenne ha dovuto scegliere tra la sottomissione e la galera. José ha optato per la seconda strada, quella più tortuosa, ma non per diventare eroe, ma solo per spirito di contraddizione.
La contraddizione è la somma delle esperienze della nostra vita. Rimane con noi, ci perseguita, è il motore dell’esistenza. Risolvere le contraddizioni è come risolvere problemi, ma alla fine, non ne veniamo mai a capo, perché a una ne segue un’altra. In questo libro, José parla della sua vita, senza osannarsi, senza lasciarsi trascinare dall’euforia. Cesella una prosa scarna, un libro di ricordi, di emozioni sparse che si raggrumano intorno a un tema atavico: la ricerca del senso delle cose che ha sempre il sapore di una battaglia persa.
È stato un ribelle, poi un insegnante, poi un vagabondo, infine, uno scrittore. Si è fatto uomo stando in mezzo agli uomini, come un’anima dannata e senza pace ha girato l’America Latina. E nonostante abbia trovato tanti sensi e controsensi, nessuno di questi è stato rappresentativo, esplicativo, significativo; tutti infatti sono stati importanti.
La molteplicità spaventa gli uomini, anche quelli più caparbi. Troppi significati con cui fare i conti, troppe storture con cui fare a cazzotti, mai una volta che si riesca a raddrizzare ciò che è nato curvo. Allora, come amava ricordare Wittgenstein, il mondo è tutto ciò che accade, e anche gli esseri umani sono un “accidente” nel bel mezzo di un ordine. E poiché la vita di José è qualcosa che sta tra la gioia e il dolore della quotidianità, a lui non rimane che un pugno di ricordi da cui ripartire. La prossima tappa? Ignota. Come detto, il libro di Cancho non è un’autobiografia nel senso stretto del termine, ma è un’opera che sinteticamente si annuncia come una pacifica resa dei conti. Sono pagine che scaturiscono da quella saggia inquietudine partorita dalla pace dei sensi. Infatti, sullo sfondo, resta sempre quella sensazione di nostalgia, che sa diventare cinica, come Céline ha saputo insegnare a pletore di scrittori e di attenti lettori.

Buona lettura.

Martino Ciano

Il link alla recensione su L’Ottavo: https://bit.ly/3bcAVMp

 



Caribe

Io ho avuto una vita interessante, figlio mio, e non te la auguro. Ecco il motivo per cui te la racconto: perché rimanga traccia di ciò che ho fatto affinché la nostra famiglia non sprofondasse nella mediocrità.

Per apprezzare il romanzo di Fernando Velázquez Medina Caribe, la prima cosa da fare è sospendere il giudizio e mettersi in fiducioso ascolto, come un figlio o come un compagno di avventura seduto intorno al fuoco durante una notte di veglia e racconti, senza farsi troppe domande e prendendo per buono tutto quello che ci viene detto. Perché, se in certi momenti gli eventi appaiono un po’ esagerati, o se sembra mancare qualche dettaglio per far tornare i conti, probabilmente dipende dal fatto che la narrazione segue il ritmo e l’andamento irregolare di un racconto orale, inserendo riflessioni, digressioni, iperboli, commenti… perdendosi, in apparenza, per poi tornare a spiegare e riannodare i fili. Per fare un esempio: magari può capitare che solo verso la fine del libro veniamo a sapere dove avesse imparato a leggere (come ci racconta lui stesso all’inizio della sua storia) libri come La Gerusalemme liberata di Torquato Tasso, il Roman de la Rose di Guillaume de Lorris e Jean de Meun o il Decameron di Boccaccio questo piccolo meticcio, figlio di “un indio maya e di una mulatta, a sua volta figlia di una negra e di un hidalgo castigliano” destinato a diventare il protagonista e principale narratore della storia che leggiamo. Dico principale narratore perché il romanzo ha una struttura articolata: Diego Valdés (Grillo, nel testo originale) inizia a scrivere – e a raccontarci in prima persona – la sua avventurosa vita solo nel capitolo tre, dopo che i due capitoli introduttivi ce lo hanno descritto già vecchio, nel suo ruolo di ricco e rispettato capo del piccolo villaggio cubano in cui risiede con la sua famiglia. Inoltre, circa a metà del racconto di Valdés, si incastra un altro mirabolante racconto in prima persona (questo, davvero, ascoltato intorno al fuoco dell’accampamento) narrato da un altro soldato meticcio le cui vicende poi torneranno misteriosamente a intrecciarsi e sovrapporsi a quelle di Don Diego. Come se non bastassero i mostri marini, le balene bianche, i serpenti piumati, gli indios cannibali (i Caribe – appunto – del titolo italiano, che gioca su un riferimento forse meno comprensibile rispetto all’originale El mar de los caníbales), i pirati e tutte le peripezie che davvero incalzano il protagonista per l’intera durata del romanzo in scene dal sapore genuinamente cinematografico, ebbene, se tutto questo non bastasse ad avvincere il lettore, il testo è anche intessuto su una serie di citazioni storiche e letterarie, alcune più evidenti e corpose, altre appena accennate. Immagino possa essere sufficiente, per stuzzicare la curiosità, menzionare il fatto che all’origine dell’improvvisa fuga del giovane Diego (il quale leggeva il Roman de la Rose, non lo dimentichiamo) da villaggio di La Habana ci sono: la Santa Inquisizione, un frate francescano, un monaco domenicano e una fanciulla. E che tutte le successive avventure Diego le vivrà al seguito del Maestro Umberto Eco da Bologna, appartenente al misterioso “Ordine Benemerito di Santa Sofia di Alessandria d’Egitto”, meglio conosciuto come La Fraternità”. Insomma, una lettura piacevole per l’estate e per gli amanti del genere avventuroso, ma anche molto, molto di più.

«Un mostro?» disse il maestro Umberto. «Bah! Ce ne sono tanti in giorno per il mondo. Ciò che per noi è un mostro è normale per chi ci vive vicino (…). I mostri esistono solo nel nostro cervello. Magari sono loro che ci considerano tali».

Tiziana Tonon

 



Arkadia Editore

Arkadia Editore è una realtà nuova che si basa però su professionalità consolidate. Un modo come un altro di conservare attraverso il cambiamento i tratti distintivi di un amore e di una passione che ci contraddistingue da sempre.

P.iva: 03226920928




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