Xaimaca Jarama


Il nostro rifugio prima della pausa: la sincerità di José Luis Cancho

Anche Ork fa i conti con l’approssimarsi delle ferie, un periodo di sospensione durante il quale porteremo con noi libri e storie che sapranno dirci, raccontarci, nominare tutto ciò che ancora non sappiamo o che è rimasto nelle retrovie in attesa della voce di uno Scrittore. In giro non ne circolano tantissimi, di questa specie in via di estinzione, nonostante l’area editoriale si mantenga su livelli di una sovrapproduzione di cui faremmo volentieri a meno. Nell’arco di pochi giorni, ci siamo ritrovati a scartare tre testi di un colosso editoriale, per ragioni diverse, per l’inesistenza di un’identità chiara (scegliere di fare esordire una neutralità è un investimento dubbio, salvo avervi rintracciato potenzialità future e, in tal caso, ci si chiede perché si sia scelto di pubblicarla anticipatamente), per la banalità nella scelta autoriale della modalità con cui affrontare il tema centrale, già inflazionata e senza un’anima, osiamo dire noi in un’apparente semplificazione, in mancanza, cioè, di un’angolazione anomala, di una luce propria, insomma, e meritevole nello sguardo tale da giustificarne la ripetitività schematica. Ancora per assenza di sincerità. E su questo punto mi tocca spendere qualche parola in più perché l’ospite di oggi, se una lezione ci consegna, lo fa proprio lungo il filo sottile, ma non per questo cedevole alle sollecitazioni esterne, che siano critiche o ruvidezze del mondo, del rapporto con se stessi e con il lettore. Si sottovaluta spesso quest’ultimo a tal punto da credere che gli si possa somministrare di tutto: non solo l’inesistenza di una dimensione stimolante, ma persino qualcosa dentro cui chi scrive non è o non è ancora. Se è vero che la narrazione si nutre di una necessaria percentuale di invenzione, è altrettanto vero che non si può scegliere di raccontare qualcosa che non abbiamo vissuto da qualche parte o in qualche forma, così come non si può elevare a pagina scritta qualcosa che abbiamo deciso, più o meno inconsciamente, di scansare. Non possiamo improvvisarci maestri di vita e del dolore, se scrivendo non troviamo il modo, nostro, di farceli entrare, la vita e il dolore, coerentemente a un’esperienza, intensa o anche distante, che comunque abbiamo fatto. È la fedeltà a quella coerenza il nevralgico punto di snodo di un’arteria che congiunge chi scrive a chi legge: la sintesi del patto con il lettore che lo Scrittore è in grado di creare, l’inizio di un’insospettabile collaborazione e di una crescita reciproca o il principio di un tradimento. Al lettore attento, attenzione non al critico, non sfugge e l’ammutinamento è molto di più di un’evenienza possibile del viaggio. Di là dalla fuga, l’isola felice: “I rifugi della memoria”, di José Luis Cancho (traduzione Marino Magliani), edito da Arkadia nella collana “xaimaca jarama”, è stato in qualche modo l’approdo sicuro e inaspettato di un viaggio intrapreso contro il volere propizio degli dei, ammesso di potere concepire come disaccordo divino la nostra incapacità di farci condizionare dai venti che spingono, nella triste ordinarietà di questi tempi, molte delle esperienze di viaggio sparse potenzialmente nei libri in circolazione. Il romanzo di Cancho è un atto estremo di fiducia nel lettore che sente di avere a che fare con un’identità che, raccontando della sua fragilità e dell’ambiguità che la natura umana tradisce e implica, si rivela in tutta la sua forte schiettezza. Quella coerenza, insomma, che è base di un innamoramento che, pur nel gioco proiettivo, si radica su un mantello di realtà, quell’elastico sostare in attesa della partenza verso l’alto, senza cui la lettura non svilupperebbe i suoi potenziali benefici. L’autore racconta di sé e della sua prigionia, dell’opposizione al regime di Franco e, nonostante questo sia già un disvelamento della propria esperienza di vita tale da giustificare l’urgenza dello scrivere, concede al lettore un pezzo in più, una moltitudine di tracciati che, convergendo nella complessità della ricerca di sé, traggono linfa e sostanza dal linguaggio. Questo accade non solo perché le parole finiranno per configurarsi come l’approdo, tardo ma inevitabile, delle innumerevoli tappe del suo percorso esistenziale, ma perché il verbo si fa latore di inganni e verità, scavalca la storia e il suo carico ideologico e accede a un piano di realtà ambiguo almeno tanto quanto tutto ciò che si cela oltre la necessità di definizione e di incasellamento nel falso e necessario gioco sociale che la vita in qualche modo impone ai fini della stabile sopravvivenza. Ma non è quest’ultima la dimensione congeniale a José Luis Cancho che le forme sceglie di sovvertirle, di scardinarle, provando a fare i conti con ciò che c’è sotto, sotto la realtà, sotto le parole con cui la medesima si costruisce e si pone sotto lo sguardo disattento di tutti, di molti. Non dei lettori. «Mi hanno buttato giù perché credevano di avermi ammazzato. Il fatto strano è che non solo non mi avevano ammazzato, ma non mi hanno ammazzato nemmeno buttandomi giù»: recita così un passaggio quasi iniziale dei suoi “Rifugi”, rivelando non solo le sevizie subite per ribellione al regime, ma anche l’interpretazione dell’accadimento che passa dal verbo, l’idea che l’altro si costruisce su di noi in merito al significato che attribuisce a ciò che si svolge sotto gli occhi e che dovrebbe essere univoco e non lo è, se lo Scrittore narra l’accaduto da un’ipotetica postazione oltre la vita (“Scrivere come se fossi morto, questo è il mio progetto.”). Dunque, la fallacità della parola che non riesce a farsi carico di una verità che non sia la scarnificazione della vita stessa e la sua riproposizione essenziale, ciò che Cancho decide sostanzialmente di compiere attraverso il diario nella cui forma chiaramente volge lo scritto ospitato da Ork. Lo Scrittore, facendo esperienza della prigione, finisce per porsi rispetto alla vita in un’ottica di matura distanza e, parallelamente, di ingresso ufficiale nella medesima, come se riuscisse, pur nell’attraversamento di una tragedia personale e politica, a trovarsi nel giusto punto di equilibrio per stare nelle cose quel tanto che basta per non farsi travolgere dalle medesime a ridosso del superamento del confine che ci piace definire “di non ritorno”, in cui smettere di fare i conti con la precarietà dell’umano e con le urgenze del Sé non è più possibile. Qui l’ideale è svestito della sua carica giovanilistica, non perde senso, ma disperde l’afflato del passato nella ricomposizione della vicenda storica dell’opposizione al regime in termini realistici, talvolta piegati alla convenienza e alla cooptazione. Qui il carcere è sperimentazione di una ritrovata libertà, il diritto di incarnare gli ideali senza menzogna (“E la cosa più importante era che in quel mondo recluso ci si poteva esprimere liberamente: oramai non c’era più niente da nascondere. Eravamo quel che eravamo, militanti antifranchisti, giovani comunisti delle più diverse tendenze: trtotzkisti, leninisti, maoisti, luxemburghisti.”), lo spazio in cui rinviare al rientro in società la finzione di essere ciò che non si è, il capovolgimento dell’ordinario, la dimensione che, sovvertendo i piani della verità e della menzogna, introduce lo scrittore all’ambiguità del vivere, lo spinge, una volta uscito, un po’ più in là dove possiamo essere tutto e il contrario di tutto (“Ero un io che creava altri io per scoprire se stesso.”), seppure entro un solco identitario, gli conferisce l’autorizzazione ad essere tutte le vite incarnabili dai limiti sanciti dal suo corpo, compatibili con i suoi tempi, con quella porzione di contraddizioni in cui sa e fa esperienza di essere. “Dietro gli occhi, in viaggio”, pastello secco su carta Pastelmat, Mork. Ciò rende questo spaccato di memorie non solo carico della schiettezza verso cui abbiamo provvidenzialmente virato prima delle ferie, ma anche necessariamente sviluppato verbalmente in un’estrema semplicità che è quasi un tornare a nascere, la frattura della crisi, il tempo prezioso dell’attesa, il buio, il cimitero che, insieme al quartiere e alla prigione, racconta di chiusure cicliche e di necessari abbandoni, la difficoltà di trovarsi fuori dall’assenza di verità, dalle mistificazioni e dai segreti, la fatica di darsi un linguaggio proprio che riesca a riesumarlo dalle spoglie di una vita passata. Miglior viaggio per noi creature aliene, eternamente indefinite, viaggiatori viaggianti di un tempo nostro in cui la vita entra a singhiozzi, senza per questo rinunciare alla sua forza, non poteva esserci. A noi pare il perfetto preludio ai prossimi spostamenti, alle paure da incontrare, alle maschere da lasciare, alle fragilità da portare tra le mani, un po’ sbilenchi, ma fedeli a una linea immaginaria. Non un partito o un’idea, ma quel desiderio che congiunge la realtà alla luna di Astolfo.

Mindy

 



DA ARKADIA EDITORE “CARIBE” DI FERNANDO VELÁZQUEZ MEDINA

Non mi considero più da parecchio tempo “ispanista militante”, ma ho mantenuto il gusto per alcuni libri di qualità che ci arrivano dall’America Latina o dalla Spagna. È il caso di “Caribe”, del cubano Fernando Velázquez Medina (titolo originale: El mar de los caníbales): romanzo sfavillante, pieno di umori e di ammicchi, anche ironici, eccellentemente reso in un italiano fluido e impeccabile da Riccardo Ferrazzi e Marino Magliani. I traduttori sfoderano una terminologia tecnica assai precisa, per indicare il tipo di nave, le sue varie parti e le attività della navigazione, le armi (da fuoco e da taglio), gli esemplari di flora e fauna, ecc… Efficace anche la resa di una diffusissima imprecazione di lingua spagnola, “Porco dieci!” (per “Me cago en diez!”). L’ambientazione della vicenda è “storica”, collocandosi 150 anni dopo la conquista spagnola di quelle terre, ossia verso la metà del XVII secolo. E il libro mostra la stessa impostazione dei grandi (anche come mole…) testi di quel periodo, destinati ad alleviare, con le loro accattivanti vicende, il tedio delle lunghe navigazioni transoceaniche a vela – il Don Chisciotte, per esempio. Innanzitutto, perché questo è il primo volume di una trilogia, in cui vengono narrate (un po’ in terza, e il resto in prima persona) le complesse andanzas di un contrabbandiere mulatto che opera sulla costa di Cuba. Poi perché nella narrazione principale sono inserite (come avviene per il Cuento del Cautivo, il “Racconto del Prigioniero”, nel Chisciotte) digressioni diegetiche relative ad altri personaggi: vedi, qui, il “racconto del soldato meticcio” (pag. 178). Se la vicenda è storica, le allusioni sono però anche contemporanee. Oltre al pirata Francis Drake e a William Shakespeare, del quale il protagonista si dichiara “amico” (quasi fosse una prefigurazione di Forrest Gump, egli sembra aver incontrato tutta una serie di “vip” dell’epoca…), compaiono, per esempio, frate Uberto Eco di Alessandria (che ricorda il personaggio principale del libro principale del mio illustre concittadino, ed altrove è denominato anche “Uberto da Bologna, perché aveva insegnato in quella Università”) e “uno scrittore, forse americano, forse francese, chiamato Alejandro Carpintero”: ossia, Alejo Carpentier, autore del magnifico Los pasos perdidos, “magistrale relazione di un’altra spedizione nelle selva”, come viene qui definito. A quanto avviene nel racconto di Carpentier (uno dei libri a me più cari, tra l’altro) rimanda anche la lettura dell’Odissea, evocata in più punti. E che dire dei richiami a I tre moschettieri di Dumas padre (“uno per tutti e tutti per uno, anche se non ricordo dove ho sentito questa frase”), all’Inferno di Dante (“un gran verme”), a Francisco de Quevedo (“come scrisse un poeta che conobbi più tardi, ‘potente cavaliere è il signor Denaro’” –poderoso caballero es don Dinero) e persino a Roberto Vecchioni (“Su, su, cavallo, corri verso la morte”)? Anche il duplice nome della collana in cui il romanzo è uscito suscita cortocircuiti letterari: Xamaica è un titolo di Ricardo Güiraldes, autore argentino del celebre Don Segundo Sombra sulla vita dei gauchos, mentre El Jarama era un romanzo neorealista (un po’ tedioso, a dire il vero) dello scrittore italo-spagnolo Rafael Sánchez Ferlosio. Ma altre associazioni mi corrono alla mente, risfogliando le pagine a lettura terminata. L’episodio in cui la comitiva di indios e negros cimarrones raggiunge, attraversando un lungo tunnel, la città nascosta fra i monti si situa in un territorio letterario prossimo al fantasy, qualcosa tra Il Signore degli Anelli e la favolosa Shangri-la del romanzo di James Hilton (con pluripremiata trasposizione cinematografica di Frank Capra) Orizzonte perduto. La navigazione caraibica, l’aggressione degli indigeni e la descrizione delle loro piroghe mi fanno pensare al poema Omeros, di Derek Walcott: “Poi i tronchi, impazienti di diventare canoe,/ararono i frangenti di cespugli, scavando solchi/nei massi, non sentivano dentro la morte, ma lo scopo:/fare da tetto al mare, essere scafi. Poi, sulla spiaggia,/stesero le braci nelle cavità scalpellate con l’ascia”. E le rovine rinvenute nella selva rimandano a una strofa del Canto general di Neruda: “Maya, voi avevate rovesciato/l’albero della conoscenza./Con effluvio di razze frumentarie/si innalzavano le strutture/dell’esame e della morte,/e, gettandovi spose d’oro,/scrutavate nelle cisterne (cenotes, termine che viene illustrato nel romanzo: n.d.r.)/la permanenza dei germi”. Fernando Velázquez Medina (non posso far a meno di notare, en passant, che Fernando Medina è il nome del Sindaco di Lisbona, mentre al pittore Velázquez è dedicata un’altra nota canzone di Vecchioni, poc’anzi citato) è anche critico cinematografico – si vedano i richiami filmici ipotizzati in precedenza. Da Jurassic Park sembra aver fatto uscire il rettile gigantesco che a un certo punto aggredisce il gruppo di avventurieri, e da certe pellicole d’azione ha senz’altro mutuato (con intenti parodistici, tuttavia) l’’mprovvisa comparsa del “cattivo”, che viene a minacciare il protagonista dove e quando questi meno se lo aspetta… Non trascrivo, stavolta, brani del libro, e del resto non saprei quali scegliere, dato il livello costante della sua prosa. Ma ne raccomando di cuore la lettura. Vi garantisco che sarà davvero tempo ben impiegato.

Marco Grassano



Buona lettura 21: “Caribe”, di Fernando Velázquez Medina

Vicende sconvolgenti, episodi affascinanti, personaggi coraggiosi, irrequieti e ingegnosi che non sempre riescono a smascherare il loro lato più oscuro: ecco Caribe di Fernando Velázquez Medina, nella limpida traduzione di Marino Magliani e Riccardo Ferrazzi (Arkadia edizioni).
Un romanzo picaresco dove il protagonista, Diego, si muove su e giù tra L’Avana del XVI secolo, le diverse zone delle Indie occidentali, il mare dei cannibali, le paludi e le terre di indios pervase da segreti e storie avvincenti. A passo veloce, la storia di Diego cambia e continuamente si rinnova tra sorprese e capovolgimenti, affidati dapprima all’incontro con la giovane Hortensia e poi a quello con fra Uberto Eco, frate francescano legato all’Inquisizione. Un percorso di cambiamento che  lo porterà a diventare “Diego il terrore dei mari”, discepolo del tanto temuto Francis Drake. Il linguaggio piano e preciso, così come ci viene restituito da Magliani e Ferrazzi, crea il clima necessario a farci scivolare nel bel mezzo di una trama che prende linfa pagina dopo pagina e che conduce sulle tracce di peripezie dai tratti spesso trasognati.
Avventure slabbrate nascoste tra montagne, selve e paludi dove pullulano racconti di cannibali, tesori di giada, grotte piene di diamanti, barche di pietra e montagne d’oro, rumori assordanti e incontri inquietanti, lasciano intravvedere le tracce di un destino e trovano altri varchi di acuta sensibilità. E in ogni caso si avverte la naturalezza della scrittura che accompagna le vicissitudini del “guerriero” Diego e dei suoi compagni di viaggio, lesti di parola e di mano, desiderosi di godersi il sogno della conquista di altri paesi, della conoscenza e dell’incontro con il misterioso mondo degli indios. Lo stupore inquieto e vibrante del protagonista percorre tutto il romanzo e si sofferma su ogni aspetto, sempre sottolineato dallo smalto solido della lingua: dai piatti che si cucinano nei vari regni dell’impero, ai pericolosi affari contro la legge, alla sinfonia della vita silvestre tropicale. L’uomo “dalle molte vite” ci regala una storia che si dispiega da sola, aromatizzata da cieli stellati e selve ostili, in un mix di avventure senza fiato.

Mara Pardini



I rifugi della memoria – José Luis Cancho

José Luis Cancho è uno scrittore spagnolo che alle sue spalle ha un vissuto intenso. Aveva solo 22 anni quando quattro poliziotti al servizio del regime di Franco lo buttarono giù dalla finestra del commissariato di Valladolid.
Oppositore del franchismo, ha conosciuto la tortura e la galera. Membro di un partito di estrema sinistra con la militanza politica nel cuore negli anni è diventato scrittore. È alla letteratura ha affidato la sua testimonianza di uomo che fa i conti con la sua esperienza. Ha pubblicato quattro libri. Adesso I rifugi della memoria, uscito in Spagna nel 2017, viene pubblicato in Italia da Arkadia. In appena settantacinque pagine siamo davanti a un piccolo gioiello, oserei dire un grande capolavoro. Come Stig Dagerman, Cancho cerca, o almeno ci prova, nella scrittura il suo personale bisogno di consolazione. Affida alla memoria per scrivere il suo autoritratto frammentario: «Il mio proposito è andare in fondo quell’io segreto nel quale neppure a me stesso risulta facile penetrare. In parte perché, alla mia età, credo di averlo perduto». Una passeggiata nella memoria e nei ricordi con l’intento di svelare ciò che nella sua vita è occulto, con il cuore sempre nella realtà. Così José Luis Cancho si è fatto scrittore e attraverso la scrittura è riuscito a riconciliarsi con tutti i mondi che si era lasciato alle spalle, come se la scrittura fosse il punto d’incontro fra tutto ciò che è stato e quello che è oggi. I rifugi della memoria è un libro di poche e sorprendenti pagine in cui il suo autore si attraversa (ricorrendo anche alle parole della poesia), si affida ai ricordi per aprire i cassetti della memoria e mettere nero su bianco con una prosa senza filtri, senza artifici, senza travestimenti, senza retorica per cercare la traccia perduta della sua esistenza, l’orma che si era lasciato alle spalle, il luogo delle origini, la terra primigenia. La scrittura non come vocazione ma come la decisione consapevole di imparare a vivere dentro la finzione della letteratura e soprattutto scavare senza fare sconti nel proprio io che attende sempre di essere rivelato. La memoria è il motivo dei quattro romanzi che Cancho ha pubblicato. «La maggior parte dei miei ricordi li affido alla memoria. Ogni volta che ho cambiato casa mi sono disfatto di ciò che avevo accumulato: lettere, libri, vestiti, mobili…
La povertà è in intimo rapporto con l’oblio.  Non esistono oggetti che aiutino a contrastarlo. Mi piace essere inafferrabile. Mi piacerebbe sparire in un paese dove nessuno mi conosce. Di tanto in tanto divento cupo».
Nella brevità di queste poche pagine intense troviamo le intuizioni di uno scrittore autentico che giustamente non sopporta le persone incapaci di esprimersi in modo sintetico e quando parlano non distinguono ciò che è importante da ciò che è secondario.
I rifugi della memoria è un piccolo libro che contiene tutta la grande letteratura. Ci auguriamo anche noi che questo piccolo gioiello riceva l’accoglienza che merita.

Nicola Vacca



Laura Freixas è scrittrice, critica letteraria e traduttrice. È cresciuta in Catalogna, ma ha profondi legami in Castiglia, ha vissuto in Francia e Inghilterra, e dal 1991 si è trasferita stabilmente a Madrid. Responsabile della collezione letteraria “El espejo de tinta”, ha portato in Spagna le opere di Amos Oz e Elfriede Jelinek. Attiva sostenitrice della letteratura femminile, è fondatrice dell’associazione “Clásicas y Modernas” per la parità di genere nel settore della cultura. Dopo una prima raccolta di racconti con la quale si fa notare già nel 1988, pubblica nel 1997 il suo primo romanzo, Último domingo en Londres, seguito l’anno dopo da Entre amigas  e  da Amor o lo que sea nel 2005. Gli altri sono più felici è il romanzo che le ha dato notorietà e prestigio,  ora tradotto per la prima volta in italiano – da Francesca Mantura e Alessandro Gianetti – per la collana Xaimaca Jarama, curata da Marino Magliani, Luigi Marfè e Alessandro Gianetti.



I rifugi della memoria. José Luis Cancho e la scrittura come sottrazione

Può sembrare insolito che Arkadia Editore abbia deciso di pubblicare, per la prima volta in Italia, I rifugi della memoria, cioè l’ultimo libro di José Luis Cancho, scrittore spagnolo, nato a Valladolid nel 1952. Perché non pubblicare prima i suoi precedenti romanzi, dando così modo, ai lettori italiani, di avvicinarsi e scoprire questo scrittore da noi sconosciuto? A questa domanda risponde, come è giusto che sia, la lettura stessa delle pagine de I rifugi della memoria.
Opera autobiografica che, diciamolo subito, va ben al di là di un “semplice” diario o di una “semplice” autobiografia a posteriori, con gli inevitabili inciampi o bugie della memoria. Qui, storia personale e letteratura si mescolano in modo tanto inestricabile da trasformare le memorie in un romanzo. Da trasformare Cancho nel personaggio di un romanzo. Ma andiamo con ordine.
Cosa leggiamo in questo I rifugi della memoria? La storia di un giovane che, a soli 22 anni, viene arrestato e torturato dalla polizia politica spagnola e buttato fuori dalla finestra del commissariato di Valladolid. Questo inizio, che a noi italiani di una certa età, non può non richiamare la storia di Pinelli, è solo il punto di partenza per ascoltare una storia, forse uguale a tante altre, fatta di impegno politico, la prigionia, poi la libertà, l’insegnamento, i viaggi e la scrittura, la vita e la ricerca della solitudine. Tutto sorretto da una scrittura che funziona per sottrazione e che, proprio come la memoria, per sottrazione, si aggrappa all’essenziale. Che per Cancho, a un certo punto, sembra essere l’inevitabile ritorno, ai ricordi d’infanzia.
Ma perché dovrebbe interessare l’autobiografia di un uomo, di uno scrittore a noi, lettori italiani, sconosciuto? Perché tra queste pagine sembra esserci, non solo un compendio della sua attività di scrittore (che per sua stessa ammissione torna spesso sugli stessi temi, soprattutto la prigione) ma anche un interessantissimo lavorio di scrittura, di scavo psicologico, di lealtà, verso sé stesso e verso i lettori.
Il poeta è un fingitore, diceva Pessoa. Lo scrittore è un bugiardo, ci dice Cancho. E ce lo dice proprio partendo da sé stesso, dalla sua giovinezza che, caratterizzata dalla lotta politica, ne fa un personaggio abituato a dissimulare, a fingere, a inventare. Da qui la consapevolezza che l’affabulazione e la capacità di raccontare bugie (nel caso specifico per salvarsi durante gli interrogatori) sono il vero punto di partenza per scrivere. Anche se lui esordirà tardi nel mondo delle lettere.
Ma la sua intera vita sarà, lo scopriamo leggendo, un sentirsi fuori posto, un abbandonare progetti, donne e lavoro. Sarà una continua domanda su sé stesso, per diventare ciò che è senza nemmeno sapere cosa volesse dire davvero.
Scrive Andrés Barba nella prefazione al libro: “ […] l’autore è capace di dire cose obiettivamente difficili da articolare senza uscirne a pezzi, ma anche perché dimostra di avere riflettuto con equanimità, distanza e perfino disinteresse di sé e sulle persone che hanno fatto parte della sua vita. Cancho dice di voler scrivere come un morto, e accipicchia se ci riesce.”
Ecco, scrivere come un morto. Questa sarà la chiave di lettura di questo libro. E lo dice chiaramente lo stesso Cancho in apertura quando scrive: “Invecchio e il mio vocabolario si impoverisce. Mi sento come se stessi imparando una lingua straniera. Mi consolo pensando a Beckett che scelse il francese come lingua letteraria e diceva – Scrivo in francese per rendere ancor più povera la mia scrittura, per lavorare a partire dall’impotenza -.
Impotenza e sottrazione. Questo è ciò che si avverte leggendo queste memorie. Impotenza e sottrazione che sono uno sforzo, una fatica. Perché questo è la scrittura. Che per Cancho sembra approdare alla “passione per l’indifferenza” che lo porterà, in queste pagine, a scrivere “dal punto di vista di un morto” ma non per tacere, quanto semmai, per scrivere una lingua altra, per scrivere nella lingua dell’Altro. Ecco perché I rifugi della memoria, pur essendo un’autobiografia, è opera letteraria, è romanzo a tutti gli effetti.
Ci sono parole che tornano spesso in queste pagine, parole come assenza, mistificazione, finzione. Parole chiave per una scrittura in cui Cancho si muove in un continuo ribaltamento, in un continuo cambio di prospettiva. Attorno al nucleo narrativo della prigione che diventa, anche, la metafora di altri confinamenti (mentali e lavorativi, politici a sentimentali) che, quando finiscono, provocano gli stessi improvvisi vuoti, le stesse improvvise paure di affrontare nuove libertà.
Cancho, in questo libro, sembra guardarsi come un entomologo guarda gli insetti al microscopio. E sembra fare lo stesso con la sua scrittura. Ecco perché poter leggere per primo quello che è il suo ultimo libro diviene, più che una forzatura, quello che appare come un viatico per leggere, speriamo, anche gli altri suoi precedenti libri. Come se questo “compendio” fosse, in realtà, una chiave per aprire la porta della sua letteratura.

Geraldine Meyer



Caribe, le meravigliose avventure tra mari e indios

Non c’è bisogno di essere appassionati di storie di mare per provare un piacere quasi fisico nel leggere questo Caribe dello scrittore cubano Fernando Velazquez Medina, da poco mandato in libreria dalla sarda Arkadia Editore. Basta mettersi comodi e decidere di disporre di un po’ di tempo durante il quale niente e nessuno verrà a disturbare la lettura. E immergersi, è il caso di dirlo, nella storia di Diego, protagonista e voce narrante di queste avventure caraibiche.
Siamo attorno alla metà del ‘500 e il piccolo Diego, figlio di una modesta famiglia, divenuto un uomo potente, racconta la sua storia al maggiore dei suoi figli. Per lasciargli un’eredità che, oltre che di ricchezze, sia fatta, appunto, di parole e memoria.
Sotto il sole de L’Avana, tra mare e libertà, il piccolo Diego, abitante di quello che era un avamposto del potente impero coloniale spagnolo, vive tra animali marini, giochi e avventure. Fino a quando, uno sguardo di troppo a una donna, un equivoco e la longa mano dell’inquisizione, nella persona di un esagitato francescano, non lo costringerà a lasciare la sua isola e darsi alla fuga.
Compagno di viaggio, mentore e maestro, sarà un monaco italiano, studioso e uomo dalla vasta cultura ma dalla ancor più vasta curiosità. Quell’Uberto Eco da Bologna (chissà se l’autore voleva fare un sotterraneo omaggio) che lo porterà con sé a conoscere il mondo, gli uomini e altre culture, sulla scia di una volontà di scoperta: stabilire se tra maya e egizi, entrambi costruttori di piramidi, ci fosse qualche legame.
Comincia così, per Diego, un viaggio alla scoperta del mondo, magico, misteriosi e violento, degli indios. Viaggio di formazione, si può dire, durante il quale il ragazzo vivrà avventure di ogni tipo, tra corsari, mercanti senza scrupoli, navi negriere, animali feroci e sconosciuti. Un mondo in cui alla ricchezza e ubertosità della natura si affiancano pericoli di ogni sorta, un mondo in cui, che si sia uomini o animali, è un attimo passare dall’esser cacciatore all’esser preda.
Tra dispute teologiche, Diego imparerà sulla sua pelle, e dalle parole di Uberto, quanto possa essere potente la fame di conoscenza, di scoperte ma anche, e soprattutto, quanto la conoscenza possa far paura al potere, soprattutto quello ecclesiastico. E quanto il denaro e l’ingordigia della politica, siano in grado di far girare il mondo e di seppellire e bruciare uomini e libri.
Sono quasi trecento pagine di puro godimento, di storia, geografia, zoologia, arte marinara e arte dei combattimenti per mare. Citazioni colte e citazioni da libri antichi si mescolano ad avventure che da drammatiche sanno, in un attimo, divenire quasi comiche.
Insieme alle pagine di Caribe anche il lettore viene letteralmente condotto per mare e tra i rumori e gli agguati delle foreste tropicali, nei misteri delle antiche città maya, nella cultura degli indios, tra le onde dei mari delle Americhe, quel nuovo mondo che andava facendosi e che stava diventando emblema e metafora di una “modernità” non esente da contraddizioni e violenze.
Diego diventa la voce narrante di una nuova fame di espansione e di scoperte. Quelle scoperte che, come gli ricorderà Uberto, sono possibili solo quando, per ottenerle, si diventa capaci anche di andare contro il potere costituito. Ma tante saranno le cose che il giovane Diego imparerà durante il suo periglioso viaggio. Imparerà che da soli non è possibile fare nulla, imparerà che dovrà essere disposto a tutto per salvare sé stesso, a non consentire a nessuno di essere di ostacolo alla propria sopravvivenza.
Primo volume di quella che sarà una trilogia, Caribe è si un romanzo di avventura ma non solo. Molte sono le tracce sottotesto, molti i sentieri che dipartono dalla strada principale. Proprio come tanti sono i sentieri nascosti nella foresta e tante le onde e gli attacchi che posson capitare in mare. Un libro che è, prima di tutto, un inno alla voglia di conoscere, alla consapevolezza che c’è sempre un altrove verso cui tendere. Costi quel che costi. Diego diventerà grande, molto più grande della sua età durante quel viaggio, scamperà alla morte molte volte, l’inquisizione, incontrata per due volte sulla sua strada, non riuscirà a farne un’altra vittima. E il lettore lo saluterà alla conclusione del libro ma al principio di nuove avventure quando, sulla sua strada, arriverà il più famoso, grande e nobile, in un certo senso, corsaro di tutti i tempi: Francis Drake.
Che dire? Buona lettura.

Geraldine Meyer



Arkadia Editore

Arkadia Editore è una realtà nuova che si basa però su professionalità consolidate. Un modo come un altro di conservare attraverso il cambiamento i tratti distintivi di un amore e di una passione che ci contraddistingue da sempre.

P.iva: 03226920928




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