Xaimaca


RACCONTI. Dall’Argentina

Le storie brevi di González Tuñón

Seconda uscita della collana Xaimaca, dedicata dall’Arkadia agli scrittori ispano-americani non ancora tradotti in Italia, “Letti da un soldo” è una raccolta di racconti del 1932 che tra realtà e immaginazione, risate e lacrime, rivelano quanto l’esistenza possa essere ineffabile. L’argentino Enrique González Tuñón (1901-1943) li ambienta nella sua Buenos Aires, popolata da ubriachi, sognatori, affamati: un’umanità derelitta e grottesca, che l’autore non esalta né giudica, figli di un dio minore i quali il traguardo più ambito è riuscire a vedere l’alba del giorno dopo. Il volume è arricchito da una selezione di altri lavori di Tuñón, risalenti al biennio 1927-28.

Fabio Marcello



César Vallejo (1892-1938) è stato uno scrittore peruviano, tra i maggiori poeti del secolo scorso. Tra le sue raccolte figurano libri come Los heraldos negros (1918), Trilce (1922) e Poemas humanos (1931-1938), frutto di un percorso che parte da sperimentazioni moder- niste per giungere a una poesia di tema sociale. Vallejo nacque a Santiago de Chuco; le sue nonne erano indigene. Si laureò in lettere a Trujillo e, durante gli studi, lavorò in una piantagione di zucchero, dove rimase scosso vedendo lo sfruttamento dei peoni. Nel 1917 si trasferì a Lima e si dedicò all’insegnamento. Dopo la pubblicazione dei racconti di Escalas (1923) e della Fabla selvaje (1923), emigrò in Europa. Tra le sue opere narrative, si possono ricordare anche Hacia el reino de los Sciris (1928) e Tungsteno (1931). Scrisse anche libri di viaggio, come Rusia en 1931 (1931), testi teatrali, mai rappresentati durante la sua vita, e i saggi de El arte y la revolución (1926- 1931), una raccolta pubblicata dopo la morte. Durante la guerra civile spagnola, scrisse a favore della causa repubblicana, insieme a Pablo Neruda. Morì a Parigi nel 1938. 



A proposito di “Letti da un soldo” 

Perdenti d’Argentina

La casa editrice Arkadia “scopre” Enrique Gonzáles Tuňón, narratore del primo Novecento. Nei suoi racconti, l’Argentina della miseria e del dolore: una testimonianza (a rovescio) dell’emigrazione italiana 

Letti da un soldo (euro 14) di Enrique Gonzáles Tuňón, mai pubblicato prima in Italia, è l’ultima e meritoria iniziativa editoriale di ArKadia. Si tratta di una silloge di racconti, dialoghi e riflessioni in cui lo scrittore argentino, morto prematuramente nel 1943 a soli 42 anni, non solo dimostra il suo talento di narratore, la sua capacità di giocare con le idee e le parole ma ci offre anche uno spaccato della situazione sociale ed economica dell’Argentina negli anni tra i due conflitti mondiali, quando Buenos Aires cresce a dismisura per l’afflusso di migranti provenienti soprattutto dall’Italia. Vengono inglobati sobborghi che in precedenza erano ai margini se non fuori della cerchia urbana e il tessuto sociale si gonfia e si sfilaccia, mostrando crepe e smagliature.

A livello più specificamente culturale in quel periodo nascono due movimenti, Florida e Boedo che devono il loro nome rispettivamente a un caffè frequentato da alcuni intellettuali, tra cui J. L. Borges, e a una strada dei sobborghi. Gli aderenti a quest’ultimo movimento volevano cambiare il mondo mentre gli intellettuali di Florida volevano svecchiare la letteratura. Questi ultimi guardavano alla vecchia Europa e al surrealismo in particolare mentre i primi si ispiravano a Dostoevskij e a Maiakovskij. Tuňón si muove tra i due movimenti e se da un lato si fa portavoce delle istanze politiche e sociali delle fasce più deboli, dall’altro riesce a rinnovare le arcaiche strutture letterarie e giornalistiche.

Protagonisti di questi racconti, che pur essendo di lunghezza diversa finiscono col costituire quasi i capitoli di un breve romanzo, sono perdenti, disoccupati e ubriaconi, che non hanno una fissa dimora e che quando possono – quando cioè dispongono di un peso – dormono in 5 in una squallida camera di una locanda di infimo ordine, La Pignatta misteriosa dove regnano incontrastate muffa, cimici e puzza di vomito. È la miseria, declinata in tutte le sue forme, la vera protagonista di questi racconti ed infatti l’esergo tratto da una lettera di Oscar Wilde ad André Gide recita testualmente così: “… la povertà, la miseria sono una cosa terribile, infangano l’anima dell’uomo.” E nella miseria più sordida galleggiano i suoi personaggi come topi nella fogna, contrassegnati da una desolata solitudine e da una sofferenza immedicabile ed è allora che il confine tra bene e male, tra odio e amore si fa sempre più labile ed incerto. I contorni delle cose e dei personaggi sfumano e sul dolore degli uomini talvolta prevale o sembra prevalere il sentimento antico della pietà che consola e accomuna ma certo non riscatta, altre volte, invece, in Tuňón si fa strada una comicità che si accende di rabbia per l’assurdità della vita. Ed è allora che la borghesia, che sembra colpevolizzare i poveri perché non sono riusciti ad arricchirsi e perché non hanno il buon gusto e la decenza di nascondere la loro povertà, diventa oggetto di critiche feroci per la sua ipocrisia, per la sua cosiddetta normalità decorosa a cui si contrappone la vitalità febbrile e creativa di quella umanità dolente e passionale.

È l’estetica della marginalità quella di cui lo scrittore argentino si fa portavoce in questi racconti non è un caso che come musica di sottofondo, come ritmo di questa bohème letteraria, abbia scelto il tango a lui particolarmente caro avendo, tra l’altro, composto dei testi musicati da Carlos Gardel.

Negli ultimi racconti della raccolta, desunti da altre due sillogi, prevalgono invece la leggerezza, il tono stralunato e surreale e quel pizzico di malinconia che è proprio dei clown circensi in cui lacrime e sorrisi si fondono perfettamente e confermano la ricchezza interiore, la complessità e la modernità dello stile di Enrique Gonzáles Tuňón.

 

Francesco Improta



Enrique González Tuñón | Letti da un soldo

Sono stato amico di ladri, biscazzieri, gente miserabile. Ho conosciuto gente spregevole, donne ipocrite, puttane. La vita è amara, pesante, difficile. Adesso penso che avrei dovuto morire quando mi operarono per non so quale malanno, venti e più anni fa. Ero un bambino, e mi avrebbero portato al cimitero in una cassa bianca. Invece di trascinarmi per il mondo starei molto più in alto delle nubi, nella purissima felicità che cantano gli angeli nel cielo limpido [dal racconto I cinque, Enrique González Tuñón, trad. M. Magliani e R. Ferrazzi]
La raccolta di racconti “Letti da un soldo” di Enrique González Tuñón uscì in Argentina nel 1932 ed è stato pubblicato in italiano dalla casa editrice Arkadia editore, con la traduzione di M. Magliani e L. Marfè, secondo volume della collana Xaimaca. I racconti presenti provengono da tre diverse raccolte di González Tuñón.

“Letti da un soldo” comprende cinque racconti provenienti dall’opera orginale “Cama desde un peso“, cinque storie che si possono leggere quasi come un romanzo, dove i protagonisti portano nel cuore il personale carico di dolori e dispiaceri, e si ritrovano nella squallida e lurida locanda chiamata “La pignatta misteriosa“, un luogo dove i letti per dormire costano solo un peso, un soldo.
Sei racconti brevi provenienti da “El alma de las cosas inanimadas“, dove i protagonisti sono bizzarri e molteplici: un telefono epilettico, un gliptodonte, uno smilodonte e un uomo sui pattini; infine, due racconti provenienti da “La rueda del mulino mal pintado“, che hanno come protagonsiti uomini nuovamente sull’orlo del disagio sociale.
Enrique González Tuñón, fratello del celebre poeta argentino Raúl, nacque nel periferico quartiere di Once, a Buenos Aires, e fu scrittore di romanzi, racconti e giornalista. Entrambi non furono molto apprezzati in vita e subirono parecchie critiche legate, in particolare Enrique, all’essere romanticamente anarchico e bohémien.
Aspetto l’amore con il disperato desiderio dei vent’anni. Se tardasse a venire uscirei in strada ad annunciare come un banditore la mia disgrazia perché qualche donna mi consolasse con una carezza; andrei a bussare a tutte le porte fino a quando una mano gentile e sensibile mi chiamasse e una voce mai sentita, una voce appena nata, mi dicesse, vieni (…) L’avventura della mia gioventù non è altro che una meschina e interminabile scaramuccia [dal racconto La miseria permanente, Enrique González Tuñón, trad. M. Magliani e R. Ferrazzi]
“Cama desde un peso“, titolo originale della raccolta, raccoglie quindi le storie di persone disagiate, perdenti della vita, ladri, ubriaconi, disperati, prostitute, spacciatori e vagabondi, affrescando la periferia di Buenos Aires degli anni Venti e dei primissimi anni Trenta del Novecento.
Anni in cui il cambiamento sociale fu importante: le periferie vennero quasi inglobate con la città vera e propria, la quale si ritrovò ad diventare una capitale grande e cosmopolita, abitata in particolar modo da migranti giunti da ogni dove e da persone di nazionalità argentina in cerca di fortuna e ricchezza.
Perché vivono in me tanti ricordi di epoche trapassate? Occorre credere per vivere (…) Il giorno in cui non ci crederai più finirai di esistere [dal racconto Lo smilodonte scettico, Enrique González Tuñón, trad. M. Magliani e R. Ferrazzi]
Si tratta di una raccolta di racconti completa, utile per scoprire una voce della letteratura argentina pressoché sconosciuta in Italia. I racconti sono inoltre interessanti per conoscere la situazione dell’Argentina a cavallo tra gli anni Venti e Trenta, con particolare riguardo verso i ceti sociali meno abbienti. I racconti proveniente dalle altre due raccolte originali offrono uno sguardo su quella che sarà una letteratura dell’assurdo e del grottesto.
“Letti da un peso” è una raccolta di racconti che consiglio a chi cerca una letteratura sudamericana di nicchia, una serie di storie scritte da autore sudamericano poco noto in Italia, una tipologia di storie che la collana Xaimaca della casa editrice Arkadia mira a proporre ai lettori italiani.

Claudia Pezzetti



Piccoli uomini

Per l’argentino González Tuñón (1901-1943) non esistono più torri d’avorio destinate a proteggere i letterati. “Sono state abbattute a cannonate”, la vita moderna vuole che gli artisti scendano in strada. Il suo Letti da un soldo è un libro grottesco, aggressivo, dolente ma non privo di uno strano umorismo. Perduti in una “città ambiziosa, febbrile, frettolosa”, gli invisibili piccoli uomini che affollano questi brevi racconti sono ossessionati dalla fame e presentano punti di contatto con il mondo marginale descritto nelle arltiane Acqueforti di Buenos Aires. C’è però una differenza: per González Tuñón la scrittura non è un gancio alla mandibola del lettore, come in Arlt, ma “una sghignazzata dentro una bara”.

Loris Tassi



Enrique González Tuñón nacque nel 1901 a Buenos Aires, nel quartiere popolare di Once. Tra i protagonisti della scena letteraria bonaerense degli anni Venti e Trenta, Tuñón sperimentò diverse forme di scrittura. Come il suo amico Roberto Arlt, contribuì a rinnovare il giornalismo letterario dell’epoca, con uno stile sperimentale e inconfondibile, scrivendo su “Crítica” e collaborando con riviste come “Proa” e “Martín Fierro”. Fu uno degli esponenti della bohemia literaria di Buenos Aires, città che conosceva perfettamente e che attraversava ogni giorno per lavoro, ma soprattutto per il gusto del flanerismo, spesso in compagnia di suo fratello, lo scrittore e poeta Raúl González Tuñón. Scrisse testi per i tanghi di Carlos Gardel e sceneggiature per il cinema. La sua produzione narrativa annovera raccolte di racconti come El alma de las cosas inanimadas (1927), La rueda del molino mal pintado (1928) e Camas desde un peso (1932). Morì nel 1943, a Cosquín, nella provincia di Cordoba. 



SIN RUMBO

Andrés è un possidente, è giovane, ha tutto quello che potrebbe desiderare: agiatezza, denaro, donne, amicizie. La sua vita però è una melina tediosa e rabbiosa al contempo ‒ se i due aggettivi possono sposarsi insieme ‒ passata tra la estancia (le terre) nella quale lavora insieme ad un manipolo di peones ai suoi comandi, e Buenos Aires, dove vive una vita mondana tra teatri, bar, tavoli di baccarà e amanti occasionali d’alto bordo. Il ragazzo un animo inquieto, fumantino, non crede in Dio e ama Schopenhauer. Del filosofo polacco fa sua soprattutto la considerazione che “Ci accorgiamo del tempo quando ci annoiamo e non quando ci divertiamo. Entrambe le cose dimostrano che la nostra esistenza è tanto più felice quanto meno la sentiamo: ne segue che sarebbe meglio non averla”. Nutre un certo disprezzo per il genere umano ed una sostanziale noia derivata da una perenne, frustrante, insoddisfazione. Pensa continuamente al suicidio come unica forma di liberazione da quella vita priva di senso. Poco prima di trasferirsi alcuni mesi a Buenos Aires, Donata, la figlia mulatta di un servo, gli dice di aspettare un figlio e che il figlio è suo. Forse Donata è innamorata o forse disperata perché sa come vanno le cose tra padroni e servi. Soprattutto, sa come vanno le cose tra padroni e serve. Andrés è infastidito dalla notizia, teme che possa bloccarlo lì. Donata gli piace e sa bene quello che ha fatto con lei, quindi si rifugia in uno sterile e poco convinto “tornerò”. Intanto a Buenos Aires conosce la Amorini, una cantante lirica italiana bella e avvenente in cartellone al teatro Colón. Tra i due scoppia una passione focosa, ma dopo i primi mesi Andrés inizia ad essere insofferente al ruolo di “primodonno”, di amante ufficiale della Amorini. Comincia a trovare nella donna tutti i difetti possibili e lo stesso fa con se stesso – arrivato a trent’anni senza una direzione precisa – dopo aver ipotecato la estancia all’ennesimo tavolo di baccarà. All’improvviso, nel punto più basso della sua esistenza, si guarda intorno e vede solo fallimento, debiti, dissipazione. Niente che abbia messo radici. E poi, al centro di questa miseria, un pensiero fulminante che lo lascia senza fiato, lo turba e lo scuote, l’unica cosa che possa considerarsi, quella sì, una radice a cui aggrapparsi: quel figlio lasciato nel ventre di Donata e che nel frattempo dei suoi bagordi portegni sarà già nato. Un figlio suo e il pensiero di lui che è padre…

Eugenio Cambaceres è un narratore di una finezza estrema e di un pessimismo senza soluzione; una scoperta mozzafiato che dimostra le profondità abissali cui può spingersi la letteratura. Nella sua narrativa struggente non c’è conforto; si è impreparati di fronte all’assenza di una tregua, davanti al tedio che consuma i giorni, lo stillicidio di uno spreco che non centellina gli istanti. Sin rumbo è la sconvolgente storia che non ti aspetti, fatta di mille piccole luci di teatro, paesaggi rurali, pampa sconfinata e polverosa, di sregolatezza, di acuti lirici che lentamente si abbassano e si spengono, un elemento alla volta, per lasciare una scena nuda, quasi desertica. Una desolazione sconfinata in cui si muove senza meta un accidioso e iracondo campagnolo che cerca disperatamente guizzi di vita coi quali riempire vuoti cosmici. Sembra di annoiarsi insieme al protagonista, di trascinarsi, fino a quando la storia non esplode, letteralmente (e ‒ letteralmente ‒ su una parola ben precisa), e sprigiona tutta la sua crudezza e tutta la sua devastante, carnale poesia. Sin rumbo (titolo lasciato efficacemente in lingua originale dai traduttori) in italiano si tradurrebbe “senza rotta” o anche, in senso figurato, “senza condotta” e racchiude in sé il cuore di questo uomo ‒ Andrés ‒ che sta al mondo in modo disordinato, ondivago, confuso tra la consapevolezza travolgente del niente e l’ostinazione passeggera alla salvezza. Nella sua esistenza fatta di sperpero e donne, niente arriva per restare. Tutto passa. E tutto fa male. Tutto nell’anima è un trafficare di dolore al quale ci si può contrapporre soltanto murandosi dentro un nichilismo irriducibile, augurandosi una morte per quanto prematura, occasionale, procurata. C’è solo una cosa che può aprire una breccia in questa esistenza e quando arriva richiede l’urgenza liberatoria di un cambiamento: è lo scoprirsi padre, un moto che lo riconduce ad una responsabilità, ad avere un ruolo su questa terra, alla coscienza di una cura, all’amore viscerale e incomprensibile, frastornante e assoluto. È il toccare il cielo con un dito col terrore atavico che quella gioia sfumi da un momento all’altro per una ripicca, per un capriccio divino, per una compensazione. Nel suo cuore, essere padre e la sana follia dell’amore gettano il seme dell’inquietudine, una prospettiva spaventosa, presaga di eventi irreparabili. Si chiama cherofobia, ed è la paura di essere felici. Dentro Sin rumbo questa paura si amplifica man mano che la storia si compone; si identifica, soverchia, occupa ogni interstizio, ci lascia soffocare insieme ad Andrés, alla sua solitudine incolmabile, insieme a quel senso di irreparabilità per il quale la vita è solo una iattura e un’impostura, uno scherzo crudele che è stato giocato all’uomo, il cedimento al ritorno dentro il ventre del nulla. La vita, qui, è la punizione con cui si ripara a un peccato, a una contraddizione. È un contrappasso, la dura prova del Giobbe tradito e devastato.

Romina Arena



Lo Scaffale di Andrea: Sin rumbo

Rotte senza destino, rotte senza destinazione

Recensione al libro di Eugenio Cambaceres 

“Sin rumbo”

 

“Los squires ingleses silbaban para llamar a sus sabuesos, y algunos personajes dickensianos silbaban para conseguir un cab. En quanto a la literatura argentina silbaba poco, lo que era una verguenza. Por eso aunque Oliveira no habìa leìdo a Cambaceres, tenìa a considerarlo como un maestro nada màs por sus titulos, a veces imaginaba una continuaciòn en la que el silbido se iba adentrando en la Argentina visible e invisible…”

“Gli squires inglesi fischiavano per chiamare i loro segugi e alcuni personaggi di Dickens fischiavano per ottenere un cab. In quanto alla letteratura argentina (Oliveira) fischiava poco, una vera vergogna. E così, per quanto non avesse letto Cambaceres, Oliveira tendeva a considerarlo un maestro più che altro per certi titoli e qualche volta ne immaginava il seguito in cui il fischio si insinuava poco a poco nell’Argentina visibile e invisibile…” (Cortàzar, J: “Rayuela”. Catedra. Letras Ispanicas. Madrid 2003. Pag. 389. La traduzione italiana è di Flaviarosa Nicoletti. Rossini. Einaudi. 2015. Pag.245).

Non è un caso che il nome di Eugenio Cambaceres compaia in uno dei romanzi più importanti e complessi di Julio Cortàzar e non è un caso che compaia il fischio. Sia la prima opera di Cambaceres, pubblicata nel 1882, “Potpourri”, sia la seconda, pubblicata nel 1884, “Musica sentimental” avevano come sottotitolo “Silbidos de un vago”, “Fischi di un pigro”. Del resto Cortàzar cita ancora Cambaceres nel brevissimo capitolo 153 di “Rayuela” (Pag. 733 dell’edizione originale). Aggiungo che nel romanzo più importante di Cambaceres “Sin Rumbo”, pubblicato nel 1885, questo sottotitolo scompare.

Dunque il fischio. Quel fischio di Horacio Oliveira, eterno studente e infaticabile flaneur a Parigi, quel fischio che rende omaggio a un autore considerato un maestro sebbene non letto. Quel fischio di un autore che darà vita a personaggi che molto ricorderanno il flaneur Oliveira, quell’autore a cui gli scrittori argentini del Novecento dovranno, davvero, molto.

Ma chi era Eugenio Cambaceres? Era il figlio di un chimico francese che si era stabilito in Argentina nel 1829. Nacque a Buenos Aires nel 1843. Fu uomo politico, deputato, segretario e vicepresidente del Club del Progreso. Nel 1876 ebbe una relazione con la cantante lirica Emma Wizjiak, relazione che sfociò in uno scandalo. Viaggiò spesso in Francia dove ebbe un’altra relazione con un’altra cantante lirica, Luisa Bacichi, che sposò nel 1887 e da cui ebbe una figlia, Rufina. Morì di tisi a Buenos Aires nel 1888.

Eugenio Cambaceres appartiene a quella che venne chiamata la Generacìon del ochenta, la Generazione dell’ottanta”. Fu una generazione che visse con gli occhi rivolti alla città e al suo sviluppo proprio nel momento in cui Buenos Aires volgeva il suo sguardo all’Europa, alla Francia, In particolare a Parigi, come lo si può constatare dalle trasformazioni urbanistiche, di tipo hausmanniano, che che il sindaco del 1880, Torcuato de Alvear, volle fortemente con l’obiettivo di far diventare Buenos Aires la Parigi del sud. E non è un caso che molti degli uomini politici, degli scrittori, degli intellettuali di quella generazione viaggiassero verso Parigi in un vero e proprio viaggio di iniziazione. Lo fu anche per Cambaceres che venne considerato dal critico letterario Martin Gace Meon -anch’egli appartenente alla generazione dell’ottanta- come il fondatore del romanzo argentino contemporaneo.

In Italia Eugenio Cambaceres è un autore non tradotto e praticamente sconosciuto. Bisogna ringraziare la casa editrice di Cagliari Arkadia -una casa editrice che pubblica libri di grande spessore e non solo di area sarda- per averci fatto conoscere quello che da molti critici, come si è detto più sopra, è considerato il padre del romanzo moderno argentino. E ce lo ha fatto conoscere nel modo migliore possibile con l’ottima cura e l’ottima traduzione di Marino Magliani e Luigi Marfè. Marino Magliani e Luigi Marfè sono anche i curatori, sempre per Arkadia, della collana Xaimaca, una collana interamente dedicata ad autori latinoamericani e che ci riserverà, certamente, altre piacevoli sorprese letterarie di quell’ambito geografico.

“Sin Rumbo”, senza rotta, è un libro da leggere e sul quale meditare.

In breve la trama: Andrés è un uomo molto ricco, possidente terriero e che non dovrebbe avere affanni di sorta. In realtà è abitato dalla noia, da uno spleen baudelairiano che cerca di vincere, dapprima, avendo una relazione con Donata, la figlia di un suo bracciante e che metterà incinta, poi, anche per sfuggire alla sua responsabilità, andandosene a Buenos Aires. Là avrà una relazione con la cantante lirica Amorini (in cui è adombrata la figura di Emma Wizjiak). Ma, ben presto, la passione si trasformerà in noia mortale. Andrés non troverà altra soluzione che quella di tornare nella pampa, nei suoi possedimenti, dove potrà conoscere la figlia Andrea, nata nel frattempo. Cosa altro troverà lascio al lettore scoprirlo.

Cambaceres è stato considerato un seguace del naturalismo di Zola. Di sicuro è così. Ma in “Sin Rumbo” c’è un netto superamento di questa influenza. Vedremo più avanti perché.

Andrés è un uomo senza destino e senza destinazione. Qui è d’obbligo citare il grande filosofo ebreo francese di origini russe Vladimir Jankélévitch. Nel suo libro “L’avventura, la noia, la serietà” (Einaudi. 2018), Jankélévitch distingue con chiarezza destino e destinazione:

“Ciò che viene disposto per l’uomo da parte delle fatalità economiche e sociali, fisiologiche e biologiche, le fatalità materiali, insomma, l’ereditarietà, la stessa infermità, nascere poveri, essere handicappati a causa di una grave malattia, eccetera: ecco cosa fa parte del mio destino… intorno a questo destino, c’è qualcosa di evanescente e maggiormente fluido che lo circonda come un’aura o un alone luminoso a cui diamo il nome femminile di destinazione. La stessa libertà in virtù della quale si modifica la propria sorte è un ingrediente di tale atmosferica destinazione. La destinazione conferisce un significato alle bizzarrie arbitrarie, assurde o sconnesse, che sono invece respinte dal destino” (Pag.25).

Anche se Andrés è un uomo ricco e sembra che questo sia il suo destino, in realtà non ha nulla e se avesse un destino gli volterebbe le spalle, magari deridendolo. Ancora meno ha una destinazione. È un uomo senza rotta, che vaga, che sembra girare a vuoto anche nel momento in cui pare che stia prendendo delle decisioni. È come se le avventure che ha attraversato e sta attraversando non avessero lasciato un segno, neppure una cicatrice che diventi memoria. Tutta passa e se ne va come l’acqua che scorre..Ci sono pagine belle e drammatiche in cui è descritta la sua flanerie per Buenos Aires. È una flanerie molto diversa da quella tratteggiata da Franz Hessel nel suo “L’arte di andare a passeggio” (Elliot. 2011) tra le vie di Parigi. O da quella di Baudelaire. O ancora da quella studiata da Walter Benjamin e che aveva come luoghi privilegiati di analisi Parigi e Berlino.

Quello di Andrés non è un andare a zonzo per la città dove si scoprono casualmente angoli di strade di cui mai ci si era accorti prima, scorci che ci lasciano sorpresi e dove la flanerie implica un sottile piacere. La flanerie di Andrés è una flanerie disperata in cui il tempo è un tempo vuoto e omogeneo, in cui il tempo diventa il tempo della noia, quel tempo così magistralmente descritto da Jankélévitch sempre in “L’avventura, la noia, la serietà” dove tutti i possibili ci sfilano davanti senza che ne scegliamo uno e vanno ad affollare un passato sterile, che non provoca alcun languore a ricordarlo. Per dirla con Jankélévitch la noia

“non è la miseria di una coscienza sottoalimentata, ma al contrario è l’inedia della sazietà” (Pag. 78. Il corsivo è mio).

Andrés cita il suo filosofo preferito, Schopenhauer, a proposito del tempo:

“‘Ci accorgiamo del tempo solo quando ci annoiamo e non quando ci divertiamo. Entrambe le cose dimostrano che la nostra esistenza è tanto più felice quanto meno la sentiamo: ne segue che sarebbe meglio non averla’” (pag.13).

In realtà in Andrés non c’è quel tempo che i greci chiamavano Kairòs, quel tempo dell’istante in cui si decide, in cui si può decidere il senso della vita. E, sempre seguendo Jankélévitch, se noi siamo tempo incarnato, se la nostra patria è il tempo, allora Andrés è un senza patria, uno sradicato, un fuggiasco dalla vita. In questo senso Andrés ci ricorda tanti personaggi di Onetti, tanti di Arlt che vagano senza meta per una Buenos Aires stravolta e iperrealista.

Anche la nostalgia per la pampa che prende Andrés dopo il girovagare disperato per Buenos Aires non è quella nostalgia che, nel presente, può essere un ponte tra il passato e il futuro. È come se quella nostalgia fosse qualcosa di estemporaneo che non si radica dentro all’anima. Il desiderio del ritorno alla pampa e alla sua hacienda è un disperato bisogno di fuga, non è l’approdo di Ulisse ad Itaca. Il suo sarà un approdo molto diverso. Solo nel momento dell’incontro con la figlia Andrea (che ci ricorda aspetti autobiografici, in particolare il rapporto di Cambaceres con la figlia Rufina) parrà risollevarsi ed assumersi la responsabilità di una esistenza. Ma sarà un’assunzione goffa, incerta, che ripeterà il modo in cui la propria madre aveva avuto di prendersi cura di lui quando era bambino in una specie di trasmissione intergenerazionale. Forse l’unico destino possibile sarà questa trasmissione, tanto studiata dagli psicoanalisti, una trasmissione che agisce nell’inconscio di Andrés.

Anche dal punto di vista formale “Sin Rumbo” è un romanzo moderno, ormai proiettato snella letteratura del Novecento. Alla narrazione del narratore onnisciente, di stampo prettamente ottocentesco, si alterna il discorso libero indiretto, il flusso di coscienza, l’onirismo (unico esempio della letteratura argentina dell’epoca) come accade alla fine del capitolo XXVIII:

“E tutto, tutto era menzogna. Non aveva un figlio, non esisteva nessun mostro; il nano, il maiale, il rospo erano chimere, vani deliri della sua mente in momenti di incubo. E sognando alla fine di essere un sogno, smise di sognare e si ritrovò in viaggio, con destinazione l’Europa, a bordo di un vapore, steso tranquillamente nella sua cabina. D’improvviso, pensò che la nave si stesse rovesciando. Di soprassalto si sedette e aprì gli occhi…

La carrozza si era incagliata, immersa fino ai mozzi delle ruote in un vecchio fosso” (Pag. 90-1).

Esiste, poi, uno scarto incolmabile tra il narratore e il protagonista. Anche per tutto questo il “Sin Rumbo” di Cambaceres supera il naturalismo di Zola, ma anche il decadentismo dello Huysmans di “A’ Rebour” e di “A’ vau-l’eau” a cui, spesso, il romanzo di Cambaceres è stato spesso paragonato.

Le descrizioni dei paesaggi sono magistrali come lo è il ritmo che le sostiene. Un esempio:

“Era calata la notte, tiepida, trasparente.

Una nebbia spessa iniziava a salire dalla terra.

Il cielo illuminato di stelle era il lenzuolo di una immensa cascata che si rovesciava a terra e, nel cadere, alzava gli schizzi d’acqua che si frangeva nello schianto” (Pag.13).

Con una conclusione del periodo che ha forte sapore surrealista.

Altre descrizioni fanno venire in mente un montaggio cinematografico dove il quadro, poco a poco, si anima, dove l’aggettivazione è efficace e evocativa e dove acquista una grande importanza la punteggiatura, l’uso sapiente della virgola, del punto e virgola e dell’a capo. Eccone un esempio:

“Nelle osterie, gli ubriachi bruciavano una infinità di fuochi artificiali.

I ragazzi, in cerchio, tenendosi per mano, saltavano gridando.

I cavalli, attaccati agli steccati dei marciapiedi, stanchi, riposavano, liberi dalle capezze e dalle redini.

Di tanto in tanto, un carretto passava sferragliando rumoroso, circondato da nuvole di polvere.

Sul sagrato si riunivano gli uomini. Il giudice di pace, il comandante, il medico, il farmacista, il commissario di polizia, il maestro di scuola, i negozianti, gli impiegati comunali o i personaggi influenti, gli assi del paese stavano tutti in gruppo.

Un poco più in là, con i piedi più in basso, i dipendenti, intorno al telegrafista.

Sul ciglio della strada le ultime carte del mazzo: i mantelli e le camicie formavano un gruppo a parte.

Le donne, gonfie e tronfie, entravano due o tre alla volta” (Pag.23).

A proposito dei ritmi della narrazione. occorre ripeterlo: se noi possiamo gustarli anche in lingua italiana lo dobbiamo all’ottima traduzione di Marino Magliani e di Luigi Marfè.

Non c’è rotta, non c’è destino, non c’è destinazione, non ci sono teologia o teleologia in questo romanzo.

Andrés precorre l’uomo del primo Novecento. Non è solo un uomo decadente, ma anche un uomo senza qualità, ma ben più intriso di nichilismo dell’Ulrich di Musil che è salvato dall’ironia. È anche l’uomo che, non molto tempo dopo, sarà trasformato in scarafaggio. È l’uomo che soccombe alle pulsioni dell’inconscio. Gli faranno compagnia tanti altri personaggi che hanno perduto la rotta e il senso delle loro esistenze e che non sapranno da che parte dirigere le loro vele.

Andrea Cabassi



Arkadia Editore

Arkadia Editore è una realtà nuova che si basa però su professionalità consolidate. Un modo come un altro di conservare attraverso il cambiamento i tratti distintivi di un amore e di una passione che ci contraddistingue da sempre.

P.iva: 03226920928




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28 novembre 2018
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