Xaimaca


I rifugi della memoria – José Luis Cancho

José Luis Cancho è uno scrittore spagnolo che alle sue spalle ha un vissuto intenso. Aveva solo 22 anni quando quattro poliziotti al servizio del regime di Franco lo buttarono giù dalla finestra del commissariato di Valladolid.
Oppositore del franchismo, ha conosciuto la tortura e la galera. Membro di un partito di estrema sinistra con la militanza politica nel cuore negli anni è diventato scrittore. È alla letteratura ha affidato la sua testimonianza di uomo che fa i conti con la sua esperienza. Ha pubblicato quattro libri. Adesso I rifugi della memoria, uscito in Spagna nel 2017, viene pubblicato in Italia da Arkadia. In appena settantacinque pagine siamo davanti a un piccolo gioiello, oserei dire un grande capolavoro. Come Stig Dagerman, Cancho cerca, o almeno ci prova, nella scrittura il suo personale bisogno di consolazione. Affida alla memoria per scrivere il suo autoritratto frammentario: «Il mio proposito è andare in fondo quell’io segreto nel quale neppure a me stesso risulta facile penetrare. In parte perché, alla mia età, credo di averlo perduto». Una passeggiata nella memoria e nei ricordi con l’intento di svelare ciò che nella sua vita è occulto, con il cuore sempre nella realtà. Così José Luis Cancho si è fatto scrittore e attraverso la scrittura è riuscito a riconciliarsi con tutti i mondi che si era lasciato alle spalle, come se la scrittura fosse il punto d’incontro fra tutto ciò che è stato e quello che è oggi. I rifugi della memoria è un libro di poche e sorprendenti pagine in cui il suo autore si attraversa (ricorrendo anche alle parole della poesia), si affida ai ricordi per aprire i cassetti della memoria e mettere nero su bianco con una prosa senza filtri, senza artifici, senza travestimenti, senza retorica per cercare la traccia perduta della sua esistenza, l’orma che si era lasciato alle spalle, il luogo delle origini, la terra primigenia. La scrittura non come vocazione ma come la decisione consapevole di imparare a vivere dentro la finzione della letteratura e soprattutto scavare senza fare sconti nel proprio io che attende sempre di essere rivelato. La memoria è il motivo dei quattro romanzi che Cancho ha pubblicato. «La maggior parte dei miei ricordi li affido alla memoria. Ogni volta che ho cambiato casa mi sono disfatto di ciò che avevo accumulato: lettere, libri, vestiti, mobili…
La povertà è in intimo rapporto con l’oblio.  Non esistono oggetti che aiutino a contrastarlo. Mi piace essere inafferrabile. Mi piacerebbe sparire in un paese dove nessuno mi conosce. Di tanto in tanto divento cupo».
Nella brevità di queste poche pagine intense troviamo le intuizioni di uno scrittore autentico che giustamente non sopporta le persone incapaci di esprimersi in modo sintetico e quando parlano non distinguono ciò che è importante da ciò che è secondario.
I rifugi della memoria è un piccolo libro che contiene tutta la grande letteratura. Ci auguriamo anche noi che questo piccolo gioiello riceva l’accoglienza che merita.

Nicola Vacca



Xaimaca como una isla bonita. La letteratura sud americana firmata Arkadia Editore

Xaimaca è il nome di un’isola, un fazzoletto di terra capace di contenere al suo interno un universo. Xaimaca è il titolo di un romanzo che Ricardo Güiraldes ha scritto nel 1923 nel quale amore e disillusione narrano la storia di un viaggio in uno stile ricco e immaginifico. Xaimaca è collana editoriale di Arkadia Editore dedicata agli scrittori di lingua spagnola provenienti da un’America meridionale dotata di grande potenza narrativa.
Nata due anni fa da un’idea di Marino Magliani, romanziere ramingo, autore tra gli altri di Quattro giorni per non morire e Prima che te lo dicano altri (Premio Selezione Bancarella 2019) con la collaborazione di Luigi Marfè, ricercatore universitario e traduttore, la collana propone al pubblico italiano autori sudamericani importanti come César Vallejo, Ricardo Güiraldes, Eugenio Cambaceres. Magliani era alla ricerca di uno spazio editoriale nel quale condividere letture accumulate durante i suoi vagabondaggi spagnoli e sudamericani e Arkadia è stata la casa editrice giusta ricettrice di questa proposta. Comincia così la pubblicazione di testi che si caratterizzano per una certa agilità narrativa, raramente si superano le cento pagine, e per la presentazione di un mondo, quello della metà del secolo scorso, che pare non esistere più. Un continente che ha dato vita al realismo magico, a opere di straordinaria importanza nella letteratura mondiale.
Abbiamo chiesto ai curatori cosa troviamo una volta giunti sull’isola di Xaimaca, e tra i nomi più riconoscibili e quelli meno noti rintracciamo il motivo che accende l’avida curiosità di noi lettori. “Nel microcosmo di Xaimaca, si possono incontrare assaggi di autori molto noti, come ad esempio César Vallejo, poeta peruviano, autore anche di prose meravigliose, che abbiamo raccolto in Guerra verticale (1944). Altri nomi, come Enrique González Tuñon, di cui abbiamo pubblicato Letti da un soldo (1903) potrebbero a prima vista suonare nuovi al pubblico italiano, ma si riveleranno subito indimenticabili per chi li vorrà scoprire.”
Un’occhiata alle prossime uscite.
Ernesto Herrera, scrittore uruguaiano vissuto tra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900 pubblicò nel 1910 una raccolta di racconti nella quale i suoi personaggi picareschi vivevano ai margini della società: poeti, prostitute, derelitti dalle vite inquiete in quotidianità fatte di linguaggio crudo e azioni brutali. Con un titolo potentissimo, Sua maestà la fame l’autore viene riproposto 110 anni dopo, con tutte le caratteristiche narrative di un racconto intatto che funziona perché pone l’uomo in quella lotta, spregiudicata e visionaria, per soddisfare l’istinto ancestrale per antonomasia: el hambre, la fame appunto. La povertà e il sentimento, la rabbia e l’idealismo convivono in questi racconti senza tempo.
Molti saranno anche gli autori che approderanno sulle rive di Xaimaca e della costola “Xaimaca-Jarama”, che ospita i testi di autori viventi come Laura Freixas (nata a Barcellona nel 1958), Gli altri sono più felici, Fernando Velazquez Medina (nato a L’Avana nel 1951), Caribe, José Luis Cancho (Valladolid 1952), I rifugi della memoria.
Laura Freixas era già approdata lo scorso anno in Italia in occasione del Salone del Libro di Torino, quando il filo conduttore era la lingua spagnola e il gioco della Rayuela dell’argentino Julio Cortázar aveva segnato la sua cornice meravigliosa.
Fernando Velazquez Medina, con la sua Última rumba en La Habana, è considerato come il poeta simbolo del realismo sporco cubano. In questa opera, a mezzo di una protagonista appena uscita dal carcere l’autore crea un gioco di flashback grazie ad un misto di linguaggio crudo, citazioni colte e osceni doppi sensi. Anche Caribe non ci deluderà, ne siamo certi.
Quello di Cancho è una opera autobiografica che si è aggiudicata il Premio de la Crítica de Castilla y León nel 2018. Attesissima anche questa.
Non vediamo l’ora di scoprire tutti questi autori, nuovi e meno nuovi. E voi?
¡Preparados, listos, ya!

Angela Vecchione



Sin rumbo. La vita senza rotta di un uomo solo

Sin Rumbo, senza rotta, è il titolo di questo libro di Eugenio Cambaceres, pubblicato dalla sempre attenta Arkadia nella collana Xaimaca, dedicata alla letteratura sud americana. E senza rotta ci appare davvero la vita di Andrés, protagonista di queste pagine di Cambaceres in cui, a tratti, ci sembra di ritrovare tracce della vita dello scrittore stesso. Nato a Buenos Aires nel 1843 unì a lungo scrittura e vita politica, nel cui agone si trovò come deputato e come vicepresidente del Club del Progreso. Come il protagonista di questo Sin rumbo, Cambaceres ebbe una relazione con una cantante lirica, motivo di grande scandalo a cui si aggiunse la mancata sfida a duello con il di lei marito, che poi, decise di scappare in Europa.

Europa che vide anche lo scrittore, a Parigi esattamente, soggiornare lungamente e qui far suo l’amore per la letteratura francese, in particolare Zola, al cui naturalismo dedicò studio e ammirazione tanto da introdurlo in Argentina insieme a quegli scrittori con cui diede vita a quella che fu chiamata Generaciòn del ochenta.

In queste pagine seguiamo la vita e legesta di Andrés, ricco possidente, che vive in una meravigliosa estancia nella pampa argentina, non molto lontano da Buenos Aires. Qui la sua hacienda agricola gli garantisce ricchezza e benessere e un’esistenza fatta di viaggi, di donne, di gioco. Eppure. Eppure, novello erede dell’insoddisfazione shopenhaueriana, Andrés annega nella noia, in quella mancanza di senso, e di rotta, appunto, che lo conduce in quel limbo fatto di irrequietezza e rabbia. Verso sé stesso e gli altri. Il sentimento della solitudine non lo abbandona mai, soprattutto quando essa viene riempita da cose che non gli offrono appiglio alcuno.

Con la stessa pesante leggerezza con cui affronta i suoi giorni, Andrès affronterà la notizia che Donata, figlia di uno dei suoi braccianti, aspetta un figlio da lui. Indifferente tanto quanto insofferente parte per Buenos Aires, lasciando la donna e lo stesso desiderio animalesco per lei provato fino a poco prima. È questo solo uno dei repentini cambiamenti che nell’animo di Andrés sono la rappresentazione della sua insoddisfazione, del suo rifiuto di pensare e di soffermarsi su cose e persone che, per lui, altro non sono che momentanee tappe verso il nulla. A Buenos Aires comincia il consueto girotondo tra donne, scandali mondani, gioco d’azzardo, fugaci seduzioni. Fino a quando, con la subitaneità apparente che hanno le cose che, in realtà stanno scavando un solco da molto tempo, Andrés capisce che non è quella la vita che vuole. Ancora l’inquietudine lo guida anche se, questa volta, sembra guidarlo verso un ritorno che vorrebbe essere una nuova partenza. Andrès vuole conoscere suo figlio che, scoprirà essere una bella bambina, rimasta orfana della madre, morta pochi giorni dopo il parto. Ma il destino sembra avere in serbo per lui ben altro. Una sorta di maledizione, una impossibilità di trovare quiete.

Cambaceres ci regala un libro pregno di quelle atmosfere sudamericane in cui la realtà è talmente complessa da poter benissimo assumere i connotati della magia, anche quella nera, quella plumbea di un destino che sembra non trovare pace, condannato a pagare colpe che, in fondo, colpe non sono ma, semmai, umane debolezze.

In questo Sin Rumbo, Cambaceres ci consegna pagine in cui lo stesso stile accompagna e si distende sulle diversi parti di cui il libro si compone. Se, nella prima, un’attenzione quasi chirurgica ci immerge nella pampa, esso scivola poi nella languidezza e quasi decadenza della vita nella rutilante Buenos Aires e nei suoi amori carnali e fugaci. Ma poi, nella seconda parte, quella del ritorno e della disperata ricerca di un senso, lo stile diviene quasi una slavinante disperazione, una violenta, e tenera al contempo, entrata nel mondo della responsabilità di padre con la conseguente entrata in scena, nella vita di Andrès, della paura per il futuro. Solo allora si accorge, Andrès, che il futuro è un’ipotesi, un orizzonte degli eventi con cui fare i conti. Anche quando arriva troppo presto. Dando così ragione a Shopenhauer, ricordato nel libro, quando scrive: “Ci accorgiamo del tempo solo quando ci annoiamo e non quando ci divertiamo. La nostra esistenza è tanto più felice quanto meno la sentiamo.” E per Andrès il tempo sarà la scoperta del dolore.
Cambaceres ci regala un personaggio che è figura dell’uomo solo e inquieto, così presente in molta letteratura del secolo successivo. Portatore di una domanda che è quella che porta a chiedersi se la felicità sia possibile anche solo per attimi fugaci.

Geraldine Meyer



“Guerra verticale” di César Vallejo

Era il più piccolo di undici fratelli, meticcio, la mamma era india ed è stato il più grande poeta e scrittore peruviano ed uno dei più importanti del Sud America, secondo solo a Dante a parere di Thomas Merton. Parliamo di Cesar Abraham Vallejo Mendoza, che conosciamo in Italia per un recente agile volume che offre un esempio articolato del suo contributo alla letteratura internazionale. L’inedita pubblicazione in Italia è merito della casa editrice cagliaritana Arkadia. A fine 2018 è andato in stampa e nelle librerie “Guerra verticale e altri racconti” (126 pagine, 14 euro), che raccoglie due testi: un romanzo breve, “Verso il regno degli Sciri” e una raccolta di racconti, “Scale”.
Tra i due, il testo narrativo più ampio, sebbene incompiuto, è quello che avvicina di più i lettori a Vallejo, i racconti infatti sono disomogenei per natura e si prestano meno ad offrire un valido biglietto da visita dell’autore andino.
Inquadriamo intanto questo protagonista della cultura mondiale, che ha lasciato una traccia della sua presenza nel Novecento europeo, durante il soggiorno in Spagna e in Francia, con una parentesi anche in Russia. Era comunista e la fede politica gli creò problemi col governo francese. Fu ben accetto invece dalle Sinistre spagnole e a Madrid affiancò Pablo Neruda nella redazione di una rivista antifascista, ma la sua permanenza in terra iberica ebbe bruscamente termine per l’esito infausto della guerra civile. Con la vittoria dei nazionalisti di Franco, riparò in Francia, dove morì prematuramente nel 1938, in totale povertà.
Cesar era nato a Santiago de Cucho nel 1892, sulle Ande. La madre, Maria Rosa, era di etnia india, come le nonne, il padre faceva il conciliatore di liti giudiziarie. Da ultimo nato, era destinato al sacerdozio, ma il ragazzo preferì il laicato. Studiò lettere e riuscì a laurearsi nel 1915, dopo avere alternato gli studi al lavoro, per mantenersi. Nelle piantagioni di zucchero, poté così constatare il cinico sfruttamento della mano d’opera indigena da parte di proprietari terrieri e manutengoli. Sovversivo e per un altro verso bohemienne, per il sodalizio stretto con altri giovani letterati, si trasferì a Lima e intraprese l’insegnamento. Contemporaneamente, si dedicò alla scrittura, in versi.
Cinque anni dopo, la nostalgia lo riportò a casa. A contatto di nuovo con le vessazioni subite dagli indios, manifestò atteggiamenti che misero in guardia le autorità. Un processo farsa, con l’accusa infondata di avere appiccato un incendio doloso, lo costrinse a mesi di carcere. Una condizione kafkiana, fa notare il curatore di questa prima edizione italiana, Luigi Marfè.
Guerra verticale, spiega, è un’espressione che mette in risalto come un conflitto, ancora prima di scatenarsi, sia già divampato nella mente di chi lo ha provocato o non efficacemente contrastato.
“Hacia el reino de los Scires” è stato un progetto avviato all’incirca nel 1924 e in realtà mai condotto a termine. Ebbe una gestazione travagliata questa sua riflessione storica sulle campagne di conquista condotte dal decimo re inca, Tupac Yupanqui, poco prima dell’arrivo dei conquistadores in Perù.
Il romanzo non è lungo ed è stato redatto a strappi, tra il 1924 e il 1928, in uno spagnolo che risente notevolmente degli echi della lingua andina. Ne autorizzò la pubblicazione solo in parte nel 1931. È uscito postumo nel 1944.
Nel passato inca, Vallejo vede le radici del popolo peruviano. Tupac vive una realtà prettamente incaica, ma la sua sensibilità politica sembra molto moderna. Comprende che la guerra è distruzione e che le responsabilità ricadono su chi l’abbia determinata.
I suoi guerrieri rientrano in Cuzco taciturni. Li guida il principe ereditario Huayna Capac, messo ancora adolescente alla testa di una spedizione di conquista, con l’obiettivo di occupare territori e soggiogare popolazioni. Una parte delle operazioni ha riscosso successo, una città ha spalancato le porte, tra lo spavento per l’ardore degli attaccanti e la corruzione degli anziani con elargizioni segrete, ma non c’è stato verso invece di piegare i fieri Chachapoya. Le perdite e il gelo sono risultate insopportabili. Da qui la ritirata a Cuzco.
L’inca è contrariato, ma non manca di considerare che quanto accaduto sia la volontà degli dei. Se non quella, è comunque la sua: il principe è stato sconfitto, i sacrifici vani, è tempo di rinunciare a combattere.
Basta conquiste, ci si dedichi alle fatiche della pace.
Questo vede Tupac ed è sincero quando dichiara di voler mettere fine alle guerre. Ma altri presagi e qualche catastrofe gli faranno cambiare opinione: l’esercito del Sole riprenderà la marcia verso la Cordigliera, pronto a mietere altre vite.
Nelle prime pagine dei primi racconti di “Scale”, riuniti nel capitolo “Cuneiformi”, lo scrittore rivede la vita in prigione, il rapporto con gli altri reclusi. Ogni brano prende il titolo da un muro del carcere. La presenza delle sbarre che bloccano la finestra della cella diventa un muro ulteriore, che delimita un micro universo claustrofobico.
“Coro di venti”, la seconda raccolta di racconti – altro capitolo della sezione “Scale”, spazia a sua volta su temi diversi uno dall’altro, decisamente meno omogenei.

Felice Laudadio



Due esperimenti narrativi paralleli: un breve romanzo storico, pieno di parole in quechua, e un secondo testo giocato sulle note dell’avanguardia: «Guerra verticale», da Arkadia

Dall’eredità andina al registro fantastico

Strano destino quello di César Vallejo: enormi difficoltà per farsi riconoscere in vita, quando pubblicò solo un centinaio di poesie, poi una fama in rapida ascesa, già avviata con i postumi Poemas Humanos e via via sempre più larga. Non fu tanto l’incomprensione dei contemporanei a causarne la sorte, quanto il sistematico sperimentalismo della sua scrittura, i libri concepiti come laboratori sempre aperti, la lingua sottoposta a tensioni estreme, come in Trilce (del 1922), il libro più radicale della poesia del Novecento in lingua spagnola.
Anche la prosa mostra una serie di tentativi nelle direzioni più diverse, sospesi tra la ricerca di un’estetica soggettiva e l’inseguimento di un’estetica rivoluzionaria, entrambe sorrette da un grande rigore etico. Se si includono i libri di viaggi e le cronache, la produzione in prosa di Vallejo occupa forse anche più pagine di quella poetica, ma le traduzioni e gli studi critici l’hanno lasciata molto più in ombra, nonostante la sua rilevanza: lo dimostrano i due testi proposti nel volume della coraggiosa editrice sarda Arkadia, Guerra verticale (a cura di Luigi Marfé, pp.126, € 14,00), due esperimenti paralleli, sfide diverse ma non del tutto separate.
Il primo è un breve romanzo storico – quasi un abbozzo – sul quale Vallejo tornò più volte, senza concluderlo, e in cui racconta l’epoca di Tupac Yupanqui, monarca inca del Peru prima della Conquista. Scelto il tema, l’autore si chiede se sia possibile raccontare il mondo incaico prima dell’arrivo degli spagnoli, quando le uniche fonti disponibili sono quelle dei conquistatori o degli storici meticci tardivi; ma la domanda successiva sarà se davvero sia possibile colmare la distanza culturale che divide gli eredi andini dei popoli originari dai bianchi e dai meticci del Peru. In quegli anni si ponevano la stessa domanda José Carlos Mariátegui, José María Arguedas, Gamaliel Churata, senza trovare una risposta definitiva. Vallejo si cimenta dunque in una narrazione piena di parole in quechua, lunghe liste iterative alternate a descrizioni liriche, imita antichi modi narrativi, ma lascia l’impresa a metà per consegnarci un racconto che proprio in questa sfida al- la storia conserva il suo fascino.
Il secondo testo si gioca, invece, tutto sulle note dell’avanguardia narrativa: composto nello stesso periodo di Trilce, presenta non poche convergenze con quel libro fondamentale. Il titolo, Scale, nella prima edizione era seguito dall’aggettivo melografiadas, che ne rivelava la natura di esperimento musical-narrativo. L’incontro tra le due forme d’arte, vecchio sogno ottocentesco, si realizza qui grazie a un lavoro sulla lingua di grande complessità e il titolo sembra proporre uno spazio di incontro intorno alla materia della scrittura, in cui l’allusione al linguaggio musicale fornisce la simultaneità che articola l’esperienza del soggetto narrante su piani alternativi a quelli meramente lineari.
Come le scale musicali, i testi presentano una notevole graduazione dei toni e cercano di captare sulla carta tutte le sfumature di uno strumento, per riprodurne le più diverse espressività. Sono testi che appartengono, dunque, alla frontiera tra i generi letterari, esplorata non solo con gli esperimenti formali delle avanguardie, ma anche grazie alle trasformazioni del genere fantastico, dagli inizi dell’Ottocento fino agli anni in cui scrive Vallejo.
Due le parti, apparentemente non collegate: la prima, intitolata Cuneiformi, è una successione di quadri statici in cui l’io narrante intende trasmettere la sua esperienza del carcere, cercando di renderla più oggettiva possibile: marcato dalle «quattro pareti della cella», prova a trasformarla in uno spazio che oscilla tra le espansioni e le contrazioni dell’Io.
I sei racconti della seconda sezione hanno invece una architettura narrativa più lineare, dove l’Io narrante si presenta alternativamente come testimone e come protagonista, mentre la scissione dell’Io si accorda a volte al registro fantastico, altre volte evoca personalità malate o segnate dalla follia. Il mondo di queste pagine appare, allora, come un teatro di marionette senza più un centro ordinatore, in cui dominano i temi della visione, del doppio e della follia: vi si racconta l’incontro allucinato con la madre morta, la disavventura di un uomo che crede di amare una donna, (ma poi risulterà che le donne sono due) il timore paranoico di un carcerato di morire avvelenato, la triste storia di un platonico innamorato, morto fulminato dopo aver baciato l’amata per una sola volta, l’ossessione zoomorfica degli abitanti di Cayna che si trasformano in scimmie, e al termine, l’alienazione ludopatica del cinese protagonista dell’ultimo straordinario racconto, che si gioca la vita in una partita a dadi dove la coppia d’assi con cui dovrebbe vincere segna però anche la sua con- danna a morte, in un finale in crescendo che il Vallejo poeta aveva già prefigurato nei «dadi eterni» di uno dei suoi memorabili poemi giovanili. 

Stefano Tedeschi



La locanda dei perdenti nella Baires degli anni ‘30

Amico di Roberto Arlt, aderente anch’egli al gruppo letterario Boedo – che nell’Argentina degli anni Venti si contrapponeva, ma sempre nella reciproca stima, al Florida guidato da Borges, a sostegno di una letteratura sociale anziché fantastica – Enrique González Tuñón è prepotentemente schierato dalla parte degli emarginati, dei perdenti, ne segue la vita nella sua attività di giornalista, ne canta le gesta nei racconti. Ad esempio questi, raccolti in Letti da un soldo (Arkadia, traduzione di Ferrazzi e Magliani) e superbamente aperti dal suo testo forse più emblematico, “I cinque”. Lo scrittore argentino descrive la lotta per la sopravvivenza di cinque scansafatiche che vivono alla giornata, cinque “cialtroni”, come li definisce Adrián N. Bravi nella prefazione, che si muovono nei bassifondi della città e si compiacciono della propria condizione di emarginati, contrabbandieri, papponi. González Tuñón è un maestro della giusta distanza, conosce perfettamente la tragicomica realtà nella quale vivono i suoi personaggi, non cede mai al pietismo o alla condanna. La sua prosa è secca, tirata come una di quelle vite miserabili. I “cinque” hanno tutti un passato, ma non vedono un futuro. La sera rientrano in una locanda-bettola, “La pignatta misteriosa”, gestita da un tizio uguale a loro, soltanto che sta dall’altra parte del banco, un uomo senza capelli che vende il diritto a un lenzuolo sciupato nel suo “ospedale di casi disperati” dove il dilemma principale è se credere o non credere in Dio. 

(r. d. g.)



Con Tuñón una mappa narrativa di Buenos Aires

Tornano i racconti di Enrique González Tuñón (1901-1943). Torna il mondo di un artista che amava la sua città quanto la scrittura, e che disse: “quando morirò non piantate un salice, piantate una macchina da scrivere”. Letti da un soldo, uscito nel 1932 con il titolo Camas desde un peso e ora proposto da Arkadia, è una raccolta di racconti che narra di amici perdenti, e della città che morde e annienta. Enrique González Tuñón (1901-1943) gioca a confondere i confini tra realtà e finzione, tragico e comico, rappresentando l’angoscia del vivere e la sua stranezza. Letti da un soldo, la sua opera più riuscita, propone una mappa narrativa di Buenos Aires, in cui la città reale si sovrappone a quella immaginaria, come nell’opera del suo amico Robert Arlt, o in altri grandi scrittori argentini: Jorge Luis Borges, Oliverio Girondo, Roberto Mariani, Raúl Scalabrini Ortiz. I personaggi di Tuñón sono disperati, innamorati, ubriachi, affamati, sognatori: malinconici scheletri del passato, dietro un vetro da museo, che aspettano la visita di qualcuno. Questa edizione italiana comprende anche una scelta degli altri racconti di Tuñón, appartenenti a El alma de las cosas inanimadas (1927) e La rueda del mulino mal pintado (1928). Sono i racconti dell’assurdo, per così dire lunatici, di un narratore che appare nei racconti dicendo di possedere “uno sguardo a raggi x”, incline a “vedere sempre lo stesso malinconico paesaggio di anime” e ad “affrontare la vita da un punto di vista grottesco”, col sorriso di un pazzo docile (“un loco dócil”). Il mondo di Tuñón è il mondo di un artista che amava la sua città quanto la scrittura, e che disse: quando morirò non piantate un salice, piantate una macchina da scrivere.



RACCONTI. Dall’Argentina

Le storie brevi di González Tuñón

Seconda uscita della collana Xaimaca, dedicata dall’Arkadia agli scrittori ispano-americani non ancora tradotti in Italia, “Letti da un soldo” è una raccolta di racconti del 1932 che tra realtà e immaginazione, risate e lacrime, rivelano quanto l’esistenza possa essere ineffabile. L’argentino Enrique González Tuñón (1901-1943) li ambienta nella sua Buenos Aires, popolata da ubriachi, sognatori, affamati: un’umanità derelitta e grottesca, che l’autore non esalta né giudica, figli di un dio minore i quali il traguardo più ambito è riuscire a vedere l’alba del giorno dopo. Il volume è arricchito da una selezione di altri lavori di Tuñón, risalenti al biennio 1927-28.

Fabio Marcello



César Vallejo (1892-1938) è stato uno scrittore peruviano, tra i maggiori poeti del secolo scorso. Tra le sue raccolte figurano libri come Los heraldos negros (1918), Trilce (1922) e Poemas humanos (1931-1938), frutto di un percorso che parte da sperimentazioni moder- niste per giungere a una poesia di tema sociale. Vallejo nacque a Santiago de Chuco; le sue nonne erano indigene. Si laureò in lettere a Trujillo e, durante gli studi, lavorò in una piantagione di zucchero, dove rimase scosso vedendo lo sfruttamento dei peoni. Nel 1917 si trasferì a Lima e si dedicò all’insegnamento. Dopo la pubblicazione dei racconti di Escalas (1923) e della Fabla selvaje (1923), emigrò in Europa. Tra le sue opere narrative, si possono ricordare anche Hacia el reino de los Sciris (1928) e Tungsteno (1931). Scrisse anche libri di viaggio, come Rusia en 1931 (1931), testi teatrali, mai rappresentati durante la sua vita, e i saggi de El arte y la revolución (1926- 1931), una raccolta pubblicata dopo la morte. Durante la guerra civile spagnola, scrisse a favore della causa repubblicana, insieme a Pablo Neruda. Morì a Parigi nel 1938. 



Arkadia Editore

Arkadia Editore è una realtà nuova che si basa però su professionalità consolidate. Un modo come un altro di conservare attraverso il cambiamento i tratti distintivi di un amore e di una passione che ci contraddistingue da sempre.

P.iva: 03226920928




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