“Fratello minore” su Cristallo

Il romanzo dell’addio?

Questo è un romanzo difficile e intenso, capace però di coinvolgere con emozioni profonde il leore paziente. Soprattutto i lettore amante di cose tedesche, anzi germaniche, anzi di quella Germania un po’ speciale che fu la Ddr, Repubblica Democratica Tedesca, e dell’ambiente berlinese, ma non solo, all’epoca del socialismo reale. Circola un’aria di scavo memoriale, e un tantino elegiaca, nella ricostruzione che Stefano Zangrando fa di quel periodo e della figura enigmatica di Peter Brasch, che esce però viva dai vari pezzi che l’autore raccoglie pescando dai più diversi materiali. Ma è una figura che, pur nelle tante angolature che la delineano, rimane sfuggente e misteriosa, emblema di una insondabilità riferibile forse a ciascuno: Ti vedo, o almeno credo. E’ uno dei momenti più sfocati della tua biografia. In bianco e nero, si direbbe, o forse è solo Berlino est che a quest’altezza, sei anni dopo il cosiddetto crollo del Muro, è ancora immersa in larga parte in un grigio fatiscente, che smorza i facili entusiasmi nostalgici di chi ti vede dal futuro: dal variopinto supermarket dell’Europa d’inizio millennio. Mentre descrive e racconta, nel suo lavoro di investigazione letteraria, Zangrando si mee nei panni di un osservatore attento a far parlare il personaggio, ma lasciandolo coi suoi dubbi, le sue gioie (poche) e le sue disperazioni. Spesso anzi gli parla, lo racconta in seconda persona, sentendosi un compagno di strada che vorrebbe con lui aprire un dialogo al presente. I colloqui a tu per tu con Peter B. sorreggono tuo l’impianto narrativo, e diventano rabbiosa interlocuzione nell’epilogo surreale in cui si mescola la scrittura di Zangrando con quella di Peter e il vissuto berlinese del primo con quello del secondo, nel momento della sua morte e della sua immaginata resurrezione 15 anni dopo, la sera in cui avrebbe compito i sessanta anni e gli amici di Prenzlauerberg hanno organizzato una serata per festeggiarlo. In queste ultime struggenti pagine l’autore confessa di aver capito il motivo del suo interesse per l’amico mai conosciuto sul quale ha ricamato il romanzo. La serata, inizialmente seria e commossa, provoca poi disagio nell’autore che si allontana, preso da un senso di grottesco. E nel percorso visionario lungo i viali di Berlino fino alla casa che era stata dimora di Peter, comprende che quella esperienza è finita, che quel mondo di intellettuali post-socialisti di seconda e terza fila uniti dal ricordo dell’amico scomparso è finito, che quella Berlino degli ultimi anni del socialismo e dei primi dopo la Wende è finita. Finita anche nella architettura della nuova cià “rifaa”, nei locali, nelle persone: Seduto a lato del palco, fumando e bevendo davanti a quella declamazione sublime e sinistra, compresi tu’a un trao che stavamo celebrando un addio… era un mondo in via d’estinzione – perché, così com’era morto Peter, prima o poi tua quella Berlino sarebbe invecchiata e poi morta, morta. E allora capii che io stesso… tendevo a un addio, o almeno a un bilancio: a tirare le somme di quel che Berlino era stata per me per un decennio e più.. Quello che resta sono le testimonianze di chi lo ha conosciuto, che vengono rielaborate in un montaggio diegetico e quasi teatrale, gli scarni documenti di archivio e di filmati post 89, lettere, spezzoni delle opere e delle novelle di Peter Brasch, traduzioni originali di testi riportati alla luce, altrimenti dimenticati rispetto ad eredità più celebrate di più autorevoli autori della letteratura di quel periodo. Bisogna dire infatti che il protagonista o, meglio, il deuteragonista ( e non certo rispetto al fratello “maggiore”) era appunto il “fratello minore” del ben noto e fortunato Thomas Brasch, entrambi membri di una famiglia di intellettuali e scrittori attivi dagli anni Sessanta nella Ddr, famiglia vissuta in parte sotto l’ombra protettiva del sistema tedesco orientale; e di cui Peter era l’anima ribelle, meno ortodossa, sempre in conflio col padre, alto funzionario del partito, e spesso in contrasto anche col fratello che percorre parallelamente una carriera letteraria più stabile e conforme alle direttive culturali ed artistiche che vengono dall’alto. Peter è però anche meno costante nel lavoro letterario, i risultati sono incerti e discontinui, il successo non gli arride come sicuramente si aspetta. La sua vita resta in ombra, incontra fallimenti e conseguenti delusioni, e anche nella vita privata sono frequenti le fasi di infelicità e depressione che lo portano a vivere con difficoltà anche gli anni del nuovo assetto nella repubblica riunificata.
Il ritratto dello scrittore si interseca con quello della società e del sistema della Ddr: sia nel modo in cui questa società la vede Peter Brasch che nella interpretazione che ne dà Zangrando, facendo proprie le parole stesse di Peter: “Non ha senso parlare di una Ddr-Identität, c’è semmai un Ddr-Gefühl, un senso di provenienza e di appartenenza”, sentimento comune a molti cittadini dell’est dopo la riunificazione. Non “Ostalgie”, nessun desiderio di restaurazione del vecchio sistema, ma sostanziale scetticismo sul nuovo assetto e nessuna fiducia nel mito capitalistico: Presto sarà tuo uguale e ugualmente asfissiante, in questa fregatura chiamata capitalismo. Se la Germania dell’est era una ‘diatria’, dirai fra un paio d’anni in una intervista, quella di oggi è una ‘democratura’ – tu e i tuoi giochi di parole, non puoi proprio farne a meno (p.21).
Zangrando, che pure in Amateurs aveva visto nella capitale tedesca la scoperta del nuovo mondo e quasi l’iniziazione alla avventura della vita adulta, sembra ora voler dire addio alla cià (la donna diseredata che mi aveva accolto e raccontato una delle sue molte storie), quasi a chiudere un capitolo della propria vita e dei propri sogni. Difficile pensare che una cià tanto amata, tanto centrale per lui, possa sbiadire nella irriconoscibilità e scomparire come scomparso è Peter B. Il legame con quel mondo è per Zangrando troppo intenso e vorremmo attendere, lo speriamo almeno, nelle prossime opere del giovane scrittore un ritrovamento e una riappacificazione con quei luoghi, la loro storia e col senso profondo delle esperienze ivi trascorse.
Pur nella prosa accurata, levigata, piana della narrazione, la struttura appare complessa per l’intreccio delle parti, dei piani, dei tempi e dei luoghi, dei punti di vista. Qualcuno ha accennato ad un “furioso eclettismo stilistico” di Zangrando, ma l’osservazione vale non tanto per il lessico e la prosa in sé, quanto piuttosto per l’architettura strutturale delle 200 pagine, per i materiali estrapolati che, come dicevamo, sono compositi e giustapposti frontalmente, senza soluzioni di continuità. Difficile distinguere le parti in cui è il vero protagonista (Zangrando) o l’apparente (Peter B.) che parla. La forma sperimentale, con la suddivisione nelle tre parti (TU, LORO, NOI) consente all’autore, che si sdoppia in personaggio, di conversare direttamente anche con se stesso; ma la tecnica è ardua anche perché in questo Bildungsroman l’intento biografico è continuamente sopraffatto dalla pulsione autobiografica. Per restituire alla luce una figura di scrittore dimenticato, l’autore svolge un bilancio con se stesso e con le proprie aspirazioni. Ciò non è naturalmente una novità nel romanzo contemporaneo, ma il modo in cui Zangrando lo ha fatto dimostra originalità e pieno controllo. 

Carlo Bertorelle


Arkadia Editore

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