“La vita schifa” su La Sicilia

Se l’amore prende la… Scossa 

Il libro. Esce oggi “La vita schifa” di Rosario Palazzolo che accompagna il lettore nella vita di Ernesto, l’amico di sempre, quello naïf e un po’ fuori dall’usuale

Rosario Palazzolo con “La vita schifa” (Sidekar/Arkadia) non lo leggi, lo ascolti. È una sensazione di straniamento quella che colpisce il lettore che inizia a sentire la voce del protagonista, Ernesto Scossa; lo segue pendendo dalle sue labbra e non dalla sua penna. Lo segue nella sua sintassi plastica che rifiuta le lettere maiuscole e che le lettere le trasforma da segni in suoni.
Ernesto Scossa è morto, non così i suoi ricordi, a partire dall’anniversario successivo alla sua dipartita. Successivo, sì, non ho sbagliato io, non pensate a male e attendete pazientemente di arrivare a leggere le ultime pagine. Non siate impazienti perché per Ernesto è: «come se certi ricordi mi fanno il gioco d’artificio nel cervello, e un fatto qualsiasi diventa un’esplosione di mille scintille che s’inseguono, che si uniscono, che formano colori diversi, e tutti i fatti che mi sono capitati nella vita diventano un unico fatto».
Torniamo al nostro… Ernesto, che già dopo un paio di pagine inizierete a pensarlo come l’amico di sempre, quello naïf diciamo, è un po’ fuori dall’usuale, ha pochi, pochissimi punti fermi dentro e fuori ma ci insinua il dubbio che la normalità sia una convenzione a cui poterci sottrarre. Nella sua imperfezione, però, ha delle regole: «La precisione è un fatto complicato, un fatto che l’uomo lo fraintende, prendi la natura per esempio: ti pare precisa solo perché sei tu che c’hai bisogno della precisione, e così ti fissi che ogni cosa è messa come se fosse messa con un pensiero che l’ha messa proprio in quel modo lì, coi fiori che viene la primavera e spuntano i fiori, gli alberi e il sole e la tempesta invernale, e invece sta tutta nell’imperfetto, la natura, è il contrario della precisione, ed è solo il tuo occhio che la vede al contrario…».
Così iniziamo ad andare avanti e indietro fra i ricordi del protagonista, un apparente disordine anche qui che però ci stuzzica a tendere l’orecchio e prestare attenzione a tutti i passaggi della narrazione. Non è che non ci si possa distrarre, ma è come un’autostrada con le uscite una in prossimità dell’altra che se ti distrai è un casino ma neanche poi tanto ché c’è sempre un panorama nuovo. A me questo è sembrato: un viaggio in autostrada con le uscite vicine vicine: le guardi tutte e pensi che forse dovresti prenderne un’altra. Solo che Scossa è un passeggero: «Per prima la nascita, che deve essere giusta, poi bisogna che ti scelgono, è tipo come se fosse un concorso nel quale ognuno deve dimostrare le proprie qualità, solo che questo concorso è un concorso silenzioso…».
Così succede che la mano dell’ammazzatore Ernesto Scossa si ferma solo davanti un amore improvviso, davanti a un corpo che doveva freddare e invece ha riscaldato con questo sentimento nuovo, inopportuno e che qualche pensiero lo porta: «Penso che il futuro che guarda al passato è sempre una confusione di possibilità inavverate, di cui solitamente non ti pigli la colpa, e invece la colpa sei tu…».
Palazzolo ci offre una lettura apparentemente leggera, con sorrisi che si aprono improvvisi davanti alle considerazioni di un personaggio che lo è anche per se stesso, per una serie di etichette che gli sono state appiccicate e che lo interrogano. Ernesto sembra fuggire al suo destino ma lo forgia, lo plasma: «perché quando la felicità fa i capricci e non arriva da sé bisogna fabbricarsela con l’invenzione».
L’ammazzatore non cerca né la redenzione né l’assoluzione. Nessuno di noi può redimere o assol- vere alcuno, compreso se stesso, sarebbe ipocrita. Scossa ammette: «se mi capitasse a me, non salverei a nessuno, penserei a salvarmi io» – e aggiunge -: «del resto è facile maledirsi, dopo, ma non vale: dopo ne abbiamo voglia tutti, raro che ci riesci prima». Vi lascio così, sospesi, perché Ernesto in realtà ha un’anima interessante e ‘sa fare i fiori’ e, come un fiore nasce, fiorisce e muore, nasce, fiorisce e muore finché non va a tagliarsi i capelli da Gioacchino.

Salvatore Massimo Fazio Letizia Cuzzola


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