SideKar


Rosario Palazzolo è drammaturgo, scrittore, regista e attore. Per il teatro ha scritto, fra gli altri: Ciò che accadde all’improvviso (2006), I tempi stanno per cambiare (2007, con Luigi Bernardi), Ouminicch’ (2007), Letizia forever (2013), Portobello never dies (2015), Lo zompo (2016) Mari/age (2016) e La veglia (2018). Nel 2016 è stato insignito del Premio Nazionale della Critica Teatrale per la sua attività di drammaturgo. Per la narrativa ha scritto la novella L’ammazzatore (2007), e i romanzi Concetto al buio (2010) e Cattiverìa (2013), tutti editi da Perdisa Pop, nella collana diretta da Luigi Bernardi. Nel 2016 è uscita la sua prima raccolta di testi teatrali: Iddi – trittico dell’ironia e della disperazione (Editoria & Spettacolo). E nel 2019 Santa Samantha Vs – sciagura in tre mosse (Il Glifo). Tra le sue recenti interpretazioni cinematografiche si ricorda il ruolo nel film Il traditore, del regista Marco Bellocchio, vincitore di prestigiosi premi nazionali e internazionali.



Come una barca sul cemento di Roberto Saporito (Arkadia Editore 2019) a cura di Giulietta Iannone

Se Coleman Silk de La macchia umana di Philip Roth veniva allontanato dal suo prestigioso incarico universitario per un’accusa di razzismo, il protagonista de Come una barca sul cemento, nuovo romanzo di Roberto Saporito, il più postmodernista degli autori italiani di questo primo quarto del XXI secolo, vive un’esperienza simile anche se con risvolti del tutto singolari. Forse più simile al Humbert Humbert nabokoviano, il nostro professore di letteratura americana del Novecento è un predatore sessuale che quando viene allontanato dal suo personale parco giochi, inizia a cercare tramite (il temibile e spietato) social network più in voga di questi tempi, le donne del suo passato sfuggite alle sue mire di conquista. Un po’ per passare il tempo, un po’ per sopravvivere alla sua nuova (infelice) vita di guardiano di barche, porta avanti con meticolosa cura la ricerca di queste donne con cui il tempo non è stato sempre benevolo: prima c’è Flavia, vittima di violenze da parte del marito (e qui la storia prende un risvolto noir), poi c’è Linda, scrittrice rampante sempre in giro per l’Italia a fare presentazioni, che gli darà una (inaspettata) seconda occasione. Non voglio dire di più della trama, il romanzo è breve, si legge molto velocemente, i capitoli sono brevi e sincopati, tra autori e libri (da non perdere), riflessioni sul mondo letterario (non solo) italiano, e piccole epifanie su questo nostro mondo ipertecnologico ma ancora ostaggio di un male esistenziale antico che condanna quasi tutti all’infelicità. E l’infelicità sembra essere il convitato di pietra di questa storia in bilico tra l’assurdo e il probabile, tra le occasioni perdute e le ossessioni che sembrano cadenzare un destino tracciato al quale non si può sfuggire. Le storie che ci narra Saporito hanno questa cifra distintiva, sono ritratti amari e straniti di un’umanità inserita in un presente che gli sta stretto. Saporito è un autore elegante e raffinato, colto, dalle molte (buone) letture che trapelano con grazia dalla sua scrittura, conoscitore e appassionato di musica, oltre dell’arte in sé, declinata nelle sue mille facce. Dotato di grande sensibilità, quasi dolorosa, utilizza un registro stilistico rarefatto e minimale, che scolora in una certa universalità che lo rende un cittadino del mondo più che un autore italiano tout court. Molto apprezzata da chi scrive la citazione in esergo di Diario di lavorazione di Sam Shepard, accanto a Don De Lillo, Jay McIrney, Bret Easton Ellis, Jonathan Franzen e il nostro Pier Vittorio Tondelli. Colonna sonora (da ascoltare mentre si legge il romanzo) The Queen Is Dead THE SMITHS.

Roberto Saporito, nato ad Alba nel1962, ha diretto una galleria d’arte contemporanea. Autore prolifico è autore di racconti e romanzi: Harley Davidson (Stampa Alternativa, 1996), che ha venduto quasi trentamila copie, dei romanzi Il rumore della terra che gira (Perdisa Pop, 2010), Il caso editoriale dell’anno (Edizioni Anordest, 2013), Come un film francese (Del Vecchio Editore, 2015), Respira (Miraggi Edizioni) e Jazz, Rock, Venezia (Castelvecchi Editore, 2018). Suoi racconti sono stati pubblicati su antologie e su innumerevoli riviste letterarie. Ha collaborato con “Satisfiction” e, attualmente, scrive per il blog letterario “Zona di Disagio”.



Come una barca sul cemento – Roberto Saporito

La cosa che amo di più dei personaggi dei romanzi di Roberto Saporito è la  completa disarmonia con la loro epoca, il loro malessere per il presente che sono costretti a vivere quasi come una condanna.
Lo scrittore di Alba anche in Come una barca sul cemento, il suo nuovo romanzo fresco di stampa, ci regala un altro disadattato che si muove a fatica nel disagio della propria esistenza.
È un professore di letteratura americana del Novecento che insegna a Roma. Viene allontanato dal suo prestigioso incarico ed è costretto a dimettersi per uno scandalo sessuale. Lui ha il vizio di essere un predatore sessuale e non può fare a meno di portarsi a letto le sue studentesse.
Lascia Roma e l’insegnamento e si ritrova a fare il guardiano di barche in una località marina della Toscana.
Solitudine e buone letture, dorme in una barca ma non riesce a dimenticare di essere un predatore in servizio permanente effettivo.
Nel deposito di rimessaggio barche dove lavora si perde nelle nebbie della sua mente e decide tramite Facebook di aprire una porta sul passato, proprio per sopravvivere al presente che vive e che non gli piace.
Rintracciare tramite i social le donne del suo passato che non è riuscito a portarsi  a letto. Alla ricerca della scopata perduta per non perire e sentirsi vivo in un tempo da cui si sente respinto.
Flavia la trova immediatamente, le chiede l’amicizia si riconoscono immediatamente, si incontrano e ricordano i vecchi tempi per poi finire immediatamente tra le lenzuola. Tutto avviene con naturalezza, la sua indole di cacciatore trova in Flavia la giusta sponda anche perché lei in passato aveva un debole per lui.
Ma con Flavia non tutto fila liscio per via di suo marito che la picchia.  Scoprirete come va a finire leggendo il libro, anche perché Saporito è bravo nel costruire intorno a Flavia e al suo amante alcuni colpi di scena che fanno decollare la storia.
Ma il nostro professore non si accontenta di Flavia, la caccia continua. Riesce a rintracciare sempre tramite Facebook Linda, un’ altra bella  donna del suo passato per cui aveva un debole ma che per una serie di circostanze non era riuscito a portarsi a letto. Scopre che Linda adesso è una famosa scrittrice e che presenta il suo libro a Roma. Lui si presenta in libreria si riconoscono e in nome dei vecchi tempi finalmente si ritrovano a letto. Con Linda inizia una strana relazione, lei ha una compagna e vive a Venezia.
Come una barca sul cemento è un romanzo breve, che poi è la cifra della scrittura di Roberto Saporito, che si fa leggere. Il suo autore nel corso degli anni ci ha abituato a una prosa asciutta e essenziale. Il risultato sono pagine minimaliste scritte in meravigliosa sottrazione con un ritmo incalzante. Anche in questo romanzo, come in tutti i precedenti, troviamo un uomo in fuga da se stesso. Un personaggio che non cerca nessuna dimensione esistenziale, ma forse vorrebbe soltanto scomparire. Allora, da un libro all’altro corre la sua personale maratona con un’esistenza in cui nulla sembra avere senso e che sempre gli presenta il conto.

« Vivere il presente non sempre è sufficiente, anzi spesso il presente è un fardello da portare, tutti i giorni sempre uguali, e mentre il futuro potrebbe mettere ansia, chissà cosa potrebbe capitare domani, e di solito domani non è mai una cosa bella, ma sicuramente una cosa brutta, malattie improvvise e personali crisi finanziarie, tradimenti di partner, parenti e amici, sciagure in pratica, il passato, complice la bugia della propria memoria, spesso è mitico, grandioso, al limite del mitologico, ma è anche solo consolatorio, specialmente nel caso che fosse veramente bugiardo: spesso ci si ricorda di quel che si vuole, scartando, magari, chirurgicamente tutte quelle parti, non piacevoli, non interessanti, magari perfino sgradevoli. In base a questi canoni il passato non è mai molesto, o amaro, o increscioso, ma al contrario è sempre gradevole, spesso incantevole.Potere malato della mente».

Scopare tutte le occasioni perse è l’impresa folle di questo uomo che fugge dal suo presente a cui preferisce un passato mal digerito.

Nicola Vacca



Roberto Saporito, nato ad Alba nel1962, ha diretto una galleria d’arte contemporanea. Autore prolifico, ha scritto racconti e romanzi: Harley Davidson (Stampa Alternativa, 1996), che ha venduto quasi trentamila copie, Il rumore della terra che gira (Perdisa Pop, 2010), Il caso editoriale dell’anno (Edizioni Anordest, 2013), Come un film francese (Del Vecchio Editore, 2015), Respira (Miraggi Edizioni) e Jazz, Rock, Venezia (Castelvecchi Editore, 2018). Suoi racconti sono stati pubblicati su antologie e su innumerevoli riviste letterarie. Ha collaborato con “Satisfiction” e, attualmente, scrive per il blog letterario “Zona di Disagio”. 



Francesca Piovesan nasce in un primo luglio troppo caldo per tutti nel 1982. Vive in provincia di Venezia, a pochi chilometri dal mare, con un marito e due gatti maschi. Ha pelle troppo chiara e capelli rossi. Dopo aver lavorato per anni nel recupero crediti ha riscoperto la scrittura e pubblicato racconti su “Cadillac” e “Ammatula”. Crede negli unicorni e in tutto quello che le resta incastrato negli occhi. Ama la pizza, la pasta, il pesce crudo, le canzoni italiane e ballare.



Inciampare lungo il percorso di Gian Marco Griffi

Mi chiamo Remo, pulisco i bagni al Mercato Coperto di Asti e ho creato un profilo su Facebook per potermi conseguentemente iscrivere a un gruppo Facebook per gente che ha l’alluce valgo, anche se non ho l’alluce valgo. Spiego: il mio amico Bruno (su Facebook si chiama Brad Pittbull, anche se è brutto come il peccato e odia i cani) è iscritto a Cipolla Cafè da quattro mesi e dice che le donne con l’alluce valgo hanno una voglia di scopare pazzesca. Poiché io, come Bruno, ho una voglia di scopare pazzesca, ho inviato la richiesta di iscrizione a Cipolla Cafè. (p.87)

Immaginate di essere in macchina con un amico: siete partiti da Roma, Napoli, Pisa diretti verso la Svizzera o da qualche altra parte in Piemonte, e a un certo punto decidete di fermarvi a un autogrill. Mentre il vostro amico va in bagno e voi state prendendo un caffè al bar, un tizio attacca bottone. Parlando del più e del meno, dopo avergli spiegato il motivo del vostro viaggio, l’uomo comincia a raccontarvi una storia, un aneddoto, qualcosa che è capitato non proprio a lui ma a un suo conoscente tempo fa, e che è successa da quelle parti, nella zona del Monferrato anche se non dove siete adesso bensì in una cittadina dal nome particolare ed evocativo, o forse no, era da un’altra parte ancora. È una storia senza senso, che comincia con delle persone che neanche conoscete ‒ Fausto, Bruno, Carlo, figure che nella vostra testa non hanno forma o dimensioni ‒ e terminano con una poesia dedicata a un tasso morto, con un’uscita a quattro che comprende due amici che fanno finta di avere l’alluce valgo e due donne che hanno veramente l’alluce valgo, o infine con una cittadina della Bielorussia, davanti alla casa di una donna sconosciuta ma che in teoria era la ragazza di un amico di un amico del vostro interlocutore, da poco deceduto.
Immaginate che la storia che il tizio davanti a voi sta raccontando sia farcita di intercalare piemontese, che quell’uomo abbia una mitraglia al posto della lingua e tiri fuori luoghi, persone, eventi senza un preciso nesso, che la storia devii qua e là come un ubriaco appena uscito dal bar, e che nel mentre vi siate distratti perché obiettivamente quello che state ascoltando vi suona assurdo.
Immaginate infine che il vostro amico ritorni dal bagno mentre la storia è sul finire, in quell’interregno fra la conclusione e le successive spiegazioni del motivo che hanno portato a raccontarla, e vi costringa ad alzarvi per rimettervi in marcia perché è veramente tardi. E voi salutate l’uomo, lo ringraziate (?) e tornate alla guida. Usciti dall’autogrill vi chiedete cosa è appena successo, chi diamine fossero Fausto, Bruno e Carlo, cosa c’entrassero il Cipolla Cafè e Umberto Tozzi, se per caso non abbiate bevuto del caffè corretto con troppa grappa.
Ecco, leggendo Inciampi di Griffi questa è la sensazione che si mantiene salda nella propria mente a ogni fine racconto. Le storie, poco credibili quando non addirittura surreali, iniziano e finiscono senza un perché, come se il narratore parlasse per il puro gusto di parlasse. Le trame dei racconti non sembrano essere l’elemento centrale della narrazione: quello che appare come un gioco auto alimentato ha come fulcro nodale l’atto stesso del raccontare. Raccontare qualsiasi cosa ‒ accaduta o meno è indifferente, verosimile o meno ancor più irrilevante ‒ nella forma più variegata, basta che sia possibile proseguire, e vadano a farsi benedire i temi, i messaggi, i racconti edificanti, le regole stesse della lingua.
Gli inciampi linguistici di Griffi sono qualcosa di indefinito, a metà fra la parodia del nostro mondo e un divertissement fine a sé stesso, che nessun senso ha se non quello di andare oltre e proseguire nella narrazione stessa. Chi approccia questo testo con l’idea di seguire un filo logico e una trama solida resterà deluso; chi invece gli si avvicina con l’intento di esplorare le possibilità e i confini della lingua italiana, di sperimentare diversi stili letterari e mettersi in gioco superando la propria concezione sull’uso della punteggiatura, troverà nel secondo testo della collana SideKar di Arkadia una sfida notevole, soprattutto nella sezione “Tutte le riviste della mia vita”, nella quale l’autore si diverte a gettarsi a capofitto nei diversi stili di scrittura, e a gettarvi anche il lettore, senza peraltro fornirgli una bussola durante la navigazione nelle acque nere.
Il che non vuol dire necessariamente qualcosa di soddisfacente, anzi: la soddisfazione nella lettura di Griffi è qualcosa che sembra essere sempre qualcosa di là da venire, un bagliore visibile ma lontano e pertanto inavvicinabile. Il titolo della raccolta è in questo senso adeguato: è come quando si cammina per conto proprio e si inciampa su una radice non vista. In quell’attimo di spaesamento e di vuoto, quando tutto il corpo si protende per un antico istinto di conservazione per evitare la caduta, sta il senso di questa lettura.

David Valentini



Alessandro Zannoni. Stato di famiglia

 

La famiglia accoglie, protegge, supporta.
Alle volte, deflagra. Non in metafora, in Stato di famiglia – racconti di Alessandro Zannoni pubblicati da Arkadia editore in una nuova, promettentissima collana, Sidekar – con il reale scoppio delle carni, la mira presa con cura a annullare i lineamenti dei propri cari.
Episodi che succedono, la cronaca ne è frequente testimone. Quando accadono, lo sgomento è prima per la modalità. Poi, in seconda analisi, per il detonatore: sono i piccoli, innocui movimenti quotidiani, sono le parole udite ogni giorno per anni, ripetute – è la ripetizione qui che scava la pietra – che in menti scentrate prendono direttrici impazzite.
O è la solitudine, quando profonda, non notata: quella di Anna, una Medea di spessore classico che apre il libro con la totalità di un gesto impensabile, impensato, a cui Zannoni dona perfetta la fisicità dell’atto, l’infanticidio, attraversando ogni sensazione corporea della donna mentre basta un suono, terribile, a definire ciò che è accaduto

Anna si meraviglia di ritrovare il suo corpo, la carne, i muscoli, e si accorge che le fanno male le mani, le ginocchia, la schiena, gli occhi, che le dolgono le orecchie. Non c’è parte del corpo che non sia dolorante, come l’avessero bastonata con cura, ovunque. Tu-tump.

Poi ricompaiono i pensieri. Disordinati e aguzzi, stridono come fossero impazzati. Feroci, vanno di pari passo alla forma circolare del ronzio della lavatrice, si impastano insieme, diventano unico pensiero, doloroso, acuminato, che penetra la vestaglia di lana rosa, vibra cupo sulla pelle, entra dritto nella carne. Tu-tump.

[…] spalanca gli occhi. Si meraviglia di ritrovarsi seduta davanti alla lavatrice accesa. Tu-tump.

Fissa l’oblò.

Dal corpo le esce un verso di animale che fa rabbrividire.

Tu-tump.

Il suo bambino, nella lavatrice, fa un altro giro.

Una botta fortissima, solo la prima: l’orrore è sotto i nostri occhi, impossibile negarne evidenza e presenza. È il Male connaturato, la zona nera che apre voragini delle mente di persone tranquille, normali, quelle che salutavano sempre: a rafforzarne l’impossibilità di evitarlo, Zannoni decide per un ragionato, straordinariamente efficace montaggio al contrario (da sceneggiatore e scrittore per il cinema quale è, ammirato peraltro da Luigi Bernardi cui deve il debutto per Perdisa pop).
È con il finale che si apre ogni suo racconto, con i minuti della risoluzione tragica: così è per Anna, di cui solo nelle pagine che seguono comprenderemo – senza mai condividere – le ragioni. Così sarà per Roberto, carabiniere impazzito di una gelosia accecante e del tutto immotivata, patologica agli occhi di chi legge ma non ai suoi. Così sarà via, via per gli altri personaggi: il figlio che vuole l’eredità per fare la bella vita, la donna sedotta dal soldo facile delle slot machine, il padre padrone esautorato.
Zannoni riesce a modellare la sua voce piegandola a rifrangere il Male in sfaccettature tutte differenti per i suoi tragici – nel senso più nobile e letterale del termine – personaggi, accomunati dall’efferatezza dei gesti finali, dal precipizio, ma divisi dalle ragioni che li hanno sopraffatti.
Storie nere di scollamento dal reale, di buio della ragione, giustificate dalla scrittura di Zannoni che si mantiene per tutto il libro tesa, di grande precisione nella scelta delle parole – scarnificate, essenziali – e nel ritmo senza una caduta. E ancora estremamente potente, dura, priva di giudizio, ottima testimone della profondità di certi abissi.

Uno dei libri italiani migliori degli ultimi tempi.

Anna Vallerugo



Arkadia Editore

Arkadia Editore è una realtà nuova che si basa però su professionalità consolidate. Un modo come un altro di conservare attraverso il cambiamento i tratti distintivi di un amore e di una passione che ci contraddistingue da sempre.

P.iva: 03226920928




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