SideKar


Inciampare lungo il percorso di Gian Marco Griffi

Mi chiamo Remo, pulisco i bagni al Mercato Coperto di Asti e ho creato un profilo su Facebook per potermi conseguentemente iscrivere a un gruppo Facebook per gente che ha l’alluce valgo, anche se non ho l’alluce valgo. Spiego: il mio amico Bruno (su Facebook si chiama Brad Pittbull, anche se è brutto come il peccato e odia i cani) è iscritto a Cipolla Cafè da quattro mesi e dice che le donne con l’alluce valgo hanno una voglia di scopare pazzesca. Poiché io, come Bruno, ho una voglia di scopare pazzesca, ho inviato la richiesta di iscrizione a Cipolla Cafè. (p.87)

Immaginate di essere in macchina con un amico: siete partiti da Roma, Napoli, Pisa diretti verso la Svizzera o da qualche altra parte in Piemonte, e a un certo punto decidete di fermarvi a un autogrill. Mentre il vostro amico va in bagno e voi state prendendo un caffè al bar, un tizio attacca bottone. Parlando del più e del meno, dopo avergli spiegato il motivo del vostro viaggio, l’uomo comincia a raccontarvi una storia, un aneddoto, qualcosa che è capitato non proprio a lui ma a un suo conoscente tempo fa, e che è successa da quelle parti, nella zona del Monferrato anche se non dove siete adesso bensì in una cittadina dal nome particolare ed evocativo, o forse no, era da un’altra parte ancora. È una storia senza senso, che comincia con delle persone che neanche conoscete ‒ Fausto, Bruno, Carlo, figure che nella vostra testa non hanno forma o dimensioni ‒ e terminano con una poesia dedicata a un tasso morto, con un’uscita a quattro che comprende due amici che fanno finta di avere l’alluce valgo e due donne che hanno veramente l’alluce valgo, o infine con una cittadina della Bielorussia, davanti alla casa di una donna sconosciuta ma che in teoria era la ragazza di un amico di un amico del vostro interlocutore, da poco deceduto.
Immaginate che la storia che il tizio davanti a voi sta raccontando sia farcita di intercalare piemontese, che quell’uomo abbia una mitraglia al posto della lingua e tiri fuori luoghi, persone, eventi senza un preciso nesso, che la storia devii qua e là come un ubriaco appena uscito dal bar, e che nel mentre vi siate distratti perché obiettivamente quello che state ascoltando vi suona assurdo.
Immaginate infine che il vostro amico ritorni dal bagno mentre la storia è sul finire, in quell’interregno fra la conclusione e le successive spiegazioni del motivo che hanno portato a raccontarla, e vi costringa ad alzarvi per rimettervi in marcia perché è veramente tardi. E voi salutate l’uomo, lo ringraziate (?) e tornate alla guida. Usciti dall’autogrill vi chiedete cosa è appena successo, chi diamine fossero Fausto, Bruno e Carlo, cosa c’entrassero il Cipolla Cafè e Umberto Tozzi, se per caso non abbiate bevuto del caffè corretto con troppa grappa.
Ecco, leggendo Inciampi di Griffi questa è la sensazione che si mantiene salda nella propria mente a ogni fine racconto. Le storie, poco credibili quando non addirittura surreali, iniziano e finiscono senza un perché, come se il narratore parlasse per il puro gusto di parlasse. Le trame dei racconti non sembrano essere l’elemento centrale della narrazione: quello che appare come un gioco auto alimentato ha come fulcro nodale l’atto stesso del raccontare. Raccontare qualsiasi cosa ‒ accaduta o meno è indifferente, verosimile o meno ancor più irrilevante ‒ nella forma più variegata, basta che sia possibile proseguire, e vadano a farsi benedire i temi, i messaggi, i racconti edificanti, le regole stesse della lingua.
Gli inciampi linguistici di Griffi sono qualcosa di indefinito, a metà fra la parodia del nostro mondo e un divertissement fine a sé stesso, che nessun senso ha se non quello di andare oltre e proseguire nella narrazione stessa. Chi approccia questo testo con l’idea di seguire un filo logico e una trama solida resterà deluso; chi invece gli si avvicina con l’intento di esplorare le possibilità e i confini della lingua italiana, di sperimentare diversi stili letterari e mettersi in gioco superando la propria concezione sull’uso della punteggiatura, troverà nel secondo testo della collana SideKar di Arkadia una sfida notevole, soprattutto nella sezione “Tutte le riviste della mia vita”, nella quale l’autore si diverte a gettarsi a capofitto nei diversi stili di scrittura, e a gettarvi anche il lettore, senza peraltro fornirgli una bussola durante la navigazione nelle acque nere.
Il che non vuol dire necessariamente qualcosa di soddisfacente, anzi: la soddisfazione nella lettura di Griffi è qualcosa che sembra essere sempre qualcosa di là da venire, un bagliore visibile ma lontano e pertanto inavvicinabile. Il titolo della raccolta è in questo senso adeguato: è come quando si cammina per conto proprio e si inciampa su una radice non vista. In quell’attimo di spaesamento e di vuoto, quando tutto il corpo si protende per un antico istinto di conservazione per evitare la caduta, sta il senso di questa lettura.

David Valentini



Alessandro Zannoni. Stato di famiglia

 

La famiglia accoglie, protegge, supporta.
Alle volte, deflagra. Non in metafora, in Stato di famiglia – racconti di Alessandro Zannoni pubblicati da Arkadia editore in una nuova, promettentissima collana, Sidekar – con il reale scoppio delle carni, la mira presa con cura a annullare i lineamenti dei propri cari.
Episodi che succedono, la cronaca ne è frequente testimone. Quando accadono, lo sgomento è prima per la modalità. Poi, in seconda analisi, per il detonatore: sono i piccoli, innocui movimenti quotidiani, sono le parole udite ogni giorno per anni, ripetute – è la ripetizione qui che scava la pietra – che in menti scentrate prendono direttrici impazzite.
O è la solitudine, quando profonda, non notata: quella di Anna, una Medea di spessore classico che apre il libro con la totalità di un gesto impensabile, impensato, a cui Zannoni dona perfetta la fisicità dell’atto, l’infanticidio, attraversando ogni sensazione corporea della donna mentre basta un suono, terribile, a definire ciò che è accaduto

Anna si meraviglia di ritrovare il suo corpo, la carne, i muscoli, e si accorge che le fanno male le mani, le ginocchia, la schiena, gli occhi, che le dolgono le orecchie. Non c’è parte del corpo che non sia dolorante, come l’avessero bastonata con cura, ovunque. Tu-tump.

Poi ricompaiono i pensieri. Disordinati e aguzzi, stridono come fossero impazzati. Feroci, vanno di pari passo alla forma circolare del ronzio della lavatrice, si impastano insieme, diventano unico pensiero, doloroso, acuminato, che penetra la vestaglia di lana rosa, vibra cupo sulla pelle, entra dritto nella carne. Tu-tump.

[…] spalanca gli occhi. Si meraviglia di ritrovarsi seduta davanti alla lavatrice accesa. Tu-tump.

Fissa l’oblò.

Dal corpo le esce un verso di animale che fa rabbrividire.

Tu-tump.

Il suo bambino, nella lavatrice, fa un altro giro.

Una botta fortissima, solo la prima: l’orrore è sotto i nostri occhi, impossibile negarne evidenza e presenza. È il Male connaturato, la zona nera che apre voragini delle mente di persone tranquille, normali, quelle che salutavano sempre: a rafforzarne l’impossibilità di evitarlo, Zannoni decide per un ragionato, straordinariamente efficace montaggio al contrario (da sceneggiatore e scrittore per il cinema quale è, ammirato peraltro da Luigi Bernardi cui deve il debutto per Perdisa pop).
È con il finale che si apre ogni suo racconto, con i minuti della risoluzione tragica: così è per Anna, di cui solo nelle pagine che seguono comprenderemo – senza mai condividere – le ragioni. Così sarà per Roberto, carabiniere impazzito di una gelosia accecante e del tutto immotivata, patologica agli occhi di chi legge ma non ai suoi. Così sarà via, via per gli altri personaggi: il figlio che vuole l’eredità per fare la bella vita, la donna sedotta dal soldo facile delle slot machine, il padre padrone esautorato.
Zannoni riesce a modellare la sua voce piegandola a rifrangere il Male in sfaccettature tutte differenti per i suoi tragici – nel senso più nobile e letterale del termine – personaggi, accomunati dall’efferatezza dei gesti finali, dal precipizio, ma divisi dalle ragioni che li hanno sopraffatti.
Storie nere di scollamento dal reale, di buio della ragione, giustificate dalla scrittura di Zannoni che si mantiene per tutto il libro tesa, di grande precisione nella scelta delle parole – scarnificate, essenziali – e nel ritmo senza una caduta. E ancora estremamente potente, dura, priva di giudizio, ottima testimone della profondità di certi abissi.

Uno dei libri italiani migliori degli ultimi tempi.

Anna Vallerugo



Gian Marco Griffi nasce a causa di circostanze indipendenti dalla sua volontà ad Alessandria, il 16 dicembre 1976. Vive per circa trentun anni in un paese chiamato Montemagno, in Monferrato. Sin da piccolo frequenta l’unico bar di Montemagno e l’unica tabaccheria di Montemagno (i suoi nonni hanno un bar tabaccheria); impara a fumare e a giocare a briscola. Vagabonda per Torino negli anni dell’università, durante i quali frequenta molti pub, molti locali di cui non ricorda il nome, molte pizze al taglio, molti supermercati, pochissimi corsi alla facoltà di filosofia. A un certo punto rinnega le armi al fine d’evitare il servizio di leva. Si rende utile alla Società fotocopiando documenti top secret per la Provincia di Asti. Vive ad Asti, dove lavora in un Golf Club. Suoi racconti sono apparsi su Cadillac, Ammatula, Argo, YAWP, Scorretto Magazine. Ha pubblicato il romanzo Più segreti degli angeli sono i suicidi (Bookabook, 2017) e possiede una discreta immaginazione. 



Alessandro Zannoni, Stato di famiglia

Come sapete, non sono grande amico dei luoghi comuni da recensione come i libri che ti strappano le viscere, che intraprendono un corpo a corpo con il lettore, eccetera. Eppure.
Stato di famiglia di Alessandro Zannoni, che inaugura la nuova collana Sidekar di Arkadia, è un libro che colpisce, e che fa male. Un tour de force nel male, direi, in quello che si annida negli angoli bui delle dinamiche familiari.
Nonostante il libro sia corto, stringato, lo ho letto in una settimana, proprio per questa forte componente emozionale-disturbante: inizialmente avevo pensato alle condizioni esterne, evitare di leggerlo se era un giorno cupo, per esempio, ma ho poi scoperto che queste storie fanno esattamente lo stesso effetto, dirompente, di mattina e di sera, col sole o con la pioggia, bevendo caffè o sorseggiando una birra ghiacciata.
Zannoni parte dai fatti di cronaca esemplari di quanto provavo a esprimere sopra, le dinamiche familiari malate: la madre in depressione post-parto, il figlio viziato e fannullone in conflitto coi genitori per i soldi, il marito-capofamiglia violento.
Non abbiate paura dello spoiler, perché ci pensa lo scrittore, costruendo i racconti che compongono Stato di famiglia “a ritroso”, partendo quindi dal finale, dallo scatenamento della violenza, e andando poi indietro nel tempo, di solito poche ore, a ricostruire la causa scatenante, il motivo vero (per dirla coi Baustelle, gruppo di amore e violenza, a sua volta).
Questo semplice accorgimento dà ai racconti la “tonale” della ineluttabilità, della mancanza di qualsiasi speranza, e coinvolge il lettore in una spirale di tensione irrisolvibile, nelle diverse e cupe disperazioni dei personaggi, nelle motivazioni infami eppure, appunto, cogenti, ineluttabili che li spingono a compiere quello che compiono (e che, come detto, è svelato subito all´inizio delle rispettive storie).
Il resto lo fanno la tecnica narrativa, la stringatezza, il ritmo e la lingua, Zannoni riesce quasi miracolosamente a trovare, senza grosse variazioni, senza perdere una certa unitarietà, senza vere e proprie mimesi ad es. dialettali, il registro giusto per ognuno dei suoi personaggi, penso all´ansia pulsante della donna dipendente dalle slot machine, al formidabile gergo giovanilista del ragazzo di cui sopra (sarebbe stato fin troppo facile spalmarci sopra il dialetto veneto, visto il contesto di feste, cocaina, cantieri, famiglie benestanti), alla visione amorosa e quasi lirica del protagonista dell´ultimo racconto, marito fedifrago che si sente stretto in una famiglia che non vuole veramente. Sarebbe stato facile, per molti motivi, cadere nello stereotipo e nel luogo comune, e non succede.
In ultima analisi, un libro di livello molto alto, per lingua, ritmo, “insight”, personalità, straordinariamente alto direi, e anche educativo, un documento perfetto (non dico definitivo, perché sto usando fin troppe iperboli) sul crimine che esplode in famiglia, nelle famiglie contemporanee, per avidità o troppo amore o disperazione, il tutto sempre ai confini del disagio mentale (o direttamente dentro di esso). Sono in effetti cose che succedono perché devono succedere, si conclude, e chi legge i racconti credo capirà la scelta del verbo dovere.

Procuratevelo, nelle dimensioni sintetiche (ma non poteva che essere così) uno dei grandi libri, finora, di questa stagione editoriale.

Marco Patrone



Arkadia Editore

Arkadia Editore è una realtà nuova che si basa però su professionalità consolidate. Un modo come un altro di conservare attraverso il cambiamento i tratti distintivi di un amore e di una passione che ci contraddistingue da sempre.

P.iva: 03226920928




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