SideKar


ROBERTO SAPORITO, SCRITTORE POST -POSTMODERNO

La cosa che amo di più dei personaggi dei romanzi di Roberto Saporito è la completa disarmonia con la loro epoca, il loro malessere per il presente che sono costretti a vivere quasi come una condanna. Lo scrittore di Alba anche in Come una barca sul cemento (Arkadia, pagine 119, € 13,00) il suo nuovo romanzo uscito alla fine dello scorso anno, ci regala un altro disadattato che si muove a fatica nel disagio della propria esistenza. È un professore di letteratura americana del Novecento che insegna a Roma. Viene allontanato dal suo prestigioso incarico ed è costretto a dimettersi per uno scandalo sessuale. Lui ha il vizio di essere un predatore sessuale e non può fare a meno di portarsi a letto le sue studentesse. Lascia Roma e l’insegnamento e si ritrova a fare il guardiano di barche in una località marina della Toscana.

Da dove vengono le tue storie e come nascono?

In verità non lo so da dove vengono le mie storie, nel senso che non è una cosa che nasce da un percorso lineare, tipo adesso scrivo un libro su questo argomento, e quindi in base a questo mi organizzo una scaletta, un progetto di romanzo, un’organizzazione gerarchica dei personaggi, un inizio, un centro e una fine, cioè in pratica quello che ti insegnano in un corso di scrittura creativa, ecco, per me, non c’è quasi premeditazione, tipo il mio ultimo romanzo “Come una barca sul cemento” che è nato dall’aver visto, passeggiando in campagna in Toscana una barca, un cabinato, abbandonata sotto un albero, una visione assolutamente fuori contesto, quasi un’apparizione fantastica, e partendo da lì, con calma si è poi dipanata l’intera storia, che è cresciuta di giorno in giorno, di pagina in pagina, senza che sapessi esattamente cosa sarebbe successo il giorno dopo quando ricominciavo a scrivere. In pratica non ho quasi idea di dove andrà a parare la storia da un capitolo all’altro, e tutto questo crea una sorta di vertigine che dura per tutta la durata della stesura del romanzo, quasi un’esaltazione, che trasforma, almeno per me, la scrittura in una di quelle cose che mi tengono in vita, qualcosa di esistenziale, una necessità fisiologica, fisica, essenziale, della quale non posso fare a meno.

Tu sei uno scrittore che si cimenta sempre con il romanzo breve e devo dire che riesci sempre con la tua scrittura essenziale e incalzante a tenere il lettore incollato alla storia. Anche in Come una barca sul cemento ci sono tutti gli ingredienti di un certo minimalismo che convince. Che cosa pretendi dalla scrittura quando ti trovi davanti alla pagina bianca?

Dalla scrittura pretendo che sia la cosa migliore che io possa scrivere, e per questa ragione scrivo, e riscrivo, e poi rileggo centinaia di volte quello che ho scritto e poi riscrivo ancora, e taglio, e aggiungo, e piallo, e levigo, e livello, e scortico, e vado al midollo delle parole, la parte più delicata, sensibile, cerco una sorta di intimità con le parole, voglio che siano mie e soltanto mie, voglio che emozionino per prima cosa me, come spero poi di emozionare chi leggerà il libro. E il mio non è neanche più minimalismo ma qualcosa che potrebbe essere una sorta di post-postmodernismo, comunque qualcosa che prima non c’era. In ultima analisi quello che vorrei essere è essere “saporitiano”, un aggettivo, nuovo, sorprendente, sconcertante, inaspettato.

Che rapporto esiste tra la finzione e la realtà nei tuoi libri?

Per me la definizione esatta di romanzo è “finzione” anche se poi la mia finzione nasce, spesso, dalla realtà, ma appunto funzione della narrativa, comunque quella che interessa a me, è inventare delle storie, delle storie che prima non c’erano, la creatività dello scrittore deve essere al servizio di questo, e in questo è importante anche il linguaggio che si usa, la “lingua” è di per se parte determinante della storia, “come” si racconta una certa cosa è il vero talento di uno scrittore, per assurdo, ma tanto per capirci, il “come” si racconta una determinata situazione è quasi più importante della storia stessa. Lo “stile”, parola che mi piace poco ma che rende bene il senso, per uno scrittore è fondamentale, è la vera cifra che lo differenzia da tutti gli altri, la “riconoscibilità” è quello al quale ogni scrittore degno di questo titolo dovrebbe ambire, quasi agognare. Nei miei libri è tutto vero, nei miei libri è tutto falso, è questo il senso ultimo del romanzo, la confusione tra i due piani, la non riconoscibilità. Lo scrittore mente sapendo di mentire, anzi, mente facendosene un vanto.

Ti senti uno scrittore del presente?

Assolutamente sì, quello che mi interessa come scrittore, ma anche come lettore, dato che ogni scrittore che si rispetti è prima di tutto un lettore accanito, è il mio tempo, è quello che sta accadendo oppure è appena accaduto, e il passato che mi interessa e quello a breve, brevissimo termine, non remoto, e per questo spesso non del tutto passato, un passato mal digerito, che ritorna perché non è veramente del tutto trascorso ma è rimasto lì incastrato in una sorta di limbo temporale che trasforma quel passato stesso in un eterno presente, o comunque un passato da risolvere perché occupa ancora troppo spazio nel presente, una sorta di passato-presente, ancora da ricercare.

A cosa stai lavorando?

Ho appena terminato di scrivere il libro che non avrei mai voluto scrivere, si intitola In nessun luogo ed è un romanzo che nasce dalla realtà (la malattia e la morte di mia moglie) e che mischia, unisce e confonde insieme questa realtà triste e tragica con la finzione tipica delle mie storie, dove i due piani si intersecano e dove non si capisce cosa sia vero e cosa sia inventato, e dove, però, in definitiva, non è importante capirlo, non è importante saperlo. È  la storia di un sopravvissuto, indeciso se continuare a vivere o anche solo sopravvivere oppure di smettere di vivere o di sopravvivere, se continuare a soffrire o farsene una ragione e fare un passo in avanti verso un possibile futuro o anche solo un esile presente fatto di piccoli passi perfino se verso una direzione ignota, assolutamente incerta, oscura e un po’ paurosa. Forse un romanzo di formazione minima, di crescita di pochi mesi e una bizzarra educazione sentimentale che nasce dalla perdita e da un dolore troppo grosso per essere veramente sopportato, tollerato. Un viaggio, fatto di false partenze e ripensamenti e dubbi, anche fisico, in giro per l’Europa, in quei luoghi ricchi di un passato (e ricordi) purtroppo ormai finito. I non-luoghi come gli aeroporti e gli alberghi come terre di mezzo che danno una sorta di consolazione, che non obbligano il protagonista a delle vere scelte, a procrastinare qualunque decisione, a cercare risposte dove però ci sono solo domande. Un libro importante e una sorta di svolta nella mia scrittura che affronta questa mia parte della vita di petto come non avrei mai pensato di fare.

Nicola Vacca



Silenzi femminili attraverso lo specchio

Ork è un pianeta sufficientemente instabile da non lasciare che le cose si ripetano eternamente allo stesso modo. Ork cerca spazi e libertà, confronti e occasioni di crescita, variazioni possibili di un medesimo tema, sensibilità urticanti, rivelazioni di snodi, stazioni di sblocco, tutto ciò che movimenta, crea correnti di aria, scompiglia le carte, rigenera presunte verità acquisite per sempre. Scrivere di libri non può mai essere solo un esercizio di stile, un consiglio pilotato, un obbligo da adempiere. Deve, l’atto del recensire, portare con sé spirito innovatore, rivolgimento, accostamenti azzardati, fare dialogare autori tanto distanti da indurci a credere che farlo possa essere un atto di violenza, ma violenza è solo nell’esito di una visuale prodotta dall’accostamento fuori norma, insomma quell’alterigia di chi naviga in superficie. Sotto, nel buio dei fondali, non c’è stupore alcuno, ma narrazioni che si sfiorano, raccontano qualcosa che, a tratti, si tocca, lo fanno con silenzi che originano da una fonte differente, una maternità declinata diversamente che genera e nutre creature che porteranno nel mondo la ricchezza e il vuoto dell’amore ricevuto e percepito. E, in fondo, questo è il crinale perfetto offerto dalla lettura di due recenti raccolte di racconti, “A pelle scoperta”, di Francesca Piovesan, edito da Arkadia (Collana SideKar), e “Persone care”, di Vera Giaconi, autrice di origine uruguiana, pubblicato da Sur. Una sorta di apparente azzardo che trae origine non solo dalla forma narrativa scelta dalle due donne, che ne riduce la portata, dell’azzardo, ma da un silenzio che, pur somigliante, qui giunge in un’eco amplificata dentro cui bolle un approccio differente alla scrittura, oltre che alla vita, come è giusto che sia. Anche nell’ottica odierna di Ork: quella di condurli per mano fino a qui. Entrambe le autrici scelgono una modalità narrativa che le pone rispetto al processo creativo come osservatrici anonime distanziate dagli attori e dalle scene quel tanto che basta a lasciare che l’emozione corra, senza invadere, se non con le peculiarità che diremo, lungo i fili di storie intessute di una quotidianità normale dentro cui si muovono corpi con i loro segni, più o meno forti. Sono i corpi in cui lasciare fluire il non detto, “la passione contenuta”, il racconto di qualcosa che è fuori dall’osservatore, perlomeno in un’apparenza salvifica in cui proteggersi dall’onda d’urto del proprio dolore.

Potremmo dire che il silenzio di chi guarda e si fa latore di quelle vicende è una scarnificata presenza dietro le quinte che, nella mancanza di un’identità, osserva, traccia, scrive, ma non diremmo il vero, perché qui il confronto si apre e percorre tragitti diversi. Quello della Piovesan è soprattutto uno sguardo, la capacità di posare gli occhi sui dettagli, sulla materialità delle cose che stanno nell’universo inesploso dei suoi protagonisti, a cui non segue una voce forte, in parte perché è chiaramente una scelta di tono, in parte perché si ha l’impressione che manchi un pezzo, qualcosa che connoti di una maturità ancora di là da venire il timbro ancora indefinito dell’osservatrice. Questo non toglie rilievo alla cura, tutta femminile, con cui l’autrice pare farsi custode di tutto ciò che siamo soliti eliminare e dentro cui c’è l’accesso all’altra faccia della luna, oltre i silenzi, fuori dalle pagine di un libro. Il silenzio della Giaconi è una presenza forte, pur nella decisione di guardare dall’esterno, a distanza: non è uno sguardo, qui è una voce che sceglie di non esserci, ma che scappa dal reticolato imposto dalla neutralità per scheggiare di rosso i corpi delle storie narrate prima ancora di vederne il sangue, come se trapelasse già dai dettagli l’orrore tenuto a freno dalla banalità entro cui rendiamo quotidianità “normale” tutto ciò che sta fuori e destabilizza. Dunque, silenzi di natura e origine diversi. Due donne a confronto che scelgono di fare di un simile impasto di realtà la loro trama narrativa. Questo perché la Piovesan e la Giaconi, nella brevità del racconto, decidono di condurre storie che non hanno in apparenza nulla di speciale che non sia il fatto che in esse è in fondo racchiusa la specialità potenziale dell’individualità di ciascuno. E, se il ritmo narrativo scorre senza alterazioni, nella calma apparente della prima e in forma, a tratti, sinusoidale nella seconda, a ben guardare, la terra su cui posano i loro sismografi ha qualcosa di instabile in entrambe, con esiti diversi. Forse, la ragione principe per cui sono qui oggi, in questo tempo precario e rapido in cui solo fuggendo da ciò che è sotto gli occhi di tutti è possibile rintracciare un qualche accenno di verità, personale, storica, pubblica.

Entrambe le raccolte fanno del corpo un elemento consustanziale alla narrazione, rivelando il dettaglio, che sia la ferita, la bellezza tradita dal tempo o la giovinezza esplosa, che sia il viso, come le spalle abbronzate, i capelli rossi, come l’odore di una madre, che sia la donna giraffa, come l’uomo elefante, tutto è un indicatore di “salute”, la faccia esposta della salvezza, la fine o l’inizio di qualcosa, l’evidenza di una legge naturale dentro la cui inesorabile scadenza siamo tutti, ma anche il fermo immagine su qualcosa che è rimasto a suggellare l’eternità di tutto ciò che non si risolve, non si trasforma, ristagna e rimane nella forma stantia di quello strascico di dolore che si cumula con l’inevitabilità del tempo.

La Piovesan racconta di amori mai nati, eppure vicini e possibili, di solitudini dalle pulsioni inibite, di desideri a cui si è rinunciato e dell’odio verso l’esterno che ne è causa quando non siamo in grado di farci responsabili attori di vite che si chiudono ai margini della bellezza, vera o artistica, racconta di donne fragili in balia di un bisogno che non si riconoscono e del desiderio che ne rivela l’urgenza, di complicità femminili, oltre i percorsi obbligati, fuori dal buio materno, di lampi di vita che esplodono e ci regalano il senso della precarietà e la spinta alla ricerca di un calore che si declini al femminile, senza ingombri, senza pesi, senza contropartite, racconta di quelle donne che nessuno vede e che sono la bellezza della cura del mondo, delle ferite che congiungono vite distanti, di nudità e vergogna, di abitudine al corpo e di corpi soli nel risveglio notturno, di un padre e di una figlia nell’alchimia che allontana le madri che non sanno più ascoltare, che non hanno mai ascoltato, di una madre che decide di farlo con il coraggio dell’età e la benevolenza di chi non ha più nulla da perdere.

La Giaconi racconta di conflitti più o meno esplosi. Pur nella quotidianità che si fa scenario privilegiato dentro cui far muovere gli attori, irrompe nel silenzio con minacce della sua interruzione attraverso la dichiarazione del fallimento neanche tanto celato della famiglia, racconta di sorelle che non sanno parlarsi fino in fondo, di segreti e bugie, di amori traditi e rubati, di padri che riscattano la loro esistenza dal decadimento della loro funzione genitoriale attraverso lo scatto del passaggio successivo di nonni,  di madri che invecchiano, dell’odore di naftalina e sapone e disinfettante in cui è racchiuso il principio di una fine e la vita di uomini che si impone sulle macerie di quella di figli, racconta di conflitti tra padri e madri, di figli che naufragano nel dolore di una ferita per distrarsi dalla tristezza e non piangere, che sovvertono il principio di piacere per stare dentro il conflitto, illusoriamente senza crepe che non siano quelle del corpo, racconta di relazioni simbiotiche e delle ritorsioni di chi non ne ammette la fine se non dentro uno spirito di vendetta, di donne che si fanno carico della fragilità del mondo e di donne che le schiacciano con “innocua” e facile crudeltà, di fratelli e sorelle che si nascondono al buio della loro solitudine e si fanno complici nella lotta contro il lupo dietro la porta di casa.
Ciascuno di noi è, sarà un pezzo delle pagine dell’una o dell’altra. Ci siamo tutti, a ben guardare.
Resta l’evidenza tecnica di due percorsi di scrittura differenti, non solo per predisposizione e per vissuto che deduciamo diversi, ma per una scelta di fondo che, pur partendo da un’assenza che è il silenzio della postazione di chi osserva, si nutre, nell’un caso, dell’impeto dei Paesi del sud, nell’altro, di una linearità ancora in bilico. Se l’emotività non sfocia in alcun angolo che non sia il corpo per scelta stilistica, la prosa deve essere estremamente solida e centrata da consentire di vacillare dentro e cadere fruttuosamente sul dettaglio. Non sfugga all’attento lettore che le due donne si fanno complementari in un gioco a incastri sottile che necessita di un gradino in più. Se la Giaconi rompe a tratti, come già detto, il suo silenzio talvolta con un impeto maschile, dall’altra parte risiede la cura al femminile di chi ripone nelle cose la sacralità di un rito. Aspettiamo conferme e maturità, mentre fuori piove e si affaccia il sole.

Mindy



La Milano nera di Franz Krauspenhaar

L’assenza: quella della consorte di un ricco industriale, sparita nel nulla di punto in bianco. La presenza: quella enigmatica, inquietante, che aleggia attorno al protagonista del libro, il malmostoso detective (ed ex poliziotto) Guido Cravat, il tutto sullo sfondo di una Milano non più da bere, semmai costellata di «minigonne nere di pelle delle prostitute albanesi e dei travestiti sudamericani».
Così potrebbe esplicitarsi il titolo dell’ultima fatica letteraria (“La presenza e l’assenza”, Arkadia, 160 pagine, € 15) del milanese Franz Krauspenhaar, classe 1960, prolifico autore di romanzi e raccolte di poesie e racconti.
Nel romanzo – un noir ricco di suspense e colpi di scena -, Cravat si troverà a duellare ferocemente col tremendo Saluzzi, investigatore assunto al suo posto, senza preavviso, dall’industriale lombardo intenzionato a riportare a casa la moglie.
Perennemente ingrugnito, afflitto dai fantasmi del passato ma nel contempo dotato di una salda presenza di spirito, Guido Cravat non mollerà la presa, finendo avviluppato in un pericoloso groviglio di false piste, loschi figuri e peccati non confessati.
Il volume ha parecchi pregi: la sapiente caratterizzazione delle figure centrali e di contorno, il tratto vivace e musicale, il senso di mistero che aleggia tra le pagine invogliando a divorarle.
Protagonista essa stessa del romanzo, la Milano di Krauspenhaar ha quasi perso la memoria dei fasti degli anni Ottanta, e funge da acquario grigio e decadente in cui fluttuano ombre minate nell’intimo da dubbi e sogni senza ali.

Fabio Marcello



“LA PRESENZA E L’ASSENZA”. INTERVISTA A FRANZ KRAUSPENHAAR

 

“Non ci sono peccati privati. Sono tutti pubblici, tutti condividiamo quelli degli altri e tutti gli altri condividono i nostri”.

La scelta di citare Jim Thompson in esergo al libro l’ho trovata ben calibrata, considerato che sono proprio i peccati non confessati a tracciare il filo conduttore de La presenza e l’assenza (Arkadia Editore), ultima brillante fatica di Franz Krauspenhaar: un noir disperato, a tratti sardonico, graffiante, dalle pieghe malinconiche. Il protagonista è Guido Cravat, un investigatore ingaggiato da un industriale milanese per indagare sulla sparizione di sua moglie. Allontanato inaspettatamente dall’incarico, impegnato in uno scontro all’ultimo sangue con il nuovo detective dell’industriale, lo spietato Saluzzi, Cravat decide di far emergere la verità, provando a sbrogliare un intrico che si rivelerà sempre più sviante, minaccioso e ai limiti dell’inverosimile.

“Vago nel vago. Nella vaghezza, nella stranezza, nell’incertezza. Mi riprendono una voglia terribile di fumare e un senso profondo di frustrazione che mi sospinge verso un’amarezza grigia”.

Doninelli sostiene che il carattere di una città è la somma del modo in cui ciascuno dei suoi abitanti la pensa e la percepisce. In questo romanzo, il tema della metropoli ricopre un ruolo centrale; attraverso gli andirivieni frenetici dei personaggi, il lettore viene trascinato da una parte all’altra della realtà urbana che ne accoglie le vicende: “Città, tu porti le minigonne nere di pelle delle prostitute albanesi e dei travestiti sudamericani. Tu non sei più la città che incontravo e amavo vent’anni fa: tu, città, corpo di città. Città di Milano, io ti ho amato. Ma quest’amore è perduto.” E se nello sport la partecipazione a una gara da parte di un atleta è detta presenza e il computo delle presenze è fondamentale ai fini della designazione del capitano, il conflitto tra i due investigatori hard-boiled del romanzo sembrerebbe appunto simboleggiare un match senza esclusione di colpi, combattuto tra due capitani noncuranti delle regole e delle squadre disposte in campo, delineando il perno principale dell’azione – attorno al quale orbitano le vicissitudini di altri personaggi non meno interessanti – e lasciando letteralmente il segno con i ritagli più feroci, tramite i quali Krauspenhaar dimostra di saper indugiare con notevole sagacia sull’aspetto concorrenziale relazionato alla natura dell’uomo. Il detective Cravat è un individuo dotato di una forte presenza di spirito, benché consumi le giornate tormentandosi, rievocando il proprio passato con un’inquietudine straziante. Tuttavia, con il suo approccio sornione alla vita, saprà donare una sana nota di stravaganza – non di rado quasi fumettistica – all’intreccio della narrazione, riuscendo senza eccezione a stuzzicarci, invogliandoci a seguirlo col fiato in gola nei baratri più lugubri dell’esistenza umana.

 

Di seguito l’intervista a Franz Krauspenhaar

Mi è parso di capire che non fosse tua intenzione limitarti alla descrizione fisica della città, bensì che tu abbia aspirato a produrre, tramite un processo combinatorio con chi legge, una presa di ascolto sugli aspetti d’insieme di Milano. Quanto riesce a influenzare il tuo scrivere, la città dove sei nato e in cui vivi?

Beh, considerando che la maggior parte dei miei romanzi sono ambientati qui, direi che l’influenza è molto forte. In me c’è il bisogno di raccontare una città che conosco bene attraverso le vite dei suoi personaggi, ma anche di trovare un luogo in parte misterioso e anche simbolico, una specie di contenitore emozionale, nel quale mettere e studiare l’animo umano in condizioni di relativo benessere. La metropoli, l’unica in Italia, ti dà la possibilità di raccontare l’infinitesimo dentro un calderone molto urbanizzato ed enorme, così come facevano per esempio i grandi scrittori francesi dell’Ottocento, come Zola, o gli americani come Henry Miller e Dos Passos, grandi raccontatori di città metropolitane. Ecco, Milano è il punto del mondo datomi dal destino di esserci nato e cresciuto per farne un laboratorio aperto e chiuso, un mondo che è nel mondo ma che, attraverso la fantasia e le digressioni, diventa anche altro, forse una possibilità, o un’occasione mancata, o uno studio sul passato della città, su ciò che ci ha lasciato e su ciò di cui abbiamo ancora nostalgia.

Il senso di nostalgia per il tempo andato è partecipe come un sottofondo pressoché “sonoro” al romanzo. Cosa ti manca degli anni passati e per quale causa – sempre se credi che ve ne sia una meritevole – vale la pena combattere al giorno d’oggi?

Mi manca una cerca freschezza, una certa leggerezza tipica degli anni Ottanta, quando ancora la speranza del dopoguerra, nonostante la grave crisi politica degli anni Settanta, non si era sopita. C’era un esserci in un secolo tutto sommato ancora lontano dallo sparire, c’era una vita presente ancora più presente di prima, se vuoi incistata nell’illusione, ma comunque viva, pulsante. Ricordo bene quegli anni, erano anche malinconici, perché la giovinezza è anche malinconia, è prima consapevolezza di quel che non può durare, e allora anche nell’ebbrezza di un momento ci può stare l’avvisaglia di un futuro tutto da immaginare che chissà cosa ci porterà, certamente cose diverse. Oggi secondo me vale la pena combattere per una vera legalità, per ridare dignità piena alle persone in difficoltà, e siamo davanti a un compito difficilissimo, perché tutto sembra ruotare attorno a situazioni di totalitarismo soffice ma pressante, alle distopie immaginate dal genio di Orwell, per esempio. Il cittadino dovrebbe imparare a ribellarsi, soprattutto in Italia, ma siamo ormai confinati negli sfogatoi dei social network, nei quali quasi sempre possiamo protestare, tanto le nostre urla del silenzio arriveranno a poche persone contingentate, mai alla vera opinione pubblica.

Qual è il significato del titolo La presenza e l’assenza?

È la storia prima di tutto di un’assenza, quella della moglie dell’industriale che di punto in bianco sparisce si può dire nel nulla, e poi, come vedremo verso la fine della storia, di una presenza non ben identificata che fa visite inquietanti al protagonista Guido Cravat, il detective ex poliziotto, una presenza avvolta nel mistero che forse ha a che fare con l’assenza della donna, ma non è detto. Come in tutti i miei libri, lascio un margine di ragionamento al lettore, amo il mistero più di ogni altra cosa, e preferisco costruire robusti interrogativi, proprio perché nella vita i punti di domanda superano di gran lunga i punti esclamativi, sono mille volte più stimolanti e arricchiscono non solo la storia ma anche la fruizione che ne ha il singolo lettore, che desidero tenere imbrigliato in una ragnatela fino in fondo.

Quanto hai lavorato allo sviluppo della storia e alla caratterizzazione dei personaggi?

Relativamente poco, sono partito dall’industriale, dalla sparizione e dal detective e poi tutto è sgorgato piuttosto naturalmente, personaggi di contorno compresi, come se avessi avuto la storia già scritta dentro di me da tempo e avessi  aperto  una specie di cassetto o di tubatura per farne uscire il contenuto. Sono contento di questo noir, che è il secondo che pubblico dopo il primo, Cattivo sangue, del 2005, e come allora c’è spesso una voce che racconta e non solo, pensa, divaga, si arrabbia, dà corpo alle sue inquietudini come nei romanzi di una volta, con una certa precisione ma cercando anche di trasferire al lettore non solo i fatti ma anche l’intimità, le ossessioni, i dolori del personaggio.

 Progetti futuri in ambito sia letterario che musicale?

In ambito letterario sto scrivendo un romanzo dal titolo provvisorio L’uomo dissolto, una storia sull’identità, spalmata su vari territori che non sono l’Italia, un po’ come feci col mio penultimo romanzo, Brasilia, quasi interamente ambientato nella capitale brasiliana. Dal punto di vista musicale il 29 di questo mese esce in tutti i siti di vendita digitale, nonché su Spotify e YouTube, il mio quinto disco, col mio nome di battaglia Nerolux, dal titolo “Electrosymphonies Vol.1”, prodotto da Symposion Records con distribuzione Believe. Si tratta di sinfoniette esclusivamente elettroniche composte e suonate totalmente da me con un occhio puntato alla tradizione del krautrock, dunque pensando ai Kraftwerk, ai Neu, ai Tangerine Dream ecc. Un disco, a differenza di altri miei, totalmente strumentale, un viaggio particolare nelle mie origini tedesche. Seguirà un Vol.2 a settembre per un totale di due ore di musica.

“E me ne vado da solo, in questo sole nero, che non dà scampo. E adesso ti saluto, e nemmeno mi volto. Non dire niente, ti prego. La presenza? Ѐ da un po’ che non mi fa visita. Per fortuna, ho sempre più paura. Così sto in guardia”.

Roberto Addeo



La vita schifa, il festival dell’ossimoro di Rosario Palazzolo

«Quando sono morto io si fece festa, una festa stramba e inutile, ridicola come le cose ridicole, una festa che ognuno se ne stava a casa sua a gioire in silenzio, una festa senza brindo, una festa muta, una festa che se mettiamo uno passava di là non se ne accorgeva che c’era quella festa, era una festa cacchia, una festa senza cerimonie, una festa guasta[…]»

Rosario Palazzolo è da sempre un portatore (in)sano di linguaggio. Chi abbia letto i suoi precedenti romanzi, cito qui il meraviglioso Cattiverìa (Perdisa pop 2013) – un libro nel quale il linguaggio veniva reinventato pagina dopo pagina, fondendosi e scomponendosi per riscoprirsi diverso. Il dialetto siciliano, le sgrammaticature e l’italiano si reggevano tenendosi per mano, a volte si abbracciavano, altre si prendevano a schiaffi e lo facevano dentro una corsa di punteggiatura stesa a perdifiato. Una meraviglia. La stessa cosa, Palazzolo, che è anche drammaturgo, attore, regista teatrale, la fa quando scrive per il teatro, consiglio agli appassionati di andarsi a cercare gli articoli o i video che raccontano di Letizia Forever, una delle cose più affascinanti e magiche che siano andate in scena negli ultimi anni in Italia.

Quindi per raccontarvi La vita schifa (Arkadia, 2020), il libro più recente di Palazzolo, bisogna partire proprio dal linguaggio e dal fatto che lo stile conti molto più della trama. Come dice il grandissimo Rodrigo Fresán è lo stile che fa l’autore, la struttura è importante, la trama è secondaria. La lingua fa il resto.

Lo stile, allora. Palazzolo scrive in maniera accurata, precisa. Lavora contemporaneamente sulla singola parola e sul complesso della storia che vuole raccontarci. Le parole, i verbi, la punteggiatura diventano modulabili, si stringono, si allungano, suonano. Non si accontentano di descrivere una scena, o un personaggio, la assecondano e la cambiano. A ogni termine pronunciato non basta stare in bocca al protagonista ma gestirlo, starci insieme, così che ogni personaggio, dal principale a quello che compare in una sola pagina, diventa un’estensione della lingua, un complemento della parola, quando c’è un verbo è lui stesso il verbo, non nel senso religioso ma nel senso della letteratura. Questo fa Palazzolo, questo a noi interessa.

Le parole scelte, le frasi composte, si mettono a fare una corsa velocissima nelle pagine, le virgole si susseguono, le principali e le secondarie si nutrono l’una dell’altra, le subordinate comandano, le maiuscole quasi non esistono perché non servono, perché ogni parola è mangiata, sputata, se amore è con la minuscola perché non può esserlo palermo?erò ci ho messo dieci anni per leggerla e per capire che questa era una storia da raccontare.

Mia nonna era stile amandalìr, però più rotta, mezza corta, fatta di una specie che non si capiva se era femmina oppure no, per primo perché c’aveva la voce grossa, a uso canina, che pure mio nonno ci tremava, e poi perché si truccava tutta rossetto e occhi pitturati che io non ce li ho visti mai, gli occhi veri, a mia nonna, e difatti quando camminava per la strada, pure se tutti si abbassavano la testa per la paura, in fondo sghignazzavano sicuro, e lei manco una felicità, c’aveva nel senso di dimostrarla, e mai una parola bella per nessuno, e soprattutto per me, che ero quello venuto male nella famiglia, il fesso di testa, e infatti io, quando ero piccolo, mi pareva di essere il più sbagliato, l’errore costruito persona […]

La storia, per un attimo. Ernesto racconta la sua vita, la racconta da morto, un anno dopo, un anno preciso, sputato, come direbbe lui, da quando è morto. Ernesto è l’ammazzatore, l’uomo, e prima ancora il ragazzo, che viene scelto dalla mafia per andare a risolvere questioni fuori dalla Sicilia. Ernesto va, trova chi ha fatto lo sgarro, o chi è soltanto parente di chi commise il torto, magari venti, trent’anni prima, e gli spara, poi torna in Sicilia. Ma è morto davvero Ernesto? Non importa, è secondario, al lettore deve importare la prima persona, il narratore Ernesto che dice, con questa lingua viva e mischiata, quello che Palazzolo ha pensato per lui, e Ernesto racconta.

Dice di quando era piccolo, della sua famiglia, di sua madre, di suo padre morto, del nonno, del lavoro in campagna dallo zio, dalla faccia che cambia nel tempo a ogni carta d’identità che ha dovuto rifare. Per ogni cambiamento c’era un motivo, un motivo che poco dopo è fallito. Dice di quando lavorava la terra e gli piaceva, di quando lo vennero a prendere, dice della prima pistola. Fa avanti e indietro Ernesto, prima è morto e dopo è vivo, e dopo è di nuovo morto e parla e dice. Le fidanzate, i fumetti, il servizio militare, i treni, le ammazzate. È un assassino Ernesto, ma è pure un buono, uno che si è trovato dentro le cose e non ne ha mai scelta una.

Ernesto dice degli incubi, delle sue montagne piene di paure, dice dell’amore, di come ti venga a prendere e a portarti via, di come ti scelga, di come tu non possa farci niente. Di come non possa salvarti quando sei già perduto. Lo dice con un ritmo ossessivo e coinvolgente, lo dice che ti affezioni, lo dice che ti fa vedere un quadro esatto della vita, di come le cose siano spesso segnate, di come quasi sempre non siamo capaci, di come ritrovarsi con una pistola in mano sia questione di spazi di residenza, di quartieri da dove si viene, di famiglie dentro le quali si nasce. Da morto Ernesto è come una radio e da questa radio escono fuori i mafiosi e Ivano Fossati, la madre che gli dava dello scemo e Paolo Conte, Pupo e l’amore all’improvviso. La radio fa un ronzio di vita e di morte.

e io pure questo avevo provato, una gioia incapita e una paura così, come se tutta la smania che sentivo, tutto quel bisogno attaccato, quella gobba improvvisa, mi avrebbero potuto soltanto morire, come del resto è successo.

La vita schifa è un romanzo molto bello, uno dei più interessanti usciti in questa prima parte di anno; un libro destinato a restare sempre nuovo. È un libro sulla colpa e sull’impossibilità di redimersi. La vita, per lo scrittore palermitano, è un festival dell’ossimoro, solo che sono pochissimi i riusciti come quelli che venivano a Leopardi.

Se in Cattiverìa, Palazzolo, mischiava il dialetto all’italiano, inventando una lingua terza sospesa e vorticosa, con questo romanzo fa ancora un passo in avanti, il siciliano e l’italiano ormai sono fusi, sono un solo linguaggio, allora ci si può permettere di inventarsi parole nuove, cattive o buone, resistenti, durature, tutte battenti, tutte che ti lasciano la voglia di usarle. Succede questo con i libri o con gli spettacoli teatrali di Palazzolo, succede che mentre leggi o assisti (e anche dopo) ti viene voglia di parlare come parlano i tuoi personaggi, di possedere quella parola ritmata, quella frase precisamente suonata.

Gianni Montieri



Spericolato, entusiasmante, sconvolgente 

Apro questo libro scritto in uno stile originale, sontuoso e indescrivibile con quel misto di siciliano italianizzato e grammelot mentale e incappo subito, a pagina 10, in una frase vera e solida come il monumento a Garibaldi:
La precisione è un fatto complicato, un fatto che l’uomo lo fraintende, prendi la natura per esempio: ti pare precisa solo perché sei tu che c’hai bisogno della precisione, e così ti fissi che ogni cosa è messa come se fosse messa con un pensiero che l’ha messa proprio in quel modo lì, con fiori che viene la primavera e spuntano i fiori, gli alberi e il sole e la tempesta invernale, e invece sta tutta nell’imperfetto, la natura, è il contrario della precisione, ed è solo il tuo occhio che lo vede al contrario.
Ci avevate mai pensato? Io sì, ma vai a dirlo come Palazzolo. E chi è che ci parla in questa lingua arcaico-avveniristica? Un morto, naturalmente. Un killer. Un uomo buono e cattivissimo. Paura eh?
Nato con l’aiuto del forcipe che gli ha leso qualcosa nel cervello, Ernesto Scossa cresce in Sicilia essendo considerato il povero scemo di casa, ma ad un certo momento gli viene affidato il ruolo di killer sul Continente, perché in famiglia ognuno deve guadagnarsi la pagnotta e i primi risultati sono curiosamente positivi. Nessuno ci avrebbe scommesso un centesimo, neppure lui incapace com’è di fare previsioni  a breve o lungo termine. Poi commette un errore. In fondo è un romantico: si innamora, cominciano i guai e lui non sembra proprio in grado di schivarli. E’ una sorta di cucciolo d Rottweiler agitato, aggressivo, ma innocente e immemore. E con la fissa della precisione (ecco che ritorna).
Perché c’è qualcosa di impreciso, fuori posto come le bottigliette di shampoo nel bagno di casa che hanno le etichette girate, in questo amore impossibile. Impossibile perché? Ernesto non cerca una spiegazione, ma una soluzione concreta: deve nascondersi con Katia per salvare la pelle di entrambi; lo “zio” non permette che i suoi ordini vengano ignorati ed Ernesto si è allargato un po’ troppo.
Ma io vi sto raccontando una storia, mentre questo libro è altro e adesso tento di spiegarlo.
“La vita schifa” ci dice che non esiste redenzione, che la colpa – ogni colpa – ce la portiamo incisa sottopelle, che ogni buona intenzione viene annullata dagli atti crudeli, o semplicemente indifferenti, che compiamo. Siamo tutti morti nell’anima, fin da subito, da quando svillaneggiamo un compagno di scuola a quando ci facciamo crescere il pelo sullo stomaco. Non esistono santi e madonne, sono colpevoli anche loro, magari per eccesso di bontà.
No, non è un giallo questo libro. E non ci fa passare qualche ora immemori del mondo che ci circonda. E’ filosofia sgangherata e sogghignante, è tragedia greca rappresentata in una discarica, è qualcosa che ti lavora dentro.
Mi sento di ringraziare Rosario Palazzolo per questo lavoro di cesello. Anche se fa male, molto. Forse proprio per questo.

Barbara Monteverdi



“Racconto l’assurdo per apparecchiare la tavola alla realtà anzi, alla verità”

Gian Marco Griffi, direttore del golf club Margara ama scrivere e ha da poco pubblicato la gustosa raccolta di racconti “Inciampi”

Si presenta come «scrittore del lunedì» Gian Marco Griffi, perché è il giorno libero dal suo lavoro di direttore del golf club Margara. Dopo il romanzo «Più segreti degli angeli sono i suicidi» (Bookabook, 2017) ha pubblicato i racconti «Inciampi» (Arkadia). Recentemente ne ha parlato in un incontro con il giornalista Carlo Francesco Conti alla libreria Marchia Mondadori.

I mestieri della scrittura sono tra quelli che generano maggiormente nevrosi e conseguenti gastriti. Spesso con la letteratura non generano neppure profitto. Quindi, chi glielo l’ha fatto fare?

«Io scrivo e mi diverto. Per me la scrittura è una passione, un hobby, e per vivere ho un lavoro vero. Quindi niente nevrosi e niente gastriti (causate dalle scrittura – quelle me le procura il mio lavoro vero, come a tutti)».

Quando ha cominciato?

«Da piccolo, facendo dei fumetti. Però i disegni erano proprio brutti, così ho continuato a scrivere senza disegnare».

Proviamo un po’ a raccontare com’è l’officina letteraria Griffi. Come scrivi, come sceglie le sue storie?

«Ormai scrivo ovunque, in qualunque modo. Nello studio a casa, al bar, ma anche su telefono accostando mentre guido e in altri momenti stravaganti. Mentre sto scrivendo una storia le idee mi vengono in qualunque momento, e bisogna catturarle prima che si può (anche se, a dire il vero, quando un’idea è buona ti resta addosso anche senza bisogna di prenderne nota). Per quanto riguarda le mie storie, nascono osservando le persone che camminano per strada, che chiacchierano al bar, che fanno le loro cose da persone. Soffermandosi a osservare gli altri si scopre una quantità di storie possibili impressionante».

Jean Paulhan in “I fiori di Torbes” per parlare della letteratura utilizza la metafora dei giardini pubblici. Spiega che a Torbes, si legge: “Vietato entrare con mazzi di fiori in mano”, per indicare che uscire con fiori dai giardini può significare averli rubati. In letteratura, aver usato cliché. La parodia è il suo vaccino nei confronti dei cliché?

«I cliché in scrittura sono il male assoluto. Se vogliamo, la parodia è un modo alquanto elegante e furbo per aggirarli, ma in realtà non è questo lo scopo della parodia per me. Innanzitutto, per parodiare qualunque cosa, occorre essere in grado di reggere il confronto con l’originale, e questa è una delle cose più difficili. Per parodiare la Commedia di Dante bisognerebbe essere capaci di scrivere come Dante, e questa è una delle ragioni per cui qualunque forma di parodia di Dante è destinata all’insuccesso. Naturalmente questo vale anche con altri grandi autori; nel mio modo di intendere la scrittura, la parodia ha una doppia funzione: da una parte vuole essere una sorta di omaggio, dall’altra un modo per aggirare la tesi secondo la quale “tutto è già stato scritto”: naturalmente non è così, altrimenti potremmo fermarci ai poemi omerici, dove c’è già tutto. La scrittura, il modo nel quale si racconta una storia, fa sempre la differenza, e permette di raccontare la stessa storia in mille modi diversi. Per questo la letteratura non esaurirà mai il suo valore e la sua funzione di indagine sull’essere umano».

Sia in “Più segreti degli angeli sono i suicidi”, sia in “Inciampi” si nota una motivazione esistenzialista, evidenziata dalla sua prospettiva nell’evocare l’assurdo (che alcuni trovano bizzarro). Da cosa ha origine? Che cosa la spinge a cercare l’assurdo nella realtà o a costruirlo (come nella storiella delle lucciole in Monferrato)?

«L’assurdo è il mio modo di comunicare il disagio, il male, l’angoscia. Mi sembra che nell’ambito dell’assurdo si riesca a osservare la realtà, quasi mi verrebbe da dire la verità, di certi frangenti dell’esistenza che altrimenti sarebbero offuscati. Costruire l’assurdo è apparecchiare la tavola per questo genere di osservazione; si riesce a mantenere le distanze, a focalizzare meglio un concetto o un punto di vista e nello stesso tempo a distanziarsene, a trovare un approccio più oggettivo. Per me lo scrittore, ancor prima di essere un individuo che tenta di conoscere se stesso (cosa certamente vera), deve riuscire a raccontare una storia dal di fuori, senza contaminazioni personali che spesso fanno scadere il racconto».

Come è stato scelto il titolo “Inciampi”?

«A differenza del mio primo libro, che avrebbe potuto intitolarsi “Cadute rovinose senza possibilità di rialzarsi”, in questi racconti si intuisce una luce, una possibilità di redenzione, di una vita migliore, di qualcosa di buono. Da qui gli inciampi, brevi cadute da cui poi ci si può rialzare».

A proposito di “Più segreti degli angeli sono i suicidi” c’è chi ha evocato uno dei numi della letteratura postmoderna, Barthelme. Invece nella sua scrittura appare una volontà di superare il postmoderno, ammesso che se ne possa ancora parlare, sia nel romanzo che nei racconti. La sua idea?

«Sì, è così. Nel senso che i miei tentativi vanno in quella direzione. Il postmoderno è stato un momento divertente nella storia della letteratura, ma oggi non ha più senso, se considerato come unico scopo della scrittura. Ma la letteratura non distrugge ciò che è stato, lo ingloba, lo trasforma, lo arricchisce o lo diminuisce, trovando una nuova collocazione; in questo senso ho fatto tesoro del postmoderno e mi spupazzo a mio piacimento talune forme e taluni modi di scrivere postmoderni nel mio “stile”».  

Nella postilla a “Inciampi” lei ringrazia “Tutti i poeti del mondo, vivi e morti, avrei voluto essere uno di voi. Tutti”. Come influisce la poesia sulla sua scrittura? Come è giunto alla scelta del racconto, dimensione in cui si muove in modo ottimale? Quali sono i suoi poeti di riferimento?

«La poesia è una mia grande passione. C’è stato un periodo nel quale credevo che il mio mezzo di comunicazione fosse la poesia. Mi sono reso conto che non era così. Il racconto, viceversa, per me è ideale perché mi permette di inglobare elementi tipici della poesia e elementi della prosa; è perfetto per il mio tipo di scrittura, che è ramificato, non si fossilizza in un unico modo di narrare. Ogni storia pretende un suo tipo di scrittura, un suo linguaggio particolare, e il racconto permette di spostare l’attenzione su più fattori contemporaneamente, non nell’ambito dello stesso racconto, ma certamente nell’ambito di una raccolta di racconti, benché scritta per essere quanto più possibile omogenea (e infatti in Inciampi i personaggi sono ricorrenti, le storie si intrecciano). Un altro modo per dirla è: quando racconto una storia non sono un maratoneta, sono un centometrista, al massimo posso correre i quattrocento metri; in questo spazio e in questo tempo sento di dare il meglio della mia scrittura.  I miei poeti di riferimento sono tantissimi. Leggo e rileggo Eliot, per esempio, o Dylan Thomas. Ma il mio amore incondizionato va specialmente agli italiani, se non altro per una questione linguistica, per il mio grande amore per la lingua italiana, e quindi Zanzotto, Milo De Angelis, Raboni, Sanguineti e tanti altri».

Che effetto fa aver ispirato il conio del termine «virgola onnivalente»?

«Questa è un’espressione coniata dal (bravo) Mauro Maraschi nella recensione di “Inciampi” su L’Indice dei libri del mese, e riesco a comprenderne il significato, quello sì, ma più ci rifletto più mi rendo conto che è un’espressione che può voler dire tutto e niente. Comunque, basandomi sull’intuizione immediata dell’espressione “virgola onnivalente”, cioè una virgola utilizzata per mille scopi diversi nell’ambito della narrazione, ho utilizzato la virgola in questo modo perché sono convinto che le voci della narrazione ne emergano arricchite; naturalmente una delle questioni tecniche che più mi premeva approfondire nei racconti di Inciampi era il ritmo. Inciampi, almeno nella sua prima parte, “Notizie dalle colline”, è un’epica minima della narrazione orale. Per questo i racconti si intitolano tutti, o quasi tutti, “Storiella di”, è come se ci incontrassimo al bar, o per strada, e ti dicessi senti questa: e via con la storiella. Questo volevo fare con i racconti di Inciampi. E allora, i dialoghi, in questi racconti i dialoghi sono stati integrati nella narrazione, fusi insieme, in modo che quasi non si distingue la narrazione dal dialogo. Perché quando uno ti racconta una storiella mica si ferma per andare a capo, mica mette i due punti, mica mette i caporali. No, parla e parla e parla, racconta a ruota libera. Ogni tanto prende fiato, ci va una virgola, ogni tanto gesticola, ci va un’altra virgola, ogni tanto beve un sorso di amaro, ci va un punto e virgola, ogni tanto si scusa, va in bagno a pisciare e poi torna, ci va un punto, poi torna e attacca a raccontare un’altra cosa, o la stessa cosa ma da un’altra prospettiva, ci va un punto e a capo. Rendere questa oralità, in un racconto, è difficilissimo, mi pare, giacché il racconto orale è quello scritto, anche se lo scritto effettua una mimesi dell’orale sono due mondi completamente distinti. Lo scritto allora deve fingere di essere orale, e per farlo ha bisogno di un sacco di artifici, tantissimi davvero, per fare in modo che il lettore percepisca il racconto nel modo giusto. La virgola, onnivalente o non onnivalente, diventa un’arma fondamentale. È evidente che il risultato può essere ottimo oppure un vero schifo, dipende dalla padronanza che chi ha scritto il racconto ha delle armi a propria disposizione. E ancora, il risultato, per quanto ottimo, può risultare cacofonico al lettore, oppure può fare l’effetto appiattimento delle voci, e la tua domanda mi fa pensare che a te o a chissà chi possa aver fatto questo effetto qui. Pazienza. Sono ben cosciente che ci sono stili di scrittura che non vadano a genio ad alcuni, se volessi scrivere con lo stile piatto tipico di molte narrazioni, quello che piace a tutti e a nessuno, scriverei così, ma poi smetterei subito, perché per me la scrittura è prima di tutto approfondimento e ricerca sul linguaggio, e per linguaggio ovviamente intendo anche i segni di interpunzione, il parlato, il dialettale, e tutto questo mondo magnifico che è la lingua italiana».

Sul web (malgradolemoscherivista.wordpress.com) si può leggere la sua «Storiella degli impiccati». E’ un contraltare della «Storiella del sonno» e di «Insetti dalla Russia»? Come mai non compare in «Inciampi»?

«Purtroppo l’editoria ha regole che vanno oltre la volontà di chi scrive. “Storiella degli impiccati” è un racconto piuttosto lungo, e non c’era spazio. Però è giusto: nella “Storiella del sonno” un contadino di un piccolo paese del Monferrato (sono tutti piccoli paesi, quelli del Monferrato) viene gettato nel mezzo di una guerra della quale non conosce le ragioni, come quasi tutti i ‘soldati’ improvvisati della prima guerra mondiale, e reagisce a questa condizione estrema maturando una forma di letargia, di narcolessia, che non è una condizione patologica, non c’è medicina che possa guarirlo, è una condizione dell’anima, una reazione a quanto gli accade intorno. Nella “Storiella degli impiccati”, per contro, due soldati (questa volta siamo nella seconda guerra mondiale), decidono di disertare e iniziano un viaggio donchisciottesco che li condurrà a una fine già scritta, perché purtroppo la nostra società, da sempre, perdona tutto tranne l’ingenuità, la purezza, la voglia di cambiare le cose. Queste cose non sono ammissibili».

Marco Filoni fa notare: “Ci sono anche parole ambigue, disabitate, che possono diventare ostacoli, nei quali perfino i migliori narratori, prima o poi, finiscono per inciampare”. Quali sono queste parole per lei?

«Su questa domanda potrei scrivere sessanta racconti, e già sono ben oltre lo spazio concessomi».

Dopo gli “Inciampi”, cadute o balzi?

Balzi, sicuramente. Dedicati a Dante (mio figlio di un anno, non quell’altro).



Greta ha diciannove anni. A tredici conosce Elvis, tre anni più grande. Elvis guida il camion che trasporta le macchinine dell’autoscontro del lunapark che puntualmente, ogni mese di marzo, staziona per due settimane nel paese di Greta. Si vedono solo in quelle occasioni. Non parlano d’amore, niente baci, niente sesso, solo giri gratis sulla giostra, niente telefonate o messaggi quando lui parte. Un giorno, uno dei giorni delle due settimane di Elvis e Greta, lei non si presenta al consueto appuntamento. È ammalata, ha la febbre e una bronchite che le disturba i polmoni. Qualche giorno prima Elvis le aveva detto che si sarebbe sposato, la sua ragazza era incinta. Allora Greta “impose al suo corpo di stare male, di soffrire tutte le pene che la sua lingua non sapeva esprimere, i pugni e gli schiaffi da rivolgere contro il viso e le spalle abbronzate di Elvis, li rivolse ai suoi polmoni che assorbirono tutto come spugne gettate in una vasca”…Quei lampi di luce che aggrediscono gli occhi di Lucia, solo di notte, sono un problema irrisolvibile. L’unico rimedio temporaneo sono le lacrime artificiali. Diventa difficile guidare, soprattutto in autostrada, dove Lucia si ferma due, tre volte o anche più, a seconda della distanza che deve percorrere; erano viaggi che “diventavano infiniti percorsi di solitudine in notti di stelle fosforescenti o viaggi della speranza mentre le prime teste di papavero si muovevano al ritmo delle carrozzerie ricoperte di moscerini”. In fondo però queste soste forzate non la deprimono più di tanto; le piace entrare negli autogrill grandi e forniti di tutto, osservare le persone e immaginarle nella loro vita quotidiana, immaginare come potrebbero essere le loro case… Dino, i matrimoni e i funerali. Non ne perdeva uno, anche se ai funerali poteva assistere solo d’estate perché solo d’estate venivano officiati ad un orario giusto giusto per lui, che usciva dalla maglieria dove lavorava proprio a quell’ora. La sua presenza, sia nei momenti felici di un matrimonio sia nel giorno più triste di un funerale era sempre discreta. Ma durante il funerale di Rosanna, la moglie di Sergio, il suo amico più caro, gli esplode un terremoto dentro, di cui nessuno si accorge, ma devastante. Vorrebbe aprire la bara e sputare in faccia a Rosanna tutto il suo rancore per avergli rubato l’uomo, l’unico essere umano che avesse mai amato, dopo sua madre…

L’esordio letterario di Francesca Piovesan è questa raccolta di racconti non eclatanti, non disturbanti, che parlano, come lei stessa sottolinea nella dedica, delle “piccole cose”. Le piccole cose sono la vita quotidiana, in zone d’Italia quasi mai specificate. Evitiamo fraintendimenti: non eclatanti significa che non raccontano gesta eroiche, tragedie, vite disagiate o borderline ma storie che possono capitare a chiunque, che magari sono già capitate a qualcuno, storie della gente comune. Il fil rouge che attraversa tutto il libro e che lo rende omogeneo, pur nella eterogeneità dei racconti, è, come già il titolo suggerisce, l’esposizione. La metafora della pelle scoperta è lo scioglimento di tutte le coperture che il nostro cervello o il nostro cuore mettono in atto per non essere in alcun modo danneggiati. Tutti i protagonisti sono senza corazza, a volte non da subito, ma prima o poi si espongono al ludibrio della sofferenza, morale o fisica (e però momentanea, qualcosa che arriva, colpisce e poi si esaurisce, facendo tornare la vita sul sentiero solito), o della sorpresa, dello scoprirsi insospettatamente sensibili di fronte a qualcosa che si ignorava potesse coinvolgerci. La scrittura di Piovesan è estremamente scorrevole, con picchi improvvisi che prendono per il colletto la poesia. Se ne consiglia la lettura.

Antonella Lucchini



“La vita schifa”, un quasi monologo che riflette sulla colpa e sulla redenzione

“La vita schifa” del drammaturgo e scrittore Rosario Palazzolo appare come un lungo monologo drammatico dominato dal flusso ininterrotto delle riflessioni e dei ricordi. Il protagonista è un killer che racconta, da morto, il suo ultimo anno di vita, riflettendo sulla colpa e sull’impossibilità della redenzione…

 

“La vita schifa” del drammaturgo e scrittore Rosario Palazzolo appare come un lungo monologo drammatico dominato dal flusso ininterrotto delle riflessioni e dei ricordi. Il protagonista è un killer che racconta, da morto, il suo ultimo anno di vita, riflettendo sulla colpa e sull’impossibilità della redenzione…

La vita schifa, pubblicato da Arkadia, appare come un monologo drammatico dominato dal flusso ininterrotto delle riflessioni e dei ricordi. Scritto da Rosario Palazzolo – drammaturgo e scrittore oltre che che regista e attore – racconta l’ultimo anno di vita di Ernesto Scossa, un uomo buono e cattivo, freddo e altrettanto sensibile.

Il protagonista è un killer che ripensa ai suoi ultimi mesi, quando ormai è già morto, indagandone il perché e i per come. Ernesto riflette sulla colpa e sull’impossibilità della redenzione, perché la parola redenzione, a volerci ragionare, è la più distante dalla redenzione stessa; propone un antidoto alla colpa, la assoggetta a una miriade di attenuanti, la sotterra, la dimentica. E invece la colpa andrebbe annoverata, sempre, e esposta in bella mostra fra i fallimenti dell’esistenza, affinché non si abbiano sconti in qualsiasi futuro immaginiamo di dover ancora vivere.

Palazzolo (vincitore del premio per la Critica teatrale 2016, apparso di recente nel film Il traditore di Marco Bellocchio) racconta di un uomo che ha vissuto un’infanzia povera di prospettive, un’adolescenza infame, una giovinezza sonnolenta e poi d’improvviso gagliarda, fino al giorno della sua morte. La lingua, un pastiche linguistico che mette insieme l’italiano dialettale con le sue sgrammaticature e il siciliano, è una delle caratteristiche principali di questo libro, insieme alla forma che si ispira al mondo della drammaturgia.



Arkadia Editore

Arkadia Editore è una realtà nuova che si basa però su professionalità consolidate. Un modo come un altro di conservare attraverso il cambiamento i tratti distintivi di un amore e di una passione che ci contraddistingue da sempre.

P.iva: 03226920928




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