SideKar


Caprarica, bellomo e Anna Giurickovic Dato: tutte le stelle dell’“Etnabook”

Il Festival del libro e della cultura svela gli ospiti di un programma ricco di eventi, di scena dal 25 al 27 settembre a Catania

Etnabook, il Festival del libro e della cultura, co-organizzato con il Comune di Catania, è pronto a svelare al pubblico tutti gli ospiti che saranno protagonisti di questa edizione 2020. Per tale ragione, domani alle 10, nella Saletta Sant’Agata del Palazzo della Cultura di Catania, in via Vittorio Emanuele II, 121, sarà indetta una conferenza stampa di presentazione. Interverranno il vicesindaco di Catania, Roberto Bonaccorsi, l’assessore alla Cultura e alle Politiche scolastiche, Barbara Mirabella, e il presidente di Etnabook, Cirino Cristaldi. A moderare l’incontro sarà la giornalista Sara Adorno. Duranate la conferenza, dopo i dovuti saluti istituzionali, verrà esposto al pubblico il programma delle tre giornate del Festival con tutti i prestigiosi ospiti, gli eventi collaterali, le librerie aderenti, le case editrici che hanno sposato il progetto e i finalisti del prestigioso Premio Letterario “Cultura sotto il vulcano”. Tra le anticipazioni, va menzionata la presenza di Antonio Caprarica, Barbara Bellomo, Rosario Palazzolo, Claudio Pelizzeni, Sara Rattaro e Anna Giurickovic Dato. La partecipazione all’incontro è aperta a giornalisti e cittadini. Etnabook, anche quest’anno, pur con le incertezze dovute all’emergenza Covid-19, ha inteso fortemente essere presente tra gli eventi culturali della città, forte di un richiamo che risponde alla necessità e all’importanza del ruolo della cultura in tutte le sue forme e, in questo caso, alla Letteratura e alla scrittura in genere per il rilancio di una società che ha sete ed eventi di forte richiamo culturale.



Il luogo incerto. Spazio vero e corpo crudo in A pelle scoperta di Francesca Piovesan

C’è una immagine che riassume e rappresenta A pelle scoperta, la raccolta di racconti di Francesca Piovesan, all’esordio editoriale per Arkadia editore. Margherita, una tra i tanti personaggi protagonisti di queste storie semiurbane incistate nella pianura veneta tra bar, case di cura, capannoni, azienducole e caselli autostradali, sta cercando una maschera elegante, per donna elegante, per festa elegante; lo fa rovistando in un cestone di quelli in cui la roba costa pochi euro, ne vale meno, ne rende di più; quei grossi cestoni metallici che stanno come isole di convenienza in mezzo ai corridoi di un megastore come tanti ne esistono in questa parte d’Italia in cui il grande da anni addenta, mastica e ingoia il piccolo, con mai dissimulato piacere e nullo timore di sentirselo andare di traverso. La trova, lucente e delicata, e la prova affidandosi al corpo per deciderne la bontà:

Il naso aveva cercato di assomigliare allo spazio vero del naso finto.

Perfetto. Se ci fosse bisogno di una citazione per il nostro tempo, per come esso viene sogguardato, interpretato e descritto dalla misurata scrittura di Francesca Piovesan, suggerirei questa frase. Che si tratti di un diciottenne costretto, un giorno alla settimana, a sopportare e superare senza tradire il disgusto il troppo abbondante menù preparatogli dalla nonna, o della coppia in crisi che passa l’ultimo week-end assieme, nella seconda casa in montagna, luogo patogeno (a voler considerare l’amore una malattia), prima della separazione; che sia in questione la reiterata apprensione materna riguardo alle scelte figliali o i tradimenti pensati, realizzati, negati; che si guardi a una grande voliera e a come farla entrare in una stanza, o a un piccolo costume che lascia scoperto il sedere, sempre in gioco in queste storie è il corpo umano, la sua misura, la sua durezza, e i modi in cui occupa lo spazio. A interessare l’autrice non è il tema della maschera, il solito rimbrotto verso una società che ci spinge a mostrarci diversi da quello che in realtà siamo, saremmo. Questa, che pure viene accennata, rimane un’idea di superficie, appunto, di facciata. I racconti vogliono piuttosto accennare, procedendo come fanno per brevissime illuminazioni, ad altro, a un sentimento più profondo perché non ancora pacificatosi in alibi: la crudezza della carne, la sua assoluta realtà, soprattutto il suo non essere mai fuori posto. In un altro racconto, il protagonista Mauro arrotonda nelle serate di venerdì e sabato il magro stipendio giornaliero lavorando in un bar, dove il venerdì c’è il karaoke. Quella sera il gruppo di persone che gestiscono la serata canora è in ritardo a causa di un incidente lungo la strada; quando arrivano sono ancora scossi, agitati, fuori centro per quello che hanno visto. L’orrore accade quando ciò che vediamo non è nel suo luogo naturale, un autobus dentro al fosso, alcune auto accartocciate, sangue sull’asfalto. L’orrore è per il disordine, non per il dolore, per la sofferenza. La verità è che noi del nostro corpo non possiamo mai chiederci che cosa faccia qui, perché non sia altrove. Ma ancora non basta. A fare da cornice alla raccolta ci sono due racconti in cui compaiono il cinema, come luogo d’incanto e fascinazione, e gli animali, come esseri viventi che fungono da controcanto e da surrogato di ciò che piace considerare umanità. Non è un caso. Nel cinema vediamo persone come noi, impegnate in storie come noi, ma rinchiuse nel loro recinto di finzione, prive di corpo reale, dimensionato; negli animali vediamo corpi privi di destino. In mezzo, tra questi simboli del reale biologico e del simbolico, l’uomo si muove, sceglie, decide, vive e immagina, costruendosi altri mondi, altre vite, come temporanei outlet emotivi nei quali ricercare vestiti, cibi, dentifrici e creme. Per i protagonisti di queste storie dietro a tutto c’è una profonda antinomia tra il corpo che si ha e il corpo che si è. Trapassare dall’una all’altra percezione, conquistare la verità del corpo, nelle sue evoluzioni, attraverso le sue vie di fuga, le recalcitranti risposte che dà all’ambiente, le perdite e le cadute che soffre: questo è il senso dei racconti di Francesca Piovesan, quasi tessere di un mosaico di formazione in cui l’obiettivo non è l’apprendimento degli strumenti logici e morali con cui muoversi nel mondo, ma la riscoperta di qualcosa di ancor più fondamentale, perché primitivo, primigenio: nel mondo arriviamo innanzitutto per occupare uno spazio vero e l’etica, cioè il modo in cui ci muoviamo in questo spazio, dipende da quanto siamo disposti a concederci, a quanta crudezza impariamo a riconoscerci.

Alberto Trentin

 

Il link alla recensione su Epicentri: https://bit.ly/32amHsR



Il genere FK. In dialogo con Franz Krauspenhaar

D: Il titolo del tuo romanzo La presenza e l’assenza edito da Arkadia nella collana Sidekar, è un abbinamento dicotomico interessante. Presenza e assenza sono istanze interdipendenti che si rincorrono, si completano si compendiano. Entrambe hanno a che fare col desiderio: l’assenza è sempre legata all’eros, e non è un caso che il tuo romanzo parta da un indizio di tradimento e da una donna che scompare nel nulla, come presenza che si fa assenza. Lo stesso protagonista, l’investigatore Cravat lotta (al contrario – ma simmetricamente) con una assenza che si fa presenza nei ricordi, nei pentimenti, nella nostalgia di una storia sentimentale che è interrotta: Francesca, poi sostituita da Carla. Mi pare che questa presenza/assenza- tra eros e fantasmi- generi un ritmo che fa muovere le pagine della tua scrittura, un battere e levare che dà vita a situazioni, sentimenti, caratteri. Me ne vuoi parlare meglio?

 R: Direi che hai colpito nel segno. Il romanzo è proprio una specie di lungo giro di giostra tra la presenza e l’assenza, tra la vita e la morte. Dietro le avventure di Cravat c’è anche la metafora di una condizione umana fissa e angosciante. In fondo siamo tutti condannati all’assenza. Ma nel libro, ci tengo a dirlo, non c’è alcuna dichiarazione di ateismo. Anzi, nel finale appare, se così si può dire, una “presenza” che potrebbe anche essere qualcosa di soprannaturale.

 D: Credo che una delle caratteristiche del tuo stile sia quello di giocare con i generi e costruire dei romanzi che ibridano le caratteristiche standard per creare qualcosa di originale che sfugge alle etichette; come hai fatto per Brasilia, scrivendo un romanzo distopico che è poi una riflessione sul futuro e sul tema dell’immortalità – che mi ha ricordato molto L’isola come possibilità di Houellebecq – anche questo ultimo romanzo contiene un mix di elementi che sono tipici dell’hard boiled, noir o neo-noir, ma si apre anche a forme monologiche quasi teatrali, in cui i grumi psicologici dell’investigatore Cravat sembrano dominare la scena, dettare le regole. Cosa è allora la detection per te e quale tipo di umanità svela in questo romanzo?

 R: È un noir che si può leggere a strati, chiaramente. Come hai detto tu io lavoro sui generi per farli sparire. Molto immodestamente, cerco il mio genere, il genere FK. Ho scritto romanzi sull’Italia degli ultimi 70 anni, un romanzo epistolare ambientato in Germania ecc. Mi mimetizzo dentro me stesso. Purtroppo non avere un solo registro ti rende meno identificabile per lettori e critici. La forma monologica è una mia forma tipica. Scrivo quasi sempre in prima persona, in maniera diciamo così confessionale. Qui uso anche la seconda e la terza però, ma in maniera funzionale. Tutto deve essere funzionale per me, senno’ non funziona, non “gira”. La detection non è propriamente una mia vera passione. La passione, una delle passioni, è il noir, soprattutto cinematografico e francese. Nell’altro noir uscito 15 anni fa, Cattivo sangue, il protagonista è un killer con l’alibi dell’export manager. L’umanità che si svela è quasi tutta marcia, disperata, corrotta. Mi pare di raccontare cose piuttosto realistiche, seppure a modo mio.

 D: Guido Cravat è un investigatore con una personalità incredibilmente sfaccettata: a tratti è cinico, sordido, sentimentale, sarcastico. Ha una grande umanità, si percepisce, nonostante la vita lo abbia indurito e reso impermeabile alle concessioni metafisiche. La ricerca della verità non ha nulla di filosofico in lui, è un uomo di carne e sangue, un “improvvisatore mascherato da duro”, come si autodefinisce e la sua è una scommessa con l’esistenza e con quelle maledette 24 ore che compongono la giornata, finirle con dignità, cercando un senso al dolore che gli pesa dentro. Un dolore d’esistenza, puro che non si placa e che si ripresenta in queste fitte di ricordi del passato. Ti sei ispirato a qualche figura del giallo o del noir oppure Cravat è un personaggio che attinge dalla vita, da una tua visione personale?

 R: Mi sono ispirato a Jim Thompson e ad altri mille scrittori e registi. Per il cinema, Jean Pierre Melville, un vero genio del genere, morto nel 73. Cravat mi assomiglia, non lo nascondo, sono uno che ha sofferto e che soffre, anche di depressione. Non me ne frega niente del giudizio degli altri, se questi altri sono degli imbecilli o persone che disprezzo. Sto ad ascoltare solo chi stimo, che non necessariamente è un mio “fan”. Sono un solitario, proprio come Cravat. Certo, la pistola l’ho usata solo al servizio militare, mille anni fa. Diversamente, sono anche un animale estremamente sociale, quando la compagnia mi aggrada.

D: In questo romanzo ciascuno s’ abbevera alla fonte del male: chi più chi meno si è macchiato di una qualche forma di infamia, nessuno escluso. Non c’è un personaggio positivo in senso stretto, un deuteragonista che fa da alter ego e che conduce verso la luce. La gamma delle perversioni si allarga fino a comprendere il sadico che arriva a uccidere freddamente un uomo pur di estorcergli delle informazioni. Mi sembra che questo scardini la consueta gerarchia del noir o comunque del poliziesco in generale: l’assassino o presunto tale sembra essere una chimera e il vero sadico è uno dei tanti che si avvicendano nella trama: è anche un romanzo delle ossessioni e delle perversioni che albergano negli uomini di potere e negli ambienti del malaffare e dell’alta imprenditoria. Quale è lo sfondo etico (se ce n’è uno) e quale possibilità di redenzione (se ce n’è una)?

 R: Vedi, volevo semplicemente essere estremo. Le vie di mezzo, i conti preventivi, non mi interessano. La vita a mio avviso è un’esperienza estrema, nel bene e nel male. Lo sfondo etico è quello che ci propone l’informazione a tutte le ore. Un pantano. Credo di essere un moralista, ma non faccio sermoni. Ma non posso raccontare certi ambienti senza un po’ di coraggio. Altrimenti farei come molti miei colleghi politicamente corretti. Io sono scorretto, ma nel senso che cerco, invano naturalmente, la mia verità. È una questione di carattere e, appunto, di etica. La redenzione c’è già, è dentro Guido Cravat, che non rinuncia ad essere umano, anche ad amare, seppure con poca fortuna.

 D: Karacauer dice che “la legalità contrappone i principi della due parti della società così la polizia ad essa inerente può penetrare nel territorio dell’illegalità solo in qualità di istituzione legale, potendo agire esclusivamente sul terreno legale mentre il detective può procedere indifferentemente sia contro la legalità che contro l’illegalità”. Queste due posizioni vengono incarnate dai due detective del romanzo, Cravat e il suo discepolo Saluzzi, ex poliziotti entrambi ma con peculiarità molto diverse. Mi sembra tuttavia che il cinismo di Cravat non sia amorale e patologico come quello di Saluzzi un detective decisamente inquietante e senza scrupoli. Tuttavia, Cravat ha un atteggiamento paternalista nei suoi confronti. Quanto è illegale il maestro e quanto il discepolo? Saluzzi è un Cravat degenerato? Sono in fondo due parti di uno stesso personaggio?

 R: No, no, sono due personaggi ben diversi. Sul paternalismo si, c’è, ma il nucleo di questo paternalismo è un grumo molto duro di sarcasmo e di odio feroce. Rappresentano proprio due individui ben distinti. Cravat è già abbastanza pieno di contraddizioni, e Saluzzi è praticamente un serial killer. Lui è quello veramente illegale. Vive con la mamma, suona la tromba, e per vivere fa il detective dove può sfogare la sua vera passione: l’omicidio, la tortura, l’orrore.

 D: Questa domanda in un certo senso si lega a quella precedente. Cito Sciascia questa volta e precisamente quando dice: “I fatti non sono contraddittori, un fatto rimane tale, sulle intenzioni si può speculare.” Quello di Cravat non mi pare un caso di coscienza, sa essere amorale ma ha una sua etica interiore del tutto avulsa dal contesto sociale e professionale. Insomma il tuo detective è deontologicamente non catalogabile- É una scheggia che vaga, lo muovono l’assenza e il vuoto che cerca di colmare con una qualche azione riparatrice. Cerca quella donna, non sua, solo perché sta sublimando la sua assenza, che tuttavia lo tortura. Stando ai fatti, cosa fa Cravat per ottenere quella felicità che sembra un diritto? La scena finale è l’abbraccio a quella presenza tanto agognata o è l’ennesima fregatura della vita? Cosa dicono le intenzioni e i fatti?

 R: Sciascia era forse il più grande scrittore italiano di quella parte del nostro Novecento. Ma anche europeo. Dici bene, Cravat è una scheggia, ma come la maggior parte di noi, solo che in lui la velocità della scheggia è decuplicata. Ma non è affatto impazzita. Dalla presenza, di cui non sappiamo nulla, potrebbe essere un’allucinazione o addirittura un alieno, lui proprio alla fine fugge. Ma perché? Non posso dire altro, amo il mistero più di ogni altra cosa, illibro, come lo fu per Brasilia, rappresenta la vita, che si chiude e spedisce i personaggi dove “vuole”.E’ l’antigiallo per eccellenza. Non che non ami i gialli di qualità, ma da ragazzo fui folgorato da Dürenmatt: dal suo “requiem per un romanzo giallo”, La promessa, un romanzo colossale. E’ un giallo che si conclude con un’ossessione, non si chiude, in pratica. Vedi, non amo i generi. Voglio dire, molti libri di genere li ho amati e ammirati coi loro autori, ma per quanto mi riguarda, e il mio curriculum mi è testimone, io amo variare e contaminare. Lo trovo anche onesto. Certo, senza falsa modestia credo che meriterei molta più attenzione, sono parecchio sottovalutato. Si vive in un sistema drogato di quella pesante, ma insomma… ci siamo capiti. Io vado avanti, la peggior cosa per una persona che ha del talento è sprecarlo. Cravat in amore è una frana, o forse semplicemente si innamora delle donne sbagliate per lui. È un uomo molto serio, non va con le prostitute a pagamento e non, sa aspettare, ma la sua solitudine è una pozza di dolore. Potrebbe avere altre donne, ma lui vuole amare. Come hai detto bene, è un personaggio sfaccettato, capace di passare dall’odio, alla truffa, alla ricerca di un vero sentimento. La vita è una cosa complessa, e l’uomo, in fondo, è la vita che si muove.

 D:Il giallo senza soluzione, o antigiallo, come dici tu è probabilmente la formula più interessante di questo genere. Sciascia in Appunti sul giallo fa risalire a Gadda l’nvenzione del giallo aperto e il Contesto è un romanzo senza soluzione, aperto a molteplici interpretazioni, Il protagonista della promessa di Dürrenmatt da te citato dice che con la “logica ci si accosta solo parzialmente alla verità”. Mi sembra che i migliori risultati letterari optino per questa strada, quella del sottosuolo, della logica applicata alla dannazione, una formula impossibile ma che tutti gli investigatori più riusciti hanno sposato. Diventare in qualche modo vittima, carnefice e spogliarsi delle carte, degli appunti. Un viaggio dentro gli abissi della psiche di chi gravita attorno al delitto. Mi sembra anche che non ti piacciano le soluzioni facili e le logiche deduttive in generale come scrittore e in questo ultimo scritto ne ha dato ulteriore prova. Mi piacerebbe una tua ultima riflessione in merito.

R: Sono perfettamente d’accordo con quanto tu dici. È come in certo senso andare oltre lo spettacolo. Si, ci siamo più o meno divertiti; ora, nonostante i morti necessari alla narrazione, le paure, anche il terrore, il fantasma della morte che di continuo fa la sua prima e ultima apparizione, perché la morte è come l’attrice di un solo episodio, ecco intervenire qualcosa di imprevisto: la vita. È un po’ come nel vecchio film di Buñuel, Estasi di un delitto, nel quale il protagonista, causa un trauma infantile, è sempre sul punto di uccidere, e poi qualcosa, che forse non fa parte del mondo dei sensi, lo fa fallire, fino a un lieto fine assolutamente inaspettato. Qui non ci sono lieti fini, la morte è sempre sulla corda più grave di un violino che suona un pezzo mortifero, anche se ci sono delle battute di umorismo magari nero, ma alla fine il finale lo piazzo nella mia testa e soprattutto in quella del lettore. Cravat fugge, erra, forse dalla vita stessa, forse dal terrore di una vita extraterrestre, o dalla paura delle sue reazioni, e non ne sappiamo più niente. Tutto è andato a rotoli, cioè dove era per me giusto che andasse. Un lettore mi ha parlato di “senso di incompletezza”. Lo posso capire. Ma cosa è la vita se non una commedia che si interrompe nei momenti spesso più impensati? È il finale dei finali, quello. Io trovo senza falsa modestia questo mio un grande finale, che apre infinite possibilità, che crea interrogativi di una certa sostanza. Forse sarebbe stato più semplice chiudere in una maniera più tradizionale, ma la tradizione secondo me va pugnalata, a volte, perché non ci fa fare un passo in avanti, ed è quello che il lettore smaliziato in fondo desidera, andare oltre.

 

Il link all’intervista su Bibliovorax: https://bit.ly/3hKZhzu

 



Hard Boiled La via introspettiva di Franz Krauspenhaar per un genere americano

L’investigatore indaga e trova i suoi incubi

Franz Krauspenhaar, scrittore, poeta e musicista, torna in libreria con un romanzo, La presenza e l’assenza (Arkadia), che ruota intorno alla scrittura di genere, l’hard boiled americano, con alcune interessanti variazioni. Nel romanzo quindi troviamo ispettori privati, inquieti e insoddisfatti, informatori doppiogiochisti, ricchi uomini d’affari senza scrupoli, donne fatali e con loro l’intero armamentario di quel preciso campo letterario.

Il racconto prende le mosse dalla presunta sparizione di una donna, la giovane moglie di un ricco industriale. Quest’ultimo, invece di rivolgersi alla polizia, incarica Guido Cravat, ex poliziotto cinquantenne, che possiede tutte le stimmate del personaggio hard boiled (sensibilità, misantropia, inquietudine, solitudine, e una cocciuta ostinazione a fallire), di cercare la ragazza.  Con il passare dei giorni Guido si rende conto che il lavoro commissionato riguarda qualcosa di più grande e di più complesso, frutto di reticenze, di potere, di soldi e ricatti; così cercherà di scoprire la verità, rimanendo «puro» in un mondo di disonesti.

Ne La presenza e l’assenza è interessante il lavoro introspettivo sui personaggi, tutti dotati di una sorta di opacità: costantemente mentono gli uni agli altri, ingannando il lettore stesso, tanto che potremmo parlare di narratore inaffidabile per definire il punto di vista di Krauspenhaar. Proprio la struttura narrativa è il punto di forza del testo; se da un lato il protagonista è raccontato tramite una terza persona, non onnisciente, utile a far percepire la differenza dei piani del racconto. Questa scelta, lungi dall’essere applicata meccanicamente, dà il giusto movimento all’intreccio così che la componente gnomica del racconto, che certe volte si attarda con una certa sentenziosità aforistica, viene bilanciata dalla trama del giallo vero e proprio. Caratteristica principale dei personaggi è l’ambiguità, voluta e ricercata dal suo autore, anche nella lingua che nei momenti migliori alterna una certa tensione lirica, un lirismo costruito con una lingua volutamente bassa, che pesca dal quotidiano, alla crudezza dell’immagine disgustosa e disturbante; proprio quest’alternanza fa in modo che il romanzo esuli da rischiosi cliché dell’hard boiled, acquisendo uno statuto più interessante. Ne è indice il capitolo conclusivo, volutamente aperto, del romanzo, nel quale si comprende come la ricerca di Guido Cravat non abbia nulla di “reale”, bensì sia la scusa per un’indagine interiore, un viaggio alla scoperta dei propri fantasmi.

La presenza e l’assenza è quindi, pur con alcune incertezze, un romanzo riuscito e ci conferma la capacità di Krauspenhaar di indagare l’animo umano nelle sue bassezze e di restituircene la bellezza.

Demetrio Paolin



Come una barca sul cemento

 

Con Roberto Saporito parliamo del suo romanzo e della sua attività.

Lei osserva: “Il passato, complice la bugia della propria memoria, spesso è mitico, grandioso, al limite del mitologico, ma è anche solo consolatorio, specialmente nel caso che fosse veramente bugiardo: spesso ci si ricorda di quel che si vuole, scartando, magari, chirurgicamente tutte quelle parti, non piacevoli, non interessanti, magari perfino sgradevoli. In base a questi canoni il passato non è mai molesto, o amaro, o increscioso, ma al contrario è sempre gradevole, spesso incantevole.” È il potere contorto della mente e come lo usa il protagonista del suo romanzo?

Il protagonista del romanzo parte da qualcosa che dovrebbe per definizione essere finito, cioè il passato, qualcosa di remoto, lontano nel tempo, e con un’operazione, se vogliamo anche ambigua e nostalgica e inquieta della mente, tenta di attualizzarlo, tenta di trasformarlo in un malato tempo presente e attua tutto questo per poter sopravvivere in un oggi che lo opprime, che lo schiaccia in una vita che non sta andando da nessuna parte, cementata a terra, come la barca del titolo.

Lei pare voler indagare l’insieme d’inevitabili eventi che accadono secondo una linea temporale soggetta alla necessità e che portano ad una conseguenza finale prestabilita. Vuol definire il destino?

Il destino è il frutto contorto del fato, della sorte, della decisione di fare una certa cosa invece che un’altra, nel caso del mio libro di non aver avuto il coraggio, il protagonista, di chiedere ad alcune delle donne del suo passato di avere una storia con lui, e, in alcuni casi, di fare le scelte più facili, quelle che comportano meno complicazioni ma che magari danno meno soddisfazioni, meno piacere. Nell’economia del romanzo darsi l’opportunità di tentare di cambiarlo il proprio destino provando a fare quelle cose che non si è avuta la forza di fare quando se ne è avuta la possibilità.

Certo si può non seguire la sua indicazione, tuttavia lei designa una playlist in cui prevalgono gli Smiths da affiancare alla lettura. La colonna sonora d’una produzione letteraria evoca una sceneggiatura. È anche questa una possibilità che ha contemplato?

Spesso chi recensisce i miei romanzi sottolinea che sarebbero degli ottimi film, anzi che sembrano scritti e pensati quasi per questo scopo, e in effetti il mio modo di raccontare è, anche, uno scrivere per immagini, chi legge è portato a farsi il proprio “film”, aiutato in questo dal mio modo di descrivere i fatti, e in verità chi ha curato il mio romanzo ci sta ragionando sulla possibilità di trarne per davvero un film. E poi comunque al di là di questo mi piace abbinare dei brani musicali alla storia, l’ho sempre fatto, dal mio primo romanzo, mi piace quando un lettore mi dice “ho ascoltato la musica che suggerivi tu mentre leggevo il libro ed è stata una bella esperienza”.

Le barche non navigano sul cemento; il titolo del suo romanzo denuncia un disagio esistenziale specifico o esteso all’uomo contemporaneo?

Entrambe le cose, il personaggio principale del romanzo è come bloccato in una vita che non riconosce quasi più come propria, ha perso tutto, e in primis il suo lavoro di docente universitario, cosa che lo rendeva esistenzialmente stabile, che lo teneva in una bolla di realtà che lo faceva sentire adeguato nella sua nicchia di vita, mentre adesso si sente in un arco vitale di inadeguatezza, e allargando il campo visivo ci sta anche l’inadeguatezza esistenziale di una bella fetta di popolazione mondiale, dove la gente, molta gente, vive facendo quello che non vorrebbe fare come per esempio nel lavoro, svolgendo mansioni che odiano e che logorano la loro vita ma che per sussistenza si è costretti a fare, tutti i giorni per buona parte della vita come una sorta di condanna, ma anche negli affetti costruendosi famiglie che poi col tempo non si sopportano più ma che per opportunismo sociale si tengono comunque in piedi, o tenendosi amici solo perché convenienti per il tipo di lavoro che si fa, e così via in un devastante festival di disagi esistenziali, di vite sbagliate.

Il professore che tratteggia è un predatore sessuale, apre la caccia alle passioncelle giovanili adoperando i social. Il sesso compulsivo come balsamo ad una devastante solitudine?

Il sesso è un potentissimo motore esistenziale, in questo caso quando tutto il resto della vita sta andando a rotoli il sesso diventa davvero un lenitivo e salvifico rimedio, e non solo nei confronti della solitudine che il protagonista del romanzo sembra però maneggiare con sapienza, ma nei confronti di una struttura esistenziale che appare senza un vero futuro, dove sopravvivere è il leitmotiv delle giornate e in particolare delle notti da riempire, quasi uno sfuggire alla morte, un continuare a restare in vita nonostante tutto.

 

Il link dell’intervista a Roberto Saporito su Networknews24: https://bit.ly/2QLOYiO



Recensione: “La presenza e l’assenza”, un noir meneghino dalla forte introspezione psicologica

 

Non ci sono peccati privati.

Sono tutti pubblici, tutti condividiamo

quelli degli altri e tutti gli altri

condividono i nostri.

JIM THOMPSON

 

Questo è “LA PRESENZA E L’ASSENZA” di Franz Krauspenhaar (ARKADIA Editore), milanese, scrittore, poeta e musicista, nonché redattore di vari blog e riviste letterarie. Tutto il romanzo ruota attorno all’improvvisa scomparsa di Daniela, giovane e bella moglie dell’industriale milanese Tommei. Questi decide di non contattare la polizia ma di rivolgersi ad un investigatore privato, Guido Cravat, un investigatore di fresca nomina. Aveva cominciato da meno di un mese, dunque aveva bisogno di ingranare, dunque sarebbe stato abbastanza malleabile e avrebbe fatto poche domande. Sbagliando decisamente nel suo giudizio su Cravat, Tommei decide di estrometterlo quasi subito dall’indagine sostituendolo con Saluzzi, un tipo senza scrupoli. Di questo l’avvocato Gemmò era più che certo. Aveva fatto le sue sporche indagini con le sporche persone giuste. E aveva consegnato a Tommei lo sporco numero di telefono dello sporco individuo. Cravat, sentendo fin da subito odore di marcio in tutta la vicenda, decide di continuare da solo le ricerche e questo lo porterà ad incontrarsi/scontrarsi con colui che lo ha sostituito andando a scoprire torbide verità (La verità non sembra mai vera. GEORGES SIMENON). La narrazione si svolge attraverso i pensieri e le azioni di tre uomini diversi: l’industriale Tommei che vuole a tutti i costi ritrovare sua moglie, ne sentiva oramai la mancanza in maniera insopportabile, con una fitta al cuore che minacciava di paralizzarlo per il resto dei suoi giorni, ma dando ai due investigatori presso che nessuna informazione; l’investigatore Saluzzi, sadico e senza scrupoli che per il denaro era capace di uccidere due volte; Cravat, il nostro protagonista, ex poliziotto che ha deciso di lasciare l’ambiente corrotto della polizia per l’onestà e che vive una continua guerra interiore con se stesso, con il vizio del fumo, con la presenza. Il tutto è ambientato in una Milano tanto amata quanto odiata per cui se mettessimo a paragone una foto di allora con una di oggi, entrambe scattate nello stesso punto, proveremmo una voraginosa fitta di rimpianto e di sconcerto e addirittura, in alcuni casi, di orrore. Il traffico s’era sconvolto a rotta di collo e le auto erano diventate tutte diverse, e la gente ora si vestiva, si truccava e si pettinava in modo diverso. Attraverso Tommei, Saluzzi e soprattutto il racconto che Cravat gli fa in prima persona (o forse si sta inconsapevolmente rivolgendo a quella presenza che ogni tanto gli sembra di percepire?), il lettore viene catapultato in una voragine di delitti, debolezze umane, psicopatie, da cui non si evince un lieto fine. Il romanzo è di facile lettura, scorrevole, ricco di descrizioni fin troppo dettagliate, perfetto per un pubblico amante non solo del noir ma anche delle forti introspezioni psicologiche.

Marina Sembiante



QUELLA VITA DI ME**A DI CUI ANDARE ORGOGLIOSI. BECCATEVI QUESTO CAPOLAVORO: SI INTITOLA “LA VITA SCHIFA”, LO HA SCRITTO ROSARIO PALAZZOLO. PER FORTUNA, SI TIENE ALLA LARGA DAI ROMANZI ITALIANI DEGLI ULTIMI TRENT’ANNI

Questo è solo il parere di un autore, di uno scrittore che decide di occuparsi di un altro scrittore. E per quanto emendabile, questa puntualizzazione diventa necessaria quando uno come me (che ha fatto dell’integralismo estetico la propria religione) incontra un romanzo come La vita schifa (un’opera che diversi critici avranno chiuso a pagina tre, ma che proprio per questo merita un coraggioso approfondimento di cui spero di essere degno). Rosario Palazzolo non è uno scrittore puro. È un attore, tra le altre cose nel cast de Il Traditore di Marco Bellocchio. Ma ha sempre scritto monologhi e testi teatrali, racconti e romanzi. Ed ha sempre letto, essendo costretto a farlo per mestiere (gli scrittori possono bluffare sulla loro formazione, gli attori no perché i copioni non si possono improvvisare). E la prima sensazione che mi è venuta addosso, immergendomi ne La vita schifa, è che le letture di anni di palcoscenico si siano stratificate con una magnifica casualità, si siano sovrapposte come placche tettoniche in una specie di patchwork, raccogliendosi intorno a una trama di per sé non molto originale – sebbene frutto di una lodevole intuizione – fino a collocarsi in precise cavità coniche come la kriptonite di Superman. Ognuna al suo posto, con pochissime eccezioni. Questa perfezione involontaria, quasi inconsapevole, fa de La vita schifa (Arkadia Edizioni, collana SideKar diretta da Ivana e Mariela Peritore e Patrizio Zurru) uno dei libri più belli letti negli ultimi anni.

Che Dio ci liberi dalla trama

Liberiamoci subito della presenza/assenza di Ernesto Scossa, killer di mafia che – una volta morto, anzi proprio in qualità di morto ammazzato – guarda la sua vita dal di fuori e la radiografa con lo scanner delle parole. Ne scaturisce una confessione amarognola, un atto d’accusa verso il mondo che respinge le persone in un angolo e verso sé stesso in quanto angolo del mondo. Ma non è questo che m’interessa evidenziare del romanzo, quanto la sua estetica e la sua lingua. Elementi che combinati diventano musica, giri di frasi che finiscono sempre nel modo giusto, senza mai una sbavatura, grovigli di pensieri misurati persino nell’abbuffata di aggettivi, schiocco di note che nascondono l’invadenza del racconto e fanno sembrare tutto così adeguato, necessario, puntuale come la morte (appunto). Scritto nel siciliano vero – non la lingua di Camilleri, ma un siciliano così vero da azzannare mentre lo leggi e lo sbagli – di chi a Palermo deve tutto, La vita schifa attraversa le stagioni di questo Ernesto con la presunta anarchia e la rinnegata lucidità dei veri artisti. Di chi sa dove condurre il Lettore, perché padrone della storia e libero da ogni compromesso commerciale. «(…) mi ricordo di lei distesa, piccola come le cose minute, mi ricordo che allungo una mano per toccarla e nel mio pensiero, nel mentre che la tocco, di colpo spariscono tutte cose, come se il padreterno ha deciso di voltarci pagina, era l’ottantacinque e io avevo quasi nove anni, nove anni, e cosa potevo saperne a nove anni, delle cose che cambiano, come potevo figurarmi le rivoluzioni del tempo che fanno scoppia lo spazio, tipo certe telenovele che si guardava mia madre, dove a un certo punto sparivano tutti, pure le città: sabrina morì nell’ottantacinque, il vecchio coi baffi se ne andò in pensione e il bar cominciò a vendere pure patatine, mia nonna la portarono al ricovero e io cominciai a odiare il fuxia, e i capelli annodati». Sorvolando sull’interpunzione, nel senso che sono davvero poche le virgole non necessarie al testo, il romanzo è quasi tutto avvolto in queste nuvole narrative straordinariamente brevi, veloci ed eroiche. Ecosistemi che non hanno bisogno di nulla e che nulla chiedono al Lettore, se non di fidarsi della scelta che ha fatto. Ecco, Rosario Palazzolo ha il merito di onorare quel patto non scritto – invece andrebbe stipulato ogni santo giorno, ad ogni scontrino emesso da una libreria – tra Lettore e autore. Non promette nulla, libera subito dall’orgasmo della trama – pronti partenza svelata, morto che parla – eppure accompagna per mano lungo strade strette e incantevoli, ai cui lati non ci sono stese le calze degli operai ad asciugare ma passati prossimi, trapassati, indicativi strabici e futuri anteriori che disorientano senza smarrire, incalzano senza spaventare. La vita schifa quasi non ha trama, ed è un bene che Editore e Curatori abbiano favorito questa condizione senza imporre – come forse avrebbe fatto qualsiasi altra casa editrice di medio/grande entità – una soluzione storica e filologica, una continuità narrativa prossima al severo sviluppo degli eventi. Palazzolo si fa dirigere dal testosterone, peculiarità che impone anche al suo personaggio, e utilizza la virilità come indicatore di una bussola: punta là dove c’è da fottere, oltre che da uccidere, e in questa rincorsa semiseria e drammatica allo sticchio si snoda una personalità rara, un personaggio senza carne, quasi spirituale, un uomo del quale – grazie al cielo – nessuno si ferma a dire com’è fatto e cos’ha detto, perché al Lettore interessa solo farsi attraversare da Scossa.

Nemmeno letto al premio Strega

La vita schifa è stato segnalato, più che opportunamente da una brava filologa come Giulia Ciarapica, all’ultimo premio Strega. Nemmeno preso in considerazione, anzi conoscendo i meccanismi forse nemmeno sfogliato dai giurati, il romanzo non è entrato in dozzina. Non lo faccio notare per stupore, ma perché i limiti di questi meccanismi sono così evidenti che, se avessero letto La vita schifa, i componenti del comitato direttivo si sarebbero accorti che questo libro si tiene alla larga da tutti i romanzi italiani degli ultimi trent’anni. Non è un romanzo banale, non è un romanzo borghese né noioso, non è romanzo sulla storia del Paese – che qualcuno ci liberi da queste sofferenze – e non è nemmeno il romanzo di un autore mandato dal Picone di turno: PD, Forza Italia o Sinistra radical chic che cita Hegel con disprezzo e legge Fabio Volo. Se lo avessero letto, quelli dello Strega avrebbero notato che La vita schifa è un capolavoro perché non ambisce a sopprimere nessuno dei difetti su cui si lavora per mesi nelle scuole di scrittura, non asseconda le pulsioni degli editor di far chiarezza dentro pagine in cui non ci sarebbe nulla da chiarire, non strizza l’occhio alle versioni più becere dei gialli verso cui da una dozzina d’anni proviamo una pulsione erotica tanto potente quanto ingiustificata, non apparecchia frasi memorabili con l’ambizione che finiscano in Smemoranda o nelle fascette editoriali che dicono cose tutte uguali e inutili allo stesso modo. La vita schifa è un capolavoro perché non ha alcuna ambizione di esserlo, perché non soffre della febbre sottocutanea dell’eternità. «Grazie molte, e sono io che ti devo ringraziare, gli avrei detto, a questo, perché soldi ce n’erano rimasti pochi visto che avevo chiesto a katia di non prenderne alla banca ché se uno deva andare a morire mica gli servono, e poi erano soldi dell’altra vita, c’avevo detto, e l’altra vita era finita, e per primo dovevamo crederci noi alla nostra morte o qualcosa del genere, mi pare, e così, il giorno dell’epifania, dopo l’applauso, tutto il paese è venuto a presentarsi con noi, tutti in fila con io sono tizio e io sono caio, e porco il precipizio erano dieci giorni che la gente sapeva che eravamo a apecchio e manco un saluto e adesso eccoli tutti apparati come se eravamo apparsi dal nulla in quel momento là». La vita schifa è straordinario per tante ragioni: soprattutto perché ignora la bigotta scuola italiana, quel retrogusto cattocomunista che ne immobilizza ogni (vera) evoluzione dai tempi di Ennio Flaiano. Senza storia, senza protagonisti, senza artefici, senza vincitori e vinti, ma con la forza della vita (sebbene schifa) che da sola basta a spingere un romanzo che avrebbe meritato molto di più quello che finora ha avuto.

Davide Grittani



La presenza e l’assenza – Franz Krauspenhaar

Guido Cravat è un personaggio davvero  insolito. Un investigatore privato baciato dalla sfiga, un ex poliziotto con profonde turbe esistenziali.
È lui il personaggio principale de La presenza e l’assenza, il noir firmato da Franz Krauspenhaar.
Quando ho iniziato a leggerlo mi sono sentito subito in un romanzo duro di Georges Simenon.
Il noir coinvolgente di Franz è un autentico romanzo duro stile Simenon, ambientato nella sua odiata e amata Milano.
In ogni pagina c’è sempre il bisogno dell’autore di raccontare la sua città e attraverso questa narrazione trovare gli elementi, come faceva il grande Georges, per scavare e indagare nella complessità dell’animo umano.
Guido che si perde in un labirinto esistenziale sempre sospeso tra presenza e assenza si trova al centro di un intrigo misterioso: la sparizione della moglie di un ricco industriale.
Viene assunto  e subito licenziato dal marito. Ma lui non ci sta. Subito si accorge che c’è puzza di marcio. Prende il suo posto Saluti, un sadico detective che lui conosce molto bene.
Ma il mistero si fa più fitto e Guido decide di condurre le indagini per conto proprio.
Cosa si nasconde dietro la scomparsa della donna?
Franz Krauspenhaar è davvero abile nel costruire un intreccio avvincente con una scrittura tagliente che dà vita a uno straordinario personaggio disincantato che ha una grande qualità: un umorismo irriverente che conquista subito il lettore.
Non mancano i colpi di scena ma soprattutto il libro si fa leggere fino alla fine perché il suo autore è davvero geniale nel combinare la trama con la caratterizzazione dei personaggi.
Guido dà il peggio di sé in un monologo esistenziale in cui dialoga con i propri demoni, affronta i suoi fantasmi, si lascia coinvolgere nel mistero della scomparsa della donna, vive sulla sua pelle il disagio di disadattato perché il vero noir è la sua stessa esistenza.
«L’ ideale sarebbe non pensare più, non sentirsi più d’impaccio nel mondo tra un amore impossibile e una presenza assenza che mi fa sentire nel buio totale che mi fa sentire il suo alieno dolore. Forse certi ingranaggi della mia storia mi rendono impunito, come in fondo, sono sempre stato».
La presenza e l’assenza è un romanzo duro che contempla tutte le sfumature del nero.
Uno di quei libri che continuano a turbarci anche dopo averli chiusi per sempre.

Nicola Vacca



Franz Krauspenhaar – La presenza e l’assenza

Un po’ Nick Balane e un po’ Philip Marlowe. Questo l’identikit di Guido Cravat, l’investigatore privato creato da Krauspenhaar e protagonista di questo noir esistenzialista, in cui non mancano quei passaggi ironici che rendono più digeribile la cruda realtà.
E ci vuole un po’ di sano humor, soprattutto in un genere che rischia di ripetersi. È importante far vedere quanto possa essere inconcludente la logica investigativa. Siamo stufi dei soliti poliziotti o dei meravigliosi eroi dall’intelligenza superiore o che vengono sempre aiutati dal destino. Abbiamo bisogno di investigatori privati che non ne azzeccano una, che seguono la logica dei propri tormenti, che sono disillusi. Non a caso, ho iniziato questa recensione tirando in ballo Balane, protagonista dell’insuperabile Pulp di Charles Bukowski, e Marlowe, l’indimenticabile “sfigato” generato dalla penna di Raymond Chandler.
Cravat custodisce in sé molte caratteristiche di questi personaggi e ciò aiuterà anche il lettore a badare di più al “tema” del romanzo che non alla “trama”. In poche parole, sarà come leggere un Dürrenmatt in chiave moderna in cui la tipica struttura del giallo-poliziesco, con tutte le sue perfette concatenazioni, va a farsi benedire (La Promessa ha fatto scuola).
La presenza e l’assenza è ambientato nella “gioiosa” Milano. La moglie di un ricco industriale scompare nel nulla, ma l’uomo non vuole che le forze dell’ordine indaghino sul caso. Di qui, la decisione di ingaggiare due investigatori privati, il tormentato e un po’ sfigato Cravat e il sadico Saluzzi. Il resto lo lasciamo scoprire ai lettori. Ma, come detto, non ci troviamo di fronte al solito noir-poliziesco, questo è un romanzo che necessita di una lettura approfondita. Nonostante sia scorrevole, ogni pagina incuriosisce perché gioca tra “detto-non detto-intuibile”, e bisognerà arrivare alla fine per trovare tutte le risposte, anche se, in alcuni punti non basterà una sola lettura.
Per quanto ironico e sfortunato, Cravat è un borderline che non nasconde la sua difficoltà ad adattarsi alla realtà e alle sue regole. Ma in tutto questo, con poche parole, con pochissimi “giri di giostra”, si arriva alla conclusione che “assenza” e “presenza” sono facce della stessa medaglia.
Infatti, tutto potrebbe essere solo un’invenzione.

Martino Ciano



ROBERTO SAPORITO, SCRITTORE POST -POSTMODERNO

La cosa che amo di più dei personaggi dei romanzi di Roberto Saporito è la completa disarmonia con la loro epoca, il loro malessere per il presente che sono costretti a vivere quasi come una condanna. Lo scrittore di Alba anche in Come una barca sul cemento (Arkadia, pagine 119, € 13,00) il suo nuovo romanzo uscito alla fine dello scorso anno, ci regala un altro disadattato che si muove a fatica nel disagio della propria esistenza. È un professore di letteratura americana del Novecento che insegna a Roma. Viene allontanato dal suo prestigioso incarico ed è costretto a dimettersi per uno scandalo sessuale. Lui ha il vizio di essere un predatore sessuale e non può fare a meno di portarsi a letto le sue studentesse. Lascia Roma e l’insegnamento e si ritrova a fare il guardiano di barche in una località marina della Toscana.

Da dove vengono le tue storie e come nascono?

In verità non lo so da dove vengono le mie storie, nel senso che non è una cosa che nasce da un percorso lineare, tipo adesso scrivo un libro su questo argomento, e quindi in base a questo mi organizzo una scaletta, un progetto di romanzo, un’organizzazione gerarchica dei personaggi, un inizio, un centro e una fine, cioè in pratica quello che ti insegnano in un corso di scrittura creativa, ecco, per me, non c’è quasi premeditazione, tipo il mio ultimo romanzo “Come una barca sul cemento” che è nato dall’aver visto, passeggiando in campagna in Toscana una barca, un cabinato, abbandonata sotto un albero, una visione assolutamente fuori contesto, quasi un’apparizione fantastica, e partendo da lì, con calma si è poi dipanata l’intera storia, che è cresciuta di giorno in giorno, di pagina in pagina, senza che sapessi esattamente cosa sarebbe successo il giorno dopo quando ricominciavo a scrivere. In pratica non ho quasi idea di dove andrà a parare la storia da un capitolo all’altro, e tutto questo crea una sorta di vertigine che dura per tutta la durata della stesura del romanzo, quasi un’esaltazione, che trasforma, almeno per me, la scrittura in una di quelle cose che mi tengono in vita, qualcosa di esistenziale, una necessità fisiologica, fisica, essenziale, della quale non posso fare a meno.

Tu sei uno scrittore che si cimenta sempre con il romanzo breve e devo dire che riesci sempre con la tua scrittura essenziale e incalzante a tenere il lettore incollato alla storia. Anche in Come una barca sul cemento ci sono tutti gli ingredienti di un certo minimalismo che convince. Che cosa pretendi dalla scrittura quando ti trovi davanti alla pagina bianca?

Dalla scrittura pretendo che sia la cosa migliore che io possa scrivere, e per questa ragione scrivo, e riscrivo, e poi rileggo centinaia di volte quello che ho scritto e poi riscrivo ancora, e taglio, e aggiungo, e piallo, e levigo, e livello, e scortico, e vado al midollo delle parole, la parte più delicata, sensibile, cerco una sorta di intimità con le parole, voglio che siano mie e soltanto mie, voglio che emozionino per prima cosa me, come spero poi di emozionare chi leggerà il libro. E il mio non è neanche più minimalismo ma qualcosa che potrebbe essere una sorta di post-postmodernismo, comunque qualcosa che prima non c’era. In ultima analisi quello che vorrei essere è essere “saporitiano”, un aggettivo, nuovo, sorprendente, sconcertante, inaspettato.

Che rapporto esiste tra la finzione e la realtà nei tuoi libri?

Per me la definizione esatta di romanzo è “finzione” anche se poi la mia finzione nasce, spesso, dalla realtà, ma appunto funzione della narrativa, comunque quella che interessa a me, è inventare delle storie, delle storie che prima non c’erano, la creatività dello scrittore deve essere al servizio di questo, e in questo è importante anche il linguaggio che si usa, la “lingua” è di per se parte determinante della storia, “come” si racconta una certa cosa è il vero talento di uno scrittore, per assurdo, ma tanto per capirci, il “come” si racconta una determinata situazione è quasi più importante della storia stessa. Lo “stile”, parola che mi piace poco ma che rende bene il senso, per uno scrittore è fondamentale, è la vera cifra che lo differenzia da tutti gli altri, la “riconoscibilità” è quello al quale ogni scrittore degno di questo titolo dovrebbe ambire, quasi agognare. Nei miei libri è tutto vero, nei miei libri è tutto falso, è questo il senso ultimo del romanzo, la confusione tra i due piani, la non riconoscibilità. Lo scrittore mente sapendo di mentire, anzi, mente facendosene un vanto.

Ti senti uno scrittore del presente?

Assolutamente sì, quello che mi interessa come scrittore, ma anche come lettore, dato che ogni scrittore che si rispetti è prima di tutto un lettore accanito, è il mio tempo, è quello che sta accadendo oppure è appena accaduto, e il passato che mi interessa e quello a breve, brevissimo termine, non remoto, e per questo spesso non del tutto passato, un passato mal digerito, che ritorna perché non è veramente del tutto trascorso ma è rimasto lì incastrato in una sorta di limbo temporale che trasforma quel passato stesso in un eterno presente, o comunque un passato da risolvere perché occupa ancora troppo spazio nel presente, una sorta di passato-presente, ancora da ricercare.

A cosa stai lavorando?

Ho appena terminato di scrivere il libro che non avrei mai voluto scrivere, si intitola In nessun luogo ed è un romanzo che nasce dalla realtà (la malattia e la morte di mia moglie) e che mischia, unisce e confonde insieme questa realtà triste e tragica con la finzione tipica delle mie storie, dove i due piani si intersecano e dove non si capisce cosa sia vero e cosa sia inventato, e dove, però, in definitiva, non è importante capirlo, non è importante saperlo. È  la storia di un sopravvissuto, indeciso se continuare a vivere o anche solo sopravvivere oppure di smettere di vivere o di sopravvivere, se continuare a soffrire o farsene una ragione e fare un passo in avanti verso un possibile futuro o anche solo un esile presente fatto di piccoli passi perfino se verso una direzione ignota, assolutamente incerta, oscura e un po’ paurosa. Forse un romanzo di formazione minima, di crescita di pochi mesi e una bizzarra educazione sentimentale che nasce dalla perdita e da un dolore troppo grosso per essere veramente sopportato, tollerato. Un viaggio, fatto di false partenze e ripensamenti e dubbi, anche fisico, in giro per l’Europa, in quei luoghi ricchi di un passato (e ricordi) purtroppo ormai finito. I non-luoghi come gli aeroporti e gli alberghi come terre di mezzo che danno una sorta di consolazione, che non obbligano il protagonista a delle vere scelte, a procrastinare qualunque decisione, a cercare risposte dove però ci sono solo domande. Un libro importante e una sorta di svolta nella mia scrittura che affronta questa mia parte della vita di petto come non avrei mai pensato di fare.

Nicola Vacca



Arkadia Editore

Arkadia Editore è una realtà nuova che si basa però su professionalità consolidate. Un modo come un altro di conservare attraverso il cambiamento i tratti distintivi di un amore e di una passione che ci contraddistingue da sempre.

P.iva: 03226920928




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