Roberto Saporito. Intervista su Zona di disagio

ROBERTO SAPORITO, SCRITTORE POST -POSTMODERNO

La cosa che amo di più dei personaggi dei romanzi di Roberto Saporito è la completa disarmonia con la loro epoca, il loro malessere per il presente che sono costretti a vivere quasi come una condanna. Lo scrittore di Alba anche in Come una barca sul cemento (Arkadia, pagine 119, € 13,00) il suo nuovo romanzo uscito alla fine dello scorso anno, ci regala un altro disadattato che si muove a fatica nel disagio della propria esistenza. È un professore di letteratura americana del Novecento che insegna a Roma. Viene allontanato dal suo prestigioso incarico ed è costretto a dimettersi per uno scandalo sessuale. Lui ha il vizio di essere un predatore sessuale e non può fare a meno di portarsi a letto le sue studentesse. Lascia Roma e l’insegnamento e si ritrova a fare il guardiano di barche in una località marina della Toscana.

Da dove vengono le tue storie e come nascono?

In verità non lo so da dove vengono le mie storie, nel senso che non è una cosa che nasce da un percorso lineare, tipo adesso scrivo un libro su questo argomento, e quindi in base a questo mi organizzo una scaletta, un progetto di romanzo, un’organizzazione gerarchica dei personaggi, un inizio, un centro e una fine, cioè in pratica quello che ti insegnano in un corso di scrittura creativa, ecco, per me, non c’è quasi premeditazione, tipo il mio ultimo romanzo “Come una barca sul cemento” che è nato dall’aver visto, passeggiando in campagna in Toscana una barca, un cabinato, abbandonata sotto un albero, una visione assolutamente fuori contesto, quasi un’apparizione fantastica, e partendo da lì, con calma si è poi dipanata l’intera storia, che è cresciuta di giorno in giorno, di pagina in pagina, senza che sapessi esattamente cosa sarebbe successo il giorno dopo quando ricominciavo a scrivere. In pratica non ho quasi idea di dove andrà a parare la storia da un capitolo all’altro, e tutto questo crea una sorta di vertigine che dura per tutta la durata della stesura del romanzo, quasi un’esaltazione, che trasforma, almeno per me, la scrittura in una di quelle cose che mi tengono in vita, qualcosa di esistenziale, una necessità fisiologica, fisica, essenziale, della quale non posso fare a meno.

Tu sei uno scrittore che si cimenta sempre con il romanzo breve e devo dire che riesci sempre con la tua scrittura essenziale e incalzante a tenere il lettore incollato alla storia. Anche in Come una barca sul cemento ci sono tutti gli ingredienti di un certo minimalismo che convince. Che cosa pretendi dalla scrittura quando ti trovi davanti alla pagina bianca?

Dalla scrittura pretendo che sia la cosa migliore che io possa scrivere, e per questa ragione scrivo, e riscrivo, e poi rileggo centinaia di volte quello che ho scritto e poi riscrivo ancora, e taglio, e aggiungo, e piallo, e levigo, e livello, e scortico, e vado al midollo delle parole, la parte più delicata, sensibile, cerco una sorta di intimità con le parole, voglio che siano mie e soltanto mie, voglio che emozionino per prima cosa me, come spero poi di emozionare chi leggerà il libro. E il mio non è neanche più minimalismo ma qualcosa che potrebbe essere una sorta di post-postmodernismo, comunque qualcosa che prima non c’era. In ultima analisi quello che vorrei essere è essere “saporitiano”, un aggettivo, nuovo, sorprendente, sconcertante, inaspettato.

Che rapporto esiste tra la finzione e la realtà nei tuoi libri?

Per me la definizione esatta di romanzo è “finzione” anche se poi la mia finzione nasce, spesso, dalla realtà, ma appunto funzione della narrativa, comunque quella che interessa a me, è inventare delle storie, delle storie che prima non c’erano, la creatività dello scrittore deve essere al servizio di questo, e in questo è importante anche il linguaggio che si usa, la “lingua” è di per se parte determinante della storia, “come” si racconta una certa cosa è il vero talento di uno scrittore, per assurdo, ma tanto per capirci, il “come” si racconta una determinata situazione è quasi più importante della storia stessa. Lo “stile”, parola che mi piace poco ma che rende bene il senso, per uno scrittore è fondamentale, è la vera cifra che lo differenzia da tutti gli altri, la “riconoscibilità” è quello al quale ogni scrittore degno di questo titolo dovrebbe ambire, quasi agognare. Nei miei libri è tutto vero, nei miei libri è tutto falso, è questo il senso ultimo del romanzo, la confusione tra i due piani, la non riconoscibilità. Lo scrittore mente sapendo di mentire, anzi, mente facendosene un vanto.

Ti senti uno scrittore del presente?

Assolutamente sì, quello che mi interessa come scrittore, ma anche come lettore, dato che ogni scrittore che si rispetti è prima di tutto un lettore accanito, è il mio tempo, è quello che sta accadendo oppure è appena accaduto, e il passato che mi interessa e quello a breve, brevissimo termine, non remoto, e per questo spesso non del tutto passato, un passato mal digerito, che ritorna perché non è veramente del tutto trascorso ma è rimasto lì incastrato in una sorta di limbo temporale che trasforma quel passato stesso in un eterno presente, o comunque un passato da risolvere perché occupa ancora troppo spazio nel presente, una sorta di passato-presente, ancora da ricercare.

A cosa stai lavorando?

Ho appena terminato di scrivere il libro che non avrei mai voluto scrivere, si intitola In nessun luogo ed è un romanzo che nasce dalla realtà (la malattia e la morte di mia moglie) e che mischia, unisce e confonde insieme questa realtà triste e tragica con la finzione tipica delle mie storie, dove i due piani si intersecano e dove non si capisce cosa sia vero e cosa sia inventato, e dove, però, in definitiva, non è importante capirlo, non è importante saperlo. È  la storia di un sopravvissuto, indeciso se continuare a vivere o anche solo sopravvivere oppure di smettere di vivere o di sopravvivere, se continuare a soffrire o farsene una ragione e fare un passo in avanti verso un possibile futuro o anche solo un esile presente fatto di piccoli passi perfino se verso una direzione ignota, assolutamente incerta, oscura e un po’ paurosa. Forse un romanzo di formazione minima, di crescita di pochi mesi e una bizzarra educazione sentimentale che nasce dalla perdita e da un dolore troppo grosso per essere veramente sopportato, tollerato. Un viaggio, fatto di false partenze e ripensamenti e dubbi, anche fisico, in giro per l’Europa, in quei luoghi ricchi di un passato (e ricordi) purtroppo ormai finito. I non-luoghi come gli aeroporti e gli alberghi come terre di mezzo che danno una sorta di consolazione, che non obbligano il protagonista a delle vere scelte, a procrastinare qualunque decisione, a cercare risposte dove però ci sono solo domande. Un libro importante e una sorta di svolta nella mia scrittura che affronta questa mia parte della vita di petto come non avrei mai pensato di fare.

Nicola Vacca


Arkadia Editore

Arkadia Editore è una realtà nuova che si basa però su professionalità consolidate. Un modo come un altro di conservare attraverso il cambiamento i tratti distintivi di un amore e di una passione che ci contraddistingue da sempre.

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