Antonella Presutti, La nebbia sale dalla terra, Arkadia Editore 2026, pag.120
“Nelle tempeste questo cipresso, detto proprio il gigante maggiore, si cingeva di fulmini come un dio, i rami irti battevano sul terreno come nocche di dannati e le radici scuotevano le mura come fuscelli. Un fragore di trombe marine aveva il suo fiato poderoso nel vento dei temporali e mugghiava come una mandria di bufali travolti dalla paura.” Questo scriveva Lina Pietravalle (1887-1956) nel romanzo Le catene, (Milano 1930) e il cipresso ha dato il nome, la Cipressina, al casino di campagna affacciato sulla valle del Trigno in Molise, tra i borghi di Salcito e Bagnoli, dove lei ha vissuto.
Antonella Presutti, che ha scoperto la scrittura della Pietravalle, ha cercato tracce di lei nei luoghi della sua vita, convinta comunque che la Cipressina fosse una creazione letteraria di Lina, per arrivare invece a scoprire che è un luogo reale, una casa di campagna di una nobiltà terriera scomparsa. Ormai disabitata e invasa dai rovi, i muri pericolanti, i mobili coperti di polvere e corrosi dal tempo, il giardino diventato un intreccio selvaggio di piante e di erbacce, la casa è testimone di vita che è stata, percorsa da sussurri di ombre. Li fa incontrare tutti lì, come a un appuntamento post mortem, così si ripercorre la vita di ognuno, di don Ferdinando e donna Rosa, di Lina, di Isabella, di Michele, di tutti coloro che vi sono stati, sono passati o ritornati. Ognuno prende la parola dove si è interrotto chi ha parlato prima: aggiunge, smentisce, chiarisce, in un dialogo aperto a più voci, in una visione multilaterale, in un climax ascendente di attesa e di drammaticità.
Parla anche la casa, umanizzata, lei che tutto ha osservato e ascoltato, che conosce ogni segreto, che ha visto più morti che nascite, che ha assistito al lento declino dopo la morte di don Ferdinando: “La morte di don Ferdinando cambiò tutto. Ogni membro della famiglia fu costretto a crescere o a fingere di farlo. Perlopiù arrivavano d’estate, ma c’era sempre qualche problema che li faceva ripartire prima del previsto. Donna Rosa non volle più dormire qui. La gioia svanì.” Sulla porta d’ingresso, con data 1923, “hic ante mortem vixit, hic post mortem vivit”, è scritto.
Appartenente a una famiglia di nobiltà terriera, lontano a lungo dalla Cipressina per incarichi politici, don Ferdinando è l’adultero per tradizione familiare e cultura maschile, che semina figli fuori del matrimonio, senza rimorsi, tranne un senso di vergogna provato troppo tardi: “educato al blasone della famiglia, viveva nella convinzione che certi comportamenti fossero regole non anomalie.”
Donna Rosa, tedesca discendente da nobiltà russa, dalle parole e dai gesti controllati, da lei si attende invano un cedimento all’affetto. Non avrebbe mai scelto di vivere in quella campagna, ma sa adattarsi al ruolo che ricopre, sa organizzare la famiglia e la servitù con fermezza e gestire i tradimenti con intelligenza. Impara ad amare quella casa di luci e di ombre, ad abituarsi alla felicità dell’assenza di lui: “mio marito considerava il matrimonio un luogo di passaggio”.
I figli raccontano il loro percorso, tra legami che nascono e amori che finiscono, divisi tra le regole imposte del loro status e il bisogno di emanciparsene, in una ricerca di libertà che comunque finiscono per pagare di persona.
Sono “voci, storie che si rincorrono”, quelle che si susseguono in queste pagine, come in una urgenza di confessione, perché “non riuscirono a dirsi da vivi quello che ora si raccontano da morti”, dice la casa. Che è l’unica che soffre, in quello che di lei è rimasto in piedi, ora che “i rovi mi coronano in croce”, sempre nella illusione che arrivi un liberatore e la distruzione si allontani dalle sue mura.
La casa ha atteso, perché “l’attesa è la nostra vita più intensa”, sforzandosi di ricordare nelle sue pietre i volti, le voci, i gesti, gli odori del camino e del fieno, perché “tutto conserva l’essenza del passato e se avessimo la forza di tirarla fuori, come si fa con il succo da un frutto, sentiremmo in gola il suo sapore.”
Quella casa ha conosciuto le partenze e i ritorni, i giochi dei bambini, la bellezza del cielo e la voce del vento, insieme a tanto dolore, a silenzi e menzogne: “Chiedere scusa. Semplicemente chiedere scusa per quello che si è fatto, per quello che non si è fatto,” dice Annetta, la anziana domestica. “E invece mai nessuno in questa famiglia si è scusato.”
Nessuno ha mai saputo trovare la giusta misura né le parole dell’amore, questo si è capito tardi. Eppure è in quella casa, con l’ombra dell’enorme cipresso che taglia in due la facciata, è lì che ha trovato rifugio chi è sopravvissuto a errori e dolori.
“A questa casa, che ha accolto tante morti, dobbiamo le ragioni della nostra vita”, ammette Lina. “Torneremo un giorno qui, insieme, come ora…In vita non abbiamo trovato parole per i nostri sentimenti. Allora, forse, uniti in questo luogo, le incontreremo.”
Marisa Cecchetti
La recensione su Il pensiero mediterraneo





