I rifugi della memoria


La storia di José Luis Cancho quasi morto e resuscitato

SCAFFALE. Per Arkadia «I rifugi della memoria», l’autoritratto dello scrittore spagnolo. Militante del Partido del Trabajo, fu defenestrato dal terzo piano del commissariato di Valladolid. Era il 18 gennaio del 1974 e aveva 22 anni quando, dopo aver pubblicato quattro romanzi, ha deciso di scrivere di sé e della sua vita, José Luis Cancho avrebbe potuto imboccare strade consuete: la classica autobiografia, la diaristica, il memoir o la sin troppo praticata autofiction, della quale il prolisso narcisismo alla Knausgård rappresenta la versione più estrema. Con I rifugi della memoria (Arkadia, pp. 76, euro 13, ben tradotto da Marino Magliani) lo scrittore spagnolo ha scelto tuttavia un altro percorso, nota Andrés Barba nella prefazione, accostando il libro all’Autoportrait di Edouard Levé e al Mi ricordo di Joe Brainard (Lindau, 2014).

COME LORO, infatti, anche Cancho azzarda un modo eterodosso di raccontarsi e, anche se a differenza di Levé e Brainard (fotografo il primo e pittore il secondo) non si è mai dedicato alle arti visive, la sua scrittura è così evocativa e ricca di immagini da far assomigliare I rifugi della memoria a un album di schizzi o di istantanee. La prima in cui ci imbattiamo è quella di un corpo che, il 18 gennaio del 1974, precipita dal terzo piano del commissariato di Valladolid: il corpo di José Luis Cancho, studente di ventidue anni, arrestato per l’ennesima volta in quanto militante del Partido del Trabajo de España e membro della Joven Guardia Roja. Torturato per un giorno e una notte da quattro membri della Brigada Político-Social, la polizia segreta franchista, Cancho venne creduto morto e gettato dalla finestra per simulare un suicidio, com’era accaduto nel gennaio del 1969 a un altro studente, Enrique Ruano, giusto un mese dopo la defenestrazione di Giuseppe Pinelli (una terribile coincidenza che esprime il clima di un’epoca, un sinistro trait d’union tra una dittatura morente e una democrazia in preda alle convulsioni).

A DIFFERENZA di Ruano e Pinelli, però, Cancho sopravvisse, e, dopo una settimana di coma, sei mesi di immobilità e due anni di galera durante i quali imparò di nuovo a camminare, tornò libero grazie all’amnistia elargita dalla Transizione. Tratteggiato con frasi prodigiosamente concise che, secondo Barba, ricordano uno di quei misteriosi personaggi di Bernhard capaci di «comprimere in tre parole le osservazioni di tre anni senza spettinarsi», il frammentato autoritratto di Cancho non può cominciare che da qui, dalla scena capitale della sua quasi-morte, descritta con spassionata oggettività e inevitabilmente legata al carcere e alla militanza, che nel corso della narrazione diventano una sorta di leitmotiv quasi inavvertibile: la quiete necessaria alla stesura di un romanzo ricorda quella dei mesi trascorsi in isolamento, le trame da mettere sulla carta hanno un precedente nelle storie inventate per rispondere agli interrogatori, le identità assunte da clandestino fanno pensare al bisogno di crearsi ciclicamente vite nuove che segnerà il futuro dell’autore. Esausto, l’ex prigioniero finirà per abbandonare una militanza così totalizzante (ma senza rinnegarla o ridicolizzarla come farà il suo ex compagno Andrés Trapiello, oggi famoso scrittore vagamente revisionista), diventando un maestro di scuola senza vocazione e poi un nomade perso nelle città e nei deserti dell’America latina, per tornare infine a casa e approdare alla letteratura.

E SOLO DA SCRITTORE ormai consacrato avrà voglia di ripercorrere le orme confuse che si è lasciato alle spalle, prima che gli scivolino via dalla memoria. Così, scrivendo «senza filtri, senza artifici, senza travestimenti, senza retorica», in una prosa talmente essenziale da avvicinarsi alla poesia, José Luis Cancho ha condensato il racconto di una vita straordinariamente intensa in meno di ottanta pagine, concludendo ogni capitolo con una costellazione di fulminei episodi e incontri, gusti personali, stati danimo, tratti del carattere, rapidissime confessioni, quasi delle note a più di pagina sostanzialmente slegate dal testo, secondo una scelta formale spiazzante e suggestiva.

NELL’EPILOGO, lo scrittore esprime il dubbio di non essersi davvero ricongiunto, nonostante tutto, con il proprio «io reale», ombra che cerca ostinatamente di trasformarsi in personaggio da romanzo, interrogandoci una volta di più sul rapporto tra finzione e realtà. Quale che sia la risposta, accade raramente di imbattersi in un testo capace di ritrarre con altrettanta acutezza e originalità non solo chi lo ha scritto, ma una generazione di militanti e, insieme, un momento storico (gli ultimi colpi di coda del franchismo, una transizione densa di compromessi, le speranze, le delusioni) narrato attraverso la «morte», le rinascite, la lunga ricerca e la solitudine di qualcuno che, come dice Tomas Tranströmer nell’epigrafe scelta da Cancho, si porta dentro i suoi volti precedenti «come un albero/contiene i suoi anelli».

© 2020 IL NUOVO MANIFESTO SOCIETÀ COOP. EDITRICE

Francesca Lazzarat



Un ribelle che lotta contro se stesso

I rifugi della memoria – José Luis Cancho – Arkadia editore

 

Un ribelle che lotta contro se stesso.

José Luis Cancho ha vissuto gli anni della dittatura franchista; un periodo feroce, di inclusione coatta e di asfissia intellettuale. Tutto ha inizio da lì, da quando poco più che ventenne ha dovuto scegliere tra la sottomissione e la galera. José ha optato per la seconda strada, quella più tortuosa, ma non per diventare eroe, ma solo per spirito di contraddizione.
La contraddizione è la somma delle esperienze della nostra vita. Rimane con noi, ci perseguita, è il motore dell’esistenza. Risolvere le contraddizioni è come risolvere problemi, ma alla fine, non ne veniamo mai a capo, perché a una ne segue un’altra. In questo libro, José parla della sua vita, senza osannarsi, senza lasciarsi trascinare dall’euforia. Cesella una prosa scarna, un libro di ricordi, di emozioni sparse che si raggrumano intorno a un tema atavico: la ricerca del senso delle cose che ha sempre il sapore di una battaglia persa.
È stato un ribelle, poi un insegnante, poi un vagabondo, infine, uno scrittore. Si è fatto uomo stando in mezzo agli uomini, come un’anima dannata e senza pace ha girato l’America Latina. E nonostante abbia trovato tanti sensi e controsensi, nessuno di questi è stato rappresentativo, esplicativo, significativo; tutti infatti sono stati importanti.
La molteplicità spaventa gli uomini, anche quelli più caparbi. Troppi significati con cui fare i conti, troppe storture con cui fare a cazzotti, mai una volta che si riesca a raddrizzare ciò che è nato curvo. Allora, come amava ricordare Wittgenstein, il mondo è tutto ciò che accade, e anche gli esseri umani sono un “accidente” nel bel mezzo di un ordine. E poiché la vita di José è qualcosa che sta tra la gioia e il dolore della quotidianità, a lui non rimane che un pugno di ricordi da cui ripartire. La prossima tappa? Ignota. Come detto, il libro di Cancho non è un’autobiografia nel senso stretto del termine, ma è un’opera che sinteticamente si annuncia come una pacifica resa dei conti. Sono pagine che scaturiscono da quella saggia inquietudine partorita dalla pace dei sensi. Infatti, sullo sfondo, resta sempre quella sensazione di nostalgia, che sa diventare cinica, come Céline ha saputo insegnare a pletore di scrittori e di attenti lettori.

Buona lettura.

Martino Ciano

Il link alla recensione su L’Ottavo: https://bit.ly/3bcAVMp

 



Il nostro rifugio prima della pausa: la sincerità di José Luis Cancho

Anche Ork fa i conti con l’approssimarsi delle ferie, un periodo di sospensione durante il quale porteremo con noi libri e storie che sapranno dirci, raccontarci, nominare tutto ciò che ancora non sappiamo o che è rimasto nelle retrovie in attesa della voce di uno Scrittore. In giro non ne circolano tantissimi, di questa specie in via di estinzione, nonostante l’area editoriale si mantenga su livelli di una sovrapproduzione di cui faremmo volentieri a meno. Nell’arco di pochi giorni, ci siamo ritrovati a scartare tre testi di un colosso editoriale, per ragioni diverse, per l’inesistenza di un’identità chiara (scegliere di fare esordire una neutralità è un investimento dubbio, salvo avervi rintracciato potenzialità future e, in tal caso, ci si chiede perché si sia scelto di pubblicarla anticipatamente), per la banalità nella scelta autoriale della modalità con cui affrontare il tema centrale, già inflazionata e senza un’anima, osiamo dire noi in un’apparente semplificazione, in mancanza, cioè, di un’angolazione anomala, di una luce propria, insomma, e meritevole nello sguardo tale da giustificarne la ripetitività schematica. Ancora per assenza di sincerità. E su questo punto mi tocca spendere qualche parola in più perché l’ospite di oggi, se una lezione ci consegna, lo fa proprio lungo il filo sottile, ma non per questo cedevole alle sollecitazioni esterne, che siano critiche o ruvidezze del mondo, del rapporto con se stessi e con il lettore. Si sottovaluta spesso quest’ultimo a tal punto da credere che gli si possa somministrare di tutto: non solo l’inesistenza di una dimensione stimolante, ma persino qualcosa dentro cui chi scrive non è o non è ancora. Se è vero che la narrazione si nutre di una necessaria percentuale di invenzione, è altrettanto vero che non si può scegliere di raccontare qualcosa che non abbiamo vissuto da qualche parte o in qualche forma, così come non si può elevare a pagina scritta qualcosa che abbiamo deciso, più o meno inconsciamente, di scansare. Non possiamo improvvisarci maestri di vita e del dolore, se scrivendo non troviamo il modo, nostro, di farceli entrare, la vita e il dolore, coerentemente a un’esperienza, intensa o anche distante, che comunque abbiamo fatto. È la fedeltà a quella coerenza il nevralgico punto di snodo di un’arteria che congiunge chi scrive a chi legge: la sintesi del patto con il lettore che lo Scrittore è in grado di creare, l’inizio di un’insospettabile collaborazione e di una crescita reciproca o il principio di un tradimento. Al lettore attento, attenzione non al critico, non sfugge e l’ammutinamento è molto di più di un’evenienza possibile del viaggio. Di là dalla fuga, l’isola felice: “I rifugi della memoria”, di José Luis Cancho (traduzione Marino Magliani), edito da Arkadia nella collana “xaimaca jarama”, è stato in qualche modo l’approdo sicuro e inaspettato di un viaggio intrapreso contro il volere propizio degli dei, ammesso di potere concepire come disaccordo divino la nostra incapacità di farci condizionare dai venti che spingono, nella triste ordinarietà di questi tempi, molte delle esperienze di viaggio sparse potenzialmente nei libri in circolazione. Il romanzo di Cancho è un atto estremo di fiducia nel lettore che sente di avere a che fare con un’identità che, raccontando della sua fragilità e dell’ambiguità che la natura umana tradisce e implica, si rivela in tutta la sua forte schiettezza. Quella coerenza, insomma, che è base di un innamoramento che, pur nel gioco proiettivo, si radica su un mantello di realtà, quell’elastico sostare in attesa della partenza verso l’alto, senza cui la lettura non svilupperebbe i suoi potenziali benefici. L’autore racconta di sé e della sua prigionia, dell’opposizione al regime di Franco e, nonostante questo sia già un disvelamento della propria esperienza di vita tale da giustificare l’urgenza dello scrivere, concede al lettore un pezzo in più, una moltitudine di tracciati che, convergendo nella complessità della ricerca di sé, traggono linfa e sostanza dal linguaggio. Questo accade non solo perché le parole finiranno per configurarsi come l’approdo, tardo ma inevitabile, delle innumerevoli tappe del suo percorso esistenziale, ma perché il verbo si fa latore di inganni e verità, scavalca la storia e il suo carico ideologico e accede a un piano di realtà ambiguo almeno tanto quanto tutto ciò che si cela oltre la necessità di definizione e di incasellamento nel falso e necessario gioco sociale che la vita in qualche modo impone ai fini della stabile sopravvivenza. Ma non è quest’ultima la dimensione congeniale a José Luis Cancho che le forme sceglie di sovvertirle, di scardinarle, provando a fare i conti con ciò che c’è sotto, sotto la realtà, sotto le parole con cui la medesima si costruisce e si pone sotto lo sguardo disattento di tutti, di molti. Non dei lettori. «Mi hanno buttato giù perché credevano di avermi ammazzato. Il fatto strano è che non solo non mi avevano ammazzato, ma non mi hanno ammazzato nemmeno buttandomi giù»: recita così un passaggio quasi iniziale dei suoi “Rifugi”, rivelando non solo le sevizie subite per ribellione al regime, ma anche l’interpretazione dell’accadimento che passa dal verbo, l’idea che l’altro si costruisce su di noi in merito al significato che attribuisce a ciò che si svolge sotto gli occhi e che dovrebbe essere univoco e non lo è, se lo Scrittore narra l’accaduto da un’ipotetica postazione oltre la vita (“Scrivere come se fossi morto, questo è il mio progetto.”). Dunque, la fallacità della parola che non riesce a farsi carico di una verità che non sia la scarnificazione della vita stessa e la sua riproposizione essenziale, ciò che Cancho decide sostanzialmente di compiere attraverso il diario nella cui forma chiaramente volge lo scritto ospitato da Ork. Lo Scrittore, facendo esperienza della prigione, finisce per porsi rispetto alla vita in un’ottica di matura distanza e, parallelamente, di ingresso ufficiale nella medesima, come se riuscisse, pur nell’attraversamento di una tragedia personale e politica, a trovarsi nel giusto punto di equilibrio per stare nelle cose quel tanto che basta per non farsi travolgere dalle medesime a ridosso del superamento del confine che ci piace definire “di non ritorno”, in cui smettere di fare i conti con la precarietà dell’umano e con le urgenze del Sé non è più possibile. Qui l’ideale è svestito della sua carica giovanilistica, non perde senso, ma disperde l’afflato del passato nella ricomposizione della vicenda storica dell’opposizione al regime in termini realistici, talvolta piegati alla convenienza e alla cooptazione. Qui il carcere è sperimentazione di una ritrovata libertà, il diritto di incarnare gli ideali senza menzogna (“E la cosa più importante era che in quel mondo recluso ci si poteva esprimere liberamente: oramai non c’era più niente da nascondere. Eravamo quel che eravamo, militanti antifranchisti, giovani comunisti delle più diverse tendenze: trtotzkisti, leninisti, maoisti, luxemburghisti.”), lo spazio in cui rinviare al rientro in società la finzione di essere ciò che non si è, il capovolgimento dell’ordinario, la dimensione che, sovvertendo i piani della verità e della menzogna, introduce lo scrittore all’ambiguità del vivere, lo spinge, una volta uscito, un po’ più in là dove possiamo essere tutto e il contrario di tutto (“Ero un io che creava altri io per scoprire se stesso.”), seppure entro un solco identitario, gli conferisce l’autorizzazione ad essere tutte le vite incarnabili dai limiti sanciti dal suo corpo, compatibili con i suoi tempi, con quella porzione di contraddizioni in cui sa e fa esperienza di essere. “Dietro gli occhi, in viaggio”, pastello secco su carta Pastelmat, Mork. Ciò rende questo spaccato di memorie non solo carico della schiettezza verso cui abbiamo provvidenzialmente virato prima delle ferie, ma anche necessariamente sviluppato verbalmente in un’estrema semplicità che è quasi un tornare a nascere, la frattura della crisi, il tempo prezioso dell’attesa, il buio, il cimitero che, insieme al quartiere e alla prigione, racconta di chiusure cicliche e di necessari abbandoni, la difficoltà di trovarsi fuori dall’assenza di verità, dalle mistificazioni e dai segreti, la fatica di darsi un linguaggio proprio che riesca a riesumarlo dalle spoglie di una vita passata. Miglior viaggio per noi creature aliene, eternamente indefinite, viaggiatori viaggianti di un tempo nostro in cui la vita entra a singhiozzi, senza per questo rinunciare alla sua forza, non poteva esserci. A noi pare il perfetto preludio ai prossimi spostamenti, alle paure da incontrare, alle maschere da lasciare, alle fragilità da portare tra le mani, un po’ sbilenchi, ma fedeli a una linea immaginaria. Non un partito o un’idea, ma quel desiderio che congiunge la realtà alla luna di Astolfo.

Mindy

 



I rifugi della memoria – José Luis Cancho

José Luis Cancho è uno scrittore spagnolo che alle sue spalle ha un vissuto intenso. Aveva solo 22 anni quando quattro poliziotti al servizio del regime di Franco lo buttarono giù dalla finestra del commissariato di Valladolid.
Oppositore del franchismo, ha conosciuto la tortura e la galera. Membro di un partito di estrema sinistra con la militanza politica nel cuore negli anni è diventato scrittore. È alla letteratura ha affidato la sua testimonianza di uomo che fa i conti con la sua esperienza. Ha pubblicato quattro libri. Adesso I rifugi della memoria, uscito in Spagna nel 2017, viene pubblicato in Italia da Arkadia. In appena settantacinque pagine siamo davanti a un piccolo gioiello, oserei dire un grande capolavoro. Come Stig Dagerman, Cancho cerca, o almeno ci prova, nella scrittura il suo personale bisogno di consolazione. Affida alla memoria per scrivere il suo autoritratto frammentario: «Il mio proposito è andare in fondo quell’io segreto nel quale neppure a me stesso risulta facile penetrare. In parte perché, alla mia età, credo di averlo perduto». Una passeggiata nella memoria e nei ricordi con l’intento di svelare ciò che nella sua vita è occulto, con il cuore sempre nella realtà. Così José Luis Cancho si è fatto scrittore e attraverso la scrittura è riuscito a riconciliarsi con tutti i mondi che si era lasciato alle spalle, come se la scrittura fosse il punto d’incontro fra tutto ciò che è stato e quello che è oggi. I rifugi della memoria è un libro di poche e sorprendenti pagine in cui il suo autore si attraversa (ricorrendo anche alle parole della poesia), si affida ai ricordi per aprire i cassetti della memoria e mettere nero su bianco con una prosa senza filtri, senza artifici, senza travestimenti, senza retorica per cercare la traccia perduta della sua esistenza, l’orma che si era lasciato alle spalle, il luogo delle origini, la terra primigenia. La scrittura non come vocazione ma come la decisione consapevole di imparare a vivere dentro la finzione della letteratura e soprattutto scavare senza fare sconti nel proprio io che attende sempre di essere rivelato. La memoria è il motivo dei quattro romanzi che Cancho ha pubblicato. «La maggior parte dei miei ricordi li affido alla memoria. Ogni volta che ho cambiato casa mi sono disfatto di ciò che avevo accumulato: lettere, libri, vestiti, mobili…
La povertà è in intimo rapporto con l’oblio.  Non esistono oggetti che aiutino a contrastarlo. Mi piace essere inafferrabile. Mi piacerebbe sparire in un paese dove nessuno mi conosce. Di tanto in tanto divento cupo».
Nella brevità di queste poche pagine intense troviamo le intuizioni di uno scrittore autentico che giustamente non sopporta le persone incapaci di esprimersi in modo sintetico e quando parlano non distinguono ciò che è importante da ciò che è secondario.
I rifugi della memoria è un piccolo libro che contiene tutta la grande letteratura. Ci auguriamo anche noi che questo piccolo gioiello riceva l’accoglienza che merita.

Nicola Vacca



I rifugi della memoria. José Luis Cancho e la scrittura come sottrazione

Può sembrare insolito che Arkadia Editore abbia deciso di pubblicare, per la prima volta in Italia, I rifugi della memoria, cioè l’ultimo libro di José Luis Cancho, scrittore spagnolo, nato a Valladolid nel 1952. Perché non pubblicare prima i suoi precedenti romanzi, dando così modo, ai lettori italiani, di avvicinarsi e scoprire questo scrittore da noi sconosciuto? A questa domanda risponde, come è giusto che sia, la lettura stessa delle pagine de I rifugi della memoria.
Opera autobiografica che, diciamolo subito, va ben al di là di un “semplice” diario o di una “semplice” autobiografia a posteriori, con gli inevitabili inciampi o bugie della memoria. Qui, storia personale e letteratura si mescolano in modo tanto inestricabile da trasformare le memorie in un romanzo. Da trasformare Cancho nel personaggio di un romanzo. Ma andiamo con ordine.
Cosa leggiamo in questo I rifugi della memoria? La storia di un giovane che, a soli 22 anni, viene arrestato e torturato dalla polizia politica spagnola e buttato fuori dalla finestra del commissariato di Valladolid. Questo inizio, che a noi italiani di una certa età, non può non richiamare la storia di Pinelli, è solo il punto di partenza per ascoltare una storia, forse uguale a tante altre, fatta di impegno politico, la prigionia, poi la libertà, l’insegnamento, i viaggi e la scrittura, la vita e la ricerca della solitudine. Tutto sorretto da una scrittura che funziona per sottrazione e che, proprio come la memoria, per sottrazione, si aggrappa all’essenziale. Che per Cancho, a un certo punto, sembra essere l’inevitabile ritorno, ai ricordi d’infanzia.
Ma perché dovrebbe interessare l’autobiografia di un uomo, di uno scrittore a noi, lettori italiani, sconosciuto? Perché tra queste pagine sembra esserci, non solo un compendio della sua attività di scrittore (che per sua stessa ammissione torna spesso sugli stessi temi, soprattutto la prigione) ma anche un interessantissimo lavorio di scrittura, di scavo psicologico, di lealtà, verso sé stesso e verso i lettori.
Il poeta è un fingitore, diceva Pessoa. Lo scrittore è un bugiardo, ci dice Cancho. E ce lo dice proprio partendo da sé stesso, dalla sua giovinezza che, caratterizzata dalla lotta politica, ne fa un personaggio abituato a dissimulare, a fingere, a inventare. Da qui la consapevolezza che l’affabulazione e la capacità di raccontare bugie (nel caso specifico per salvarsi durante gli interrogatori) sono il vero punto di partenza per scrivere. Anche se lui esordirà tardi nel mondo delle lettere.
Ma la sua intera vita sarà, lo scopriamo leggendo, un sentirsi fuori posto, un abbandonare progetti, donne e lavoro. Sarà una continua domanda su sé stesso, per diventare ciò che è senza nemmeno sapere cosa volesse dire davvero.
Scrive Andrés Barba nella prefazione al libro: “ […] l’autore è capace di dire cose obiettivamente difficili da articolare senza uscirne a pezzi, ma anche perché dimostra di avere riflettuto con equanimità, distanza e perfino disinteresse di sé e sulle persone che hanno fatto parte della sua vita. Cancho dice di voler scrivere come un morto, e accipicchia se ci riesce.”
Ecco, scrivere come un morto. Questa sarà la chiave di lettura di questo libro. E lo dice chiaramente lo stesso Cancho in apertura quando scrive: “Invecchio e il mio vocabolario si impoverisce. Mi sento come se stessi imparando una lingua straniera. Mi consolo pensando a Beckett che scelse il francese come lingua letteraria e diceva – Scrivo in francese per rendere ancor più povera la mia scrittura, per lavorare a partire dall’impotenza -.
Impotenza e sottrazione. Questo è ciò che si avverte leggendo queste memorie. Impotenza e sottrazione che sono uno sforzo, una fatica. Perché questo è la scrittura. Che per Cancho sembra approdare alla “passione per l’indifferenza” che lo porterà, in queste pagine, a scrivere “dal punto di vista di un morto” ma non per tacere, quanto semmai, per scrivere una lingua altra, per scrivere nella lingua dell’Altro. Ecco perché I rifugi della memoria, pur essendo un’autobiografia, è opera letteraria, è romanzo a tutti gli effetti.
Ci sono parole che tornano spesso in queste pagine, parole come assenza, mistificazione, finzione. Parole chiave per una scrittura in cui Cancho si muove in un continuo ribaltamento, in un continuo cambio di prospettiva. Attorno al nucleo narrativo della prigione che diventa, anche, la metafora di altri confinamenti (mentali e lavorativi, politici a sentimentali) che, quando finiscono, provocano gli stessi improvvisi vuoti, le stesse improvvise paure di affrontare nuove libertà.
Cancho, in questo libro, sembra guardarsi come un entomologo guarda gli insetti al microscopio. E sembra fare lo stesso con la sua scrittura. Ecco perché poter leggere per primo quello che è il suo ultimo libro diviene, più che una forzatura, quello che appare come un viatico per leggere, speriamo, anche gli altri suoi precedenti libri. Come se questo “compendio” fosse, in realtà, una chiave per aprire la porta della sua letteratura.

Geraldine Meyer



Arkadia Editore

Arkadia Editore è una realtà nuova che si basa però su professionalità consolidate. Un modo come un altro di conservare attraverso il cambiamento i tratti distintivi di un amore e di una passione che ci contraddistingue da sempre.

P.iva: 03226920928




CONTATTACI

Newsletter




Scarica il nostro Catalogo