L’anno che Bartolo decise di morire


Valentina Di Cesare e la tragicomicità di Bartolo il puro

Esistono narrazioni brevi, siano essi categorizzati romanzi come Il vecchio e il mare di Ernest Hemingway, o L’amante di Marguerite Duras, siano essi racconti lunghi come La Metamorfosi di Franz Kafka o Lo zen e il tiro con l’arco di Eugen Herrigel (e così tanti altri, ognuno ben conosce i suoi), che possono sembrare esigui tra le mani, ma rimanere poi come pietre miliari simboliche nella mente di un lettore per molti anni, dopo averne capovolto o ricentrato alcune direzioni di pensiero. È quello che può capitare con L’anno che Bartolo decise di morire, breve romanzo di Valentina Di Cesare, uscito per Arkadia, facendo seguito alle precedenti prove narrative del romanzo d’esordio Marta la sarta (Tabula Fati, 2014) e del racconto lungo Le strane combinazioni che fa il tempo (Urban Apnea, 2018). La storia è semplice: un gruppo di amici di vecchia data trascina la propria esistenza tra progetti e ripensamenti in un piccolo paesino di provincia. Sono Roberto l’edicolante, Renzo il barista, Lucio che lavora all’ufficio tecnico di una nota azienda del luogo; e poi Vito, Giovanni, Roberto; e infine Bartolo, custode del museo del paese. La vita scorre tranquilla e apatica, fino a quando al licenziamento di Lucio fa seguito la sua progressiva discesa nel dispiacere e nello sconforto, in una depressione che esita nel suicidio. Bartolo appare il più coinvolto dalla vicenda, e si confida spesso con un anziano vicino di casa, ex maestro di scuola, che con riflessioni amare accompagna il suo sentire in molte cose. Già da prima che Lucio si togliesse la vita, con il passare degli anni una progressiva lontananza emotiva era intervenuta a raffreddare le amicizie all’interno del gruppo, e Bartolo in molte occasioni aveva cercato di risvegliare le coscienze su quanto stesse accadendo all’amico e su quanto avrebbero potuto e dovuto fare per lui, ma senza alcun esito. Una insana apatia sembra regnare sui pensieri e le azioni degli abitanti del piccolo paese senza nome, e nelle storie di vita degli amici di Bartolo le decisioni sembrano essersi prese da sé, nella ricerca del minor dispendio di energia possibile, come immergendosi nella corrente di un fiume dove scorre solo l’ovvio e il prevedibile. Anche quando in passato Fabrizio, un comune conoscente, si era dimostrato sempre più sleale e inaffidabile nei confronti di tutti, solo Lucio e Bartolo gli avevano parlato con durezza e sincerità, esprimendogli il loro biasimo per il suo continuo mentire e ingannare. Ma, a fronte di un apparente plauso da parte degli altri amici del gruppo, tutti avevano continuato a frequentarlo per comodità, opportunismo e quieto vivere. L’anno che Bartolo decise di morire è un romanzo che parla dello sbiadire dell’amicizia, e di come la purezza e il rigore possano divenire un handicap nella palude farisea di una società sempre più pigra e insoddisfatta, dove prosperano il subdolo e l’astuto, mentre l’individuo sincero appare sbagliato, ridicolo e tragico: “…ho capito con tenerezza che tu sei sempre stato tragico, e questa cosa mi faceva sorridere, non per prenderti in giro, lo sai, è il cuore che mi rideva con te, e succede anche adesso, perché è nella tragicità che si vede la tua intelligenza. Tu ti preoccupi, sei un osservatore incontentabile, uno preciso nei sentimenti, rigoroso nelle cose che non si vedono. Bartolo tu sei un drammatico, un macina-vita, e più sei tragico più a volte diventi comico…” Un libro che ha il coraggio di mettere in evidenza come ascolto, attenzione e precisione nei rapporti umani logorino, ma siano l’essenza stessa dell’amore e dell’amicizia: “Lucio, che si consumava dietro ai mutamenti del suo irrefrenabile umore, intanto si perdeva appresso a quelli del suo amico e lo faceva con un’attenzione sorprendente, con una precisione mai vista”; e ancora: “Il dolore degli altri non si ascolta, si sente […] e sentirlo vuol dire che riesci a percorrerlo con esattezza, pur senza conoscerne i contorni e le forme”. Dalle vicende narrate si evince bene come l’inerzia possa impadronirsi delle nostre azioni, delle nostre vite, portandoci dove non vorremmo: “Che Marzia e Giovanni finissero per sposarsi non c’era da aspettarselo, ma nemmeno da sorprendersi. Certe notizie somigliano alle onde residue, quelle che si intravedono sulla superficie dell’acqua anche in assenza di vento: chi le ascolta e le osserva nel loro propagarsi, sobbalza appena, perché sa che si tratta solo di conferme a un noto meccanismo”; e come essere fedeli a se stessi, rimanere aperti all’ascolto, essere umani fino in fondo richieda uno sforzo gravoso, duro, esasperato a volte, un rigore finanche penoso nel rimanere puri, nel continuare a fidarsi degli altri fino al limite della sventatezza:
“Uno che diffida non è mai completamente buono, vuol dire che si è già spostato dalla linea bianca, che usa il bilancino delle azioni, che si muove piano e accorto, che sa quando non parlare, che conosce il momento di andarsene e quello di restare, ecco quella non è già più bontà è qualcos’altro che non so come si chiama […] a me verrebbe da chiamarla disfatta questo sconfinamento dall’altra parte […] un tentativo goffo di allontanarsi dall’umano, una manovra assurda, ridicola, una virata per dimenticare la morte, credere di esserne esenti”. L’unica emozione rimasta vera ormai, rimane forse la rabbia, purché non declassata a rancore, o ancor peggio a invidia, ma la pura rabbia, con il suo valore salvifico e tagliente, la sua onestà: “La rabbia è la vita, la rabbia è il diritto, la rabbia è la dignità, la rabbia è quella che si sente quando vi dicono che state esagerando, che state inventando, che siete pesanti, che siete volgari con le vostre collere, che siete infantili, che non vale la pena prendersela, perché è così, è sempre stato così”. La prosa della Di Cesare è limpida, essenziale, le descrizioni sono pennellate ad acquerello. Metafore e similitudini si susseguono con ingenuità apparente, con una freschezza che entra sottopelle, e diviene irrinunciabile man mano che si procede nella lettura; la voce narrante è un sussurro cortese, neutro nei toni, che procede implacabile; e, nel suo accostarsi alle debolezze di ognuno senza giudizio, diviene maestosa. Una storia minuta, fatta di piccoli gesti e dialoghi, il senso del quotidiano di un Anton Čechov, di una Natalia Ginzburg, gli stessi toni pacati, familiari, dietro ai quali rimbombano pesanti verità. L’anno che Bartolo decise di morire è un romanzo che sa parlare di morte come perdita e dolore, ma anche come opportunità che implode in se stessa, se sopraffatta dall’immobilità e dall’indifferenza di chi è accanto: il cratere che rimane attorno a una sparizione, a una inclusione in profondità, rivela pareti troppo ripide perché qualcuno le voglia davvero scalare, cercando di comprendere. Nel romanzo c’è il dolore muto: “Dove si nasconde il dolore che non si può narrare? In che direzione va la morte? Tutt’altra cosa è osservare chi soffre. Chi respira in affanno, chi si rigira su se stesso, chi dice non è niente, sto bene, chi ripete no, non posso, la prossima volta, chi divora lo spasimo che come una tarma lo rosicchia dentro, chi guarda un fiore, una macchina, una pozzanghera con lo sguardo d’ombra, chi se ne va sempre troppo tardi o troppo presto, chi abita e veglia il sepolcro perché solo lì sa stare”; ma anche un avvicinarsi alle cose ultime con grazia possente, che richiama le pagine indimenticabili di La morte di Ivan Il’ic di Lev Tolstoj, traendo dalla fine una luce che dà dolore agli occhi, ma che mentre acceca, rivela: “Quando si accenna alla fine, lo si fa sempre con sgomento, come se si trattasse di qualcosa di impossibile, di proibito, interdetto, eppure lo dobbiamo capire da subito che la morte non è una presenza estranea. È un visitatore regolare, un uccello solitario che ogni sera torna al nido, senza il capriccio della compagnia, è il debito antico che la vita ha con se stessa”. Se la morte di Lucio perde la sua occasione di divenire riflessione e cambiamento, esita pur sempre in una piccola fiamma di dolore che retro illumina gli errori con la sua luce pallida, che può essere – almeno per Bartolo – presa di coscienza e di posizione. La morte che deflagra inaspettata, che è decisione consapevole di andarsene, può continuare a vibrare nella coscienza di chi resta e a disseminare il proprio monito. Ecco la delicatezza, la sospensione di giudizio, il garbo di Valentina Di Cesare: “Decidere di separarsi dall’esistenza a quel modo non avrebbe dovuto dare a nessuno, si disse Bartolo mentre fuggiva con lo sguardo oltre i vetri, la presunzione di misurare la sua scelta”. L’apertura di ogni capitolo riprende il tema della rinuncia e dell’abbandono di Bartolo, e le stesse parole ritornano, musicali, declinate come un verso poetico o come un mantra che ricentra il lettore sul tema principale. Che si tratti di un abbandono fisico o morale, reale o metaforico non è dato sapere e ben poco interessa, perché nel momento in cui ciò dovrebbe essere svelato in realtà il significato più profondo del testo si è già radicato. In questo breve romanzo c’è intensità, c’è il realismo degli umili di Ignazio Silone, a tratti il meditabondo favoleggiare di Dino Buzzati. Il racconto è ambientato in un piccolo paese della provincia abruzzese, sono le terre di Fontamara (Ignazio Silone) di L’arminuta (Donatella Di Pietrantonio), ma si tratta di un evidente luogo letterario, che potrebbe essere accolto in qualsiasi regione ai margini, nella pietrosa Sardegna di Grazia Deledda, nelle Langhe di Nico Orengo. Nel dare pochi riferimenti geografici, poche descrizioni fisiche ai personaggi, la storia acquista un che di indefinito, di universale, è sospesa in un non-luogo d’ovatta, assediato dalla modernità, dalla crisi economica, dalla disoccupazione, ma chiuso in un bozzolo di indolenza, di nebulosa eternità, di conformismo sociale che per contrappasso scivola nell’isolamento. L’anno che Bartolo decise di morire non è però un romanzo disperato, ma piuttosto consapevole, accorato, che riesce a parlare di bontà e di lealtà senza apparire ingenuo né vacuo; e forse il segreto di tutto questo si chiama ancora una volta delicatezza, e rispetto: “Ricordati che quando una parola è abusata, vuol dire che chi la pronuncia non ci fa più attenzione. […] E questa leggerezza vedi, questa facilità nell’enunciarla la svilisce, sembra un maglione indossato da troppe persone, c’è chi lo allarga, chi lo stringe, chi lo accorcia, chi lo macchia, chi lo ricuce. […] Le parole sono contenitori e, a seconda del concetto che contengono, devono farsi resistenti e forti…” Si rimane stupiti di fronte ai riverberi morbidi e prolungati che questo racconto dolceamaro diffonde a lungo nei pensieri del lettore, riaffacciandosi alla coscienza con la stessa educazione di Bartolo nel fare presente le sue verità, timido, educato, quasi a chiedere scusa, ma implacabile. Un romanzo che, per dimensioni e postura, vuole convincerci di essere qualcosa di piccolo, ma che riesce nell’impresa più grande: farsi amare con semplicità, rivelare per gradi la sua ricchezza di contenuto, far rallentare gesti e pensieri, farci riflettere su noi stessi.

 

Isabella Bignozzi

 

Il link alla recensione su Pulp Libri: https://bit.ly/3l6c2pA



Un romanzo di amicizia e solitudine

“Quante cose che accaddero quell’anno, cose che, a ripensarci adesso, viene quasi da chiedersi come mai fossero passate in sordina”. Eppure tutto è successo in pochi mesi: quello che la vita dà nell’arco di tanti anni, toglie in una manciata di giorni. Bartolo, Lucio, Renzo, Giovanni, Roberto e Vito sono “come fratelli”; un’amicizia nata da bambini, portata avanti con fedeltà immutata lungo tutta l’adolescenza, fino all’età adulta. Uniti, sempre. Nonostante tutto, nonostante gli altri. Bartolo è il collante del gruppo, il confidente fidato poiché con Bartolo è facile parlare; Bartolo sa ascoltare, sa sempre cosa dire, sa osservare, sa aspettare, sa quando agire e quando non farlo. Bartolo ha raggiunto una posizione lavorativa sicura, ma il suo posto nel mondo, in quel suo mondo, è sempre precario. Mentre tutti parlano lui ascolta e non racconta a nessuno del suo pensiero ricorrente e incessante. Nessuno si accorge che lentamente vuole lasciarsi morire. Eppure qualche segnale era arrivato ai compagni. “Solo un po’ di stanchezza negli occhi, lo sguardo inargentato di luna calante, il sorriso un battito in ritardo rispetto agli altri, e poi un’inquietudine lenta, serpentina, trasmessa dagli occhi alle ossa e al respiro, un’ondulazione iterata del pensiero, una specie di aritmia esistenziale”. Bartolo ha deciso di morire. Intanto, però, la vita gli toglie Lucio. Lucio, l’amico buono, si suicida dopo aver perso l’amore, dopo aver perso il lavoro. Bartolo è sorpreso, ma allo stesso tempo consapevole del dolore di Lucio, di quella precarietà, di quello smacco sociale ed esistenziale. Cosa poteva dargli ancora? Cosa poteva dirgli ancora? Come avrebbe potuto evitare ciò? Le domande si susseguono, la penna di Valentina Di Cesare in L’anno che Bartolo decise di morire è un tratto veloce che dà vita a parole poetiche, a massime condivisibili e bellissime circa il senso dell’amicizia e della morte. Vita e morte qui si rincorrono; amicizia e solitudine qui si specchiano.

Giulia Siena



Il senso di Bartolo per la misura delle relazioni

NARRATIVA. A proposito dell’ultimo romanzo di Valentina Di Cesare

Non capita a tutti, ma ad alcuni sì: di avere delle amiche, degli amici, gli stessi da quando si è ragazzi, da prima di diventare ciò che si è. Incontrarli ogni anno, ritualmente, ritrovare con loro la facilità del tempo in cui ci si è conosciuti: quello della fanciullezza, l’adolescenza. Al protagonista del nuovo romanzo di Valentina Di Cesare è successo: la storia è proprio quella di un gruppo di amici, delle loro traiettorie di vita.
L’anno che Bartolo decise di morire (Arkadia, pp. 106, euro 13), ha al suo centro la figura del personaggio che dà il titolo al romanzo: «Bartolo era quello di cui nel gruppo si sentiva sia la mancanza sia la presenza, lui era quello speciale. Ognuno lo sapeva e non era necessario dirselo. Aveva un modo tutto suo, diverso e singolare di comportarsi con gli altri, era raro che non portasse la parola giusta, il senso della misura e della rettitudine, e nei fatti il coraggio, la forza, la dignità».
LA CAPACITÀ di Bartolo di fare da perno in questo gruppo di 5 «ragazzoni» risiede nella sua abilità di stare ad ascoltarli o forse più semplicemente nella sua scelta di restare fermo, come una pietra a cui si può girare intorno, come una kasbah. Giovanni, Vito, Riccardo, Lucio, nei piccoli o grandi travagli delle loro vite quotidiane ciascuno si rivolge a lui: riguardo matrimoni sbagliati, amori perduti, questioni con la giustizia, sapendo di trovarlo allo stesso posto, perché lui ha deciso di non muoversi.
L’abilità di Valentina Di Cesare, il segreto di questo romanzo, sta nel fatto che pur essendo incentrato sulla figura di Bartolo, proprio di lui che sa tutto di tutti, perché glielo raccontano, non sappiamo niente.
Non conosciamo il nome della città in cui ha scelto di vivere, il percorso che lo ha condotto a svolgere il suo ruolo nel museo del posto, non sappiamo perché la sua storia con Elisa non abbia funzionato, anche se – dall’unico accenno che ne abbiamo – sembra che i due ci abbiano provato per anni.
E ANCHE QUESTO è vero, che delle persone che si dedicano troppo agli altri non si conosce la verità, al punto che ci si può domandare se tutta quell’attenzione deviata sul prossimo non sia soprattutto un tentativo di distoglierla da se stessi. Le vite cambiano, però, anche quando si è tanto resistenti al mutamento come Bartolo e se c’è una cosa che non lascia niente come prima è la morte. Così, paradossalmente, Bartolo, che la morte l’ha assaporata per anni: quella del desiderio, della curiosità, l’assenza del rischio, della sfida, solo nel momento in cui essa si manifesta in tutta la sua invincibile potenza, farà un passo e questo sarà, come sua consuetudine, quello decisivo.

Laura Marzi



L’anno che Bartolo decise di morire di Valentina Di Cesare

Si possono spendere solo copiosi e positivi aggettivi superlativi per il breve romanzo di Valentina Di Cesare, L’anno che Bartolo decise di morire, pubblicato dalla casa editrice Arkadia, sempre più attenta a prendersi cura di grandi talenti letterari.
Un libricino di poco più di cento pagine capace di parlare all’anima di ciascun lettore, sussurrando doverose e semplici verità con la medesima indiscutibile saggezza di un solenne oracolo.

L’anno che Bartolo decise di morire

Bartolo è un uomo buono.
Una persona per bene, generosa, capace di ascoltare tutti, di avere parole di conforto per chi ne ha bisogno, di tendere una mano senza mai aspettarsi nulla in cambio.
Un’attitudine assolutamente spontanea, mossa da un’empatia straordinaria.
Bartolo ama la cittadina in cui vive e a cui ha voluto tornare.
Ama il suo lavoro di custode museale. Ama gli amici di sempre, quelli con cui è cresciuto e che continua a vedere con gli stessi occhi di quando era ragazzo.
Ama condividere il tempo e le parole, pur sapendo farsi da parte e stare in silenzio quando necessario.

«Ha da accendere?», gli domandò il giornalista, e Bartolo gli porse l’accendino, riconoscendo solo in quel momento la voce e il viso del famoso cronista. Veriani gli fece qualche domanda sulla città, i monumenti, l’amministrazione, la viabilità, gli eventi culturali ma non accennò alla questione della fabbrica in chiusura, alle mobilitazioni, al fantasma della disoccupazione e Bartolo raccontò tutto quel che sapeva. Rispose sui monumenti e altre amenità aggiungendo qualche aneddoto meno noto e prezioso. Pian piano, alcuni che erano dentro al bar uscirono e si avvicinarono per ascoltare, perché era sempre bello prestare attenzione all’allegria che gli si accendeva negli occhi quando narrava dei suoi luoghi, di ciò che amava, era bello quanto fosse votato non alla sapienza o alla sterile erudizione ma alla schietta conoscenza e alla consapevolezza dei fatti, considerate tutte le variabili e valutati tutti i sentimenti.

Bartolo è uno straordinario uomo normale, a vederlo da fuori addirittura banale, con il suo tran tran quotidiano al lavoro, i caffè al bar, le serate allegre in compagnia e le chiacchiere con il vicino di casa, il saggio e scorbutico maestro in pensione Nino.

Ma Bartolo di sé non parla mai. Non racconta che qualcosa gli sta rubando il respiro e ottenebrando i pensieri. Non dice che la sua notte è fatta di dubbi e pensieri ossessivi, di riflessioni che sanno di circoli viziosi da cui non si può uscire. Non chiede per non disturbare, non parla per non pesare.
Mai per se stesso.

Per Lucio, però, è pronto a spendersi in lunghi confronti con gli amici. L’uomo ha perso il lavoro e si arrabatta alla meglio per trovare i soldi da passare all’ex moglie per mantenere il figlio.
Bartolo sa che Lucio ora si sente inutile, messo da parte, in netto svantaggio nei confronti della vita, ed è per questo che gli amici devono stringersi intorno a lui, farlo sentire amato, essere presenti anche solo per sentirsi dire “sto male”.

Per quanto una persona possa godere di aiuti e di vantaggi in più rispetto a un’altra, nessuno di noi è esente dall’imprevisto, dalle famose variabili impazzite, imponderabili. Le tragedie arrivano gratis senza che nessuno se le aspetti, così è, e spero che questo vi sia ben chiaro.

Ma a volte capita che uno scontato indicativo del verbo dovere si conclami in un meno impegnativo condizionale, così Bartolo è costretto a prendere atto che Giovanni, Roberto, Renzo e Vito – gli amici di sempre, cresciuti con lui e Lucio – hanno ben altro da fare che prendersi cura di qualcuno a cui le opportunità hanno voltato le spalle.
Ognuno ha i propri problemi, ognuno cavalca la propria quotidianità nella speranza di non farsi disarcionare e no, non è cattiveria, è solo che abbiamo da fare… ma poi arriviamo, eh… facci finire le nostre cose, tanto Lucio aspetta, Lucio non ha altro da fare, Lucio non deve andare al lavoro, e poi con la moglie è finita, che fretta vuoi che abbia?

Ma sai quante vite finiscono e iniziano contemporaneamente? Il tempo mi pare un muro che si spezza da una parte e si ricompone dall’altra, una parete di gesso che si dissolve e si rialza insieme, che non riesce a toccare il cielo né a sprofondare nelle viscere nella terra. Il tempo fa arrabbiare gli uomini, li fa sentire impotenti. specie poi quelli abituati sempre a galleggiare senza fare neanche una bracciata, uh! Come si disperano quelli, caro Bartolo, quelli, davanti alla morte, se la fanno addosso, non sanno proprio come comportarsi; sai chi sono i peggiori davanti alla morte, Bartolo? Quelli che non si sono mai accontentati in vita, quelli che raramente hanno provato a fare un passo indietro, quelli a cui la sorte ha concesso più vantaggi che svantaggi, loro in vita non danno peso alla morte, né a quella loro né a quella degli altri, e poi quando se la vedono arrivare incontro non sanno come gestirla, perché nessuno gli ha insegnato a finire o incominciare, hanno trovato tutto già pronto, non conosco il procedimento…

Di fronte a queste nuova consapevolezze – l’imperfezione delle relazioni umane, l’ineluttabilità del tempo che passa e uccide chiunque, senza distinzione -, Bartolo sente di non poter fare altro che decidere di morire.
Ora è troppo tardi per aiutare Lucio, ma può forse risparmiarsi altro dolore.
Perché scoprire d’essere soli in un mare d’indifferenza, è sempre straziante per chi sa donarsi appieno.
Valentina Di Cesare ha il dono di saper raccontare la vita senza scadere in banalità inutili, trite e ritrite.
Una voce letteraria attenta, onesta e piena di grazia, che, allo stesso tempo, sa colpire duro e ferire, brandendo senza alcun timore le spesso indicibili verità che neghiamo a noi stessi per tutta il tempo della nostra esistenza.
Assolutamente da leggere.

Elena Giorgi



L’anno che Bartolo decise di morire

La storia di Bartolo è la storia del prendersi cura, è un’ampia riflessione sui rapporti di amicizia, sulla loro importanza e sulle conseguenze del loro venir meno.
Bartolo è un uomo buono, è un uomo che è presenza, che dà a tutti la giusta misura delle giornate e della vita.
È legato agli amici di sempre, quelli che si porta dietro dall’infanzia e per i quali darebbe la vita.
La vita, questa cosa che ha a che fare con il tempo, con lo spazio, che si allenta e si ritrae come un elastico, che porta lontano e poi di nuovo vicino.
Bartolo soffre di una depressione silenziosa, una morsa che gli stringe il petto, mostri che appaiono di notte e che lui spera tanto di non vedere più al risveglio, ma la mattina dopo sono ancora lì, a spingere come mattoni pesanti sul suo cuore.
Non parla con nessuno, Bartolo, della sua depressione, non ne fa cenno agli amici di sempre.
Presi anche loro dai problemi di tutti i giorni, non si accorgono del male di vivere che ha invaso il cuore di Bartolo, minimizzano i suoi comportamenti e non capiscono la gravità della situazione.
Solo due amici hanno forse capito la portata di quello sta accadendo.
Nino, un vecchio maestro in pensione, che ha tagliato i ponti con il mondo intero e ha poche parole da spendere con gli altri, ma non con Bartolo, con lui intrattiene lunghe conversazioni che sono lucide e ciniche analisi della vita.
Il vecchio Nino ha capito tutto e quel tutto ha deciso di lasciarlo scorrere, nel rispetto della vita altrui.
E Lucio, sensibile più di quanto si possa immaginare, ha compreso la progressione del male, ma la vita lo porta, ancora a una volta, a sentirsi schiacciato e oppresso e la deviazione che prenderà il corso della sua storia sarà fatale per Bartolo.
L’anno che Bartolo decise di morire, di Valentina Di Cesare, scava in profondità nella vita, nella caducità dei rapporti umani, nell’imponenza della sfera personale che non lascia spazio all’altruismo, nella solitudine e nell’incapacità di prendersi cura veramente di chi diciamo di amare.
È un romanzo estremamente delicato, che si legge con la mano sul cuore e gli occhi pieni di lacrime e malinconia per quello che avrebbe potuto essere ma che siamo stati incapaci di vedere.

Stefania Iannolo



Valentina Di Cesare, L’anno che Bartolo decise di morire

L’anno che Bartolo decise di morire nessuno si era accorto di niente, forse perché erano accadute tante cose: Vito e la moglie erano lì lì per lasciarsi, una delle più grandi fabbriche della zona stava per chiudere, Giovanni era tornato in città dopo parecchi mesi, a maggio c’era stata una violenta gelata che aveva compromesso i ciliegi, il Trofeo del Sole non si sarebbe disputato. E poi c’era Lucio. Lucio che aveva perso il lavoro due anni prima ed era più scoraggiato del solito, tanto che lo stesso Bartolo, preoccupato per lui, aveva deciso di parlarne con gli amici di sempre. Con Vito, con Renzo, con Giovanni, affinché tutti insieme si cercasse un modo per aiutarlo. E insomma, di cose quell’anno ne erano successe tante, al punto che, « a ripensarci adesso, viene quasi da chiedersi come mai fossero passate in sordina» e perché nessuno si era accorto di Bartolo, di cosa gli stava succedendo dentro, sebbene «qualche segnale qualcuno lo aveva notato: solo un po’ di stanchezza negli occhi, lo sguardo inargentato di luna calante, il sorriso un battito in ritardo rispetto agli altri, e poi un’inquietudine lenta, serpentina, trasmessa dagli occhi alle ossa e al respiro, un’ondulazione iterata del pensiero, una specie di aritmia esistenziale».
Leggere L’anno che Bartolo decise di morire, di Valentina Di Cesare, pubblicato da Arkadia Editore, significa chiedersi cosa vuol dire crescere e diventare adulti – quand’è che siamo diventati adulti? – perché potrebbe sembrare che niente di ciò che accade ci cambi veramente. Potrebbe sembrare che la vita sia “un intervallo continuo”, quando invece ogni cambiamento ci attraversa “come il rivolo che scanala le pietre” e quando ce ne accorgiamo è ormai troppo tardi. Per noi stessi e per le persone che ci sono vicine e che forse non ci conoscono, non del tutto, non in profondità. È ciò che accade a Bartolo e a Lucio e a tutti i personaggi di questo romanzo che sono cresciuti insieme, che insieme sono diventati grandi con l’illusione però di essere rimasti sempre gli stessi di quando erano bambini. Perché c’è chi riesce a vivere per sempre in questa illusione e chi no. E chi non ci riesce è perché avverte il dolore del mondo, e presta ascolto alle parole degli altri, perché se non ascoltasse le parole degli altri, non ascolterebbe neanche le sue.
L’anno che Bartolo decise di morire è ambientato in una città imprecisata e in un periodo storico indefinito. Questa indeterminatezza non è limite ma sostanza. Permette infatti di ritrarre un mondo immutabile quando invece il tempo scorre e produce strappi, lacerazioni, ferite insanabili. È come in una danza dove sembra che i movimenti siano sempre identici. I capitoli che si aprono con la ripetizione della frase del titolo, «L’anno che Bartolo decise di morire», mimano questa danza i cui movimenti appaiono identici e invece sono ogni volta più ampi, articolati, estesi, colmi di dolore, tragici, irreparabili: perché sono la conseguenza dei movimenti precedenti e li contengono tutti, gli errori compiuti, anche, e le parole non dette, i gesti taciuti e il senso di colpa che poi ci attanaglia. Perché se avessimo prestato abbastanza attenzione a quando ogni cosa è cominciata, fin dall’inizio, fin dal primo singolo passo che pure era innocente e puro e semplice, avremmo intuito come davanti a esso si profilasse invece l’ombra minacciosa del tempo che trasforma la fanciullezza in adolescenza e l’adolescenza nell’età adulta e poi in quella della maturità. Senza scampo. Senza possibilità alcuna di spezzarla, questa catena della vita che siamo.
In sintesi – e sempre ammesso che poi Bartolo muoia davvero e se tutto Bartolo o soltanto una parte di lui e quale – si potrebbe dire che l’anno in cui Bartolo decise di morire ogni cosa era in verità già cominciata ad accadere. Da prima, da anni, da lungo tempo: e se non da sempre, di certo dal momento in cui egli era venuto al mondo.
«L’anno che Bartolo decise di morire, nessuno si era accorto di niente. Parenti, amici e conoscenti non avevano sospettato nulla di quel che stava per accadere. Ogni cosa era uguale a sempre: l’estate era finita, l’azzurro del cielo si affievoliva e il sole di settembre aveva ripreso a tergiversare dietro gli alberi e le antenne della piccola città. Il vento a volte si alzava già rapido al mattino, muoveva le foglie e i rami con rumore di ventagli, e trasportava via le fronde delle piante sui balconi. Al primo accumulo di nubi, gli uccelli volavano bassi, come impauriti, sdrucendo l’orizzonte per mettersi al riparo sotto i tetti, mentre l’odore della pioggia si era già sprigionato e, in un momento, le prime gocce battevano sui vetri e le ringhiere stinte.»

Valentina Di Cesare è nata a Sulmona ed è cresciuta a Castel di Ieri, in provincia dell’Aquila. È insegnante di lettere alle scuole medie e giornalista culturale. Nel 2014 ha pubblicato il suo primo romanzo Marta la sarta (Tabula Fati) mentre nel 2017 è uscito, per Urban Apnea Edizioni di Palermo, un suo racconto lungo intitolato Le strane combinazioni che fa il tempo.

Gianluca Minotti



“L’anno che Bartolo decise di morire”
L’anno che Bartolo decise di morire, fu l’anno in cui Lucio venne seppellito

L’anno che Bartolo decise di morire, Valentina Di Cesare, Arkadia. Bisogna un po’ morir per poter vivere, e arrivederci amore ciao, le nubi sono già più in là, recitano i versi di una celebre canzone che è diventata oggetto del dramma per Moretti in una sua famosa e riuscita opera e che è evocata anche nel titolo di un bel – come al solito – testo di Carlotto: Bartolo, il protagonista del brillantissimo, struggente, straziante, emozionante, commovente fino alle lacrime, perché molto difficilmente chi legge non si sentirà di ritrovarsi come dinnanzi a uno specchio rispetto alla pagina, scritto di Valentina Di Cesare, che parla all’anima con voce piena, è un uomo buono. Semplice. Puro. Che ha il dono dell’empatia, che si preoccupa sempre per gli altri e che non vuole che gli altri si preoccupino per lui, che si imbarazza, che dà prima di ricevere, che soffre di una depressione latente che per pudore non confida ai suoi amici, tutti giustamente presi dai loro problemi, ognuno dai suoi, che ama da sempre, con cui è cresciuto, perché si vergogna, pensa che in fondo non ha diritto di lamentarsi. I buoni, si sa, si mettono sempre da parte. E si sentono in colpa. Perché sperano che il resto del mondo abbia la loro stessa capacità di accorgersi prima, senza che siano necessarie parole. Forse, però, significa pretendere troppo, da sé e dagli altri. Maestoso.

Gabriele Ottaviani



Arkadia Editore

Arkadia Editore è una realtà nuova che si basa però su professionalità consolidate. Un modo come un altro di conservare attraverso il cambiamento i tratti distintivi di un amore e di una passione che ci contraddistingue da sempre.

P.iva: 03226920928




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