L’anno che Bartolo decise di morire


Un romanzo di amicizia e solitudine

“Quante cose che accaddero quell’anno, cose che, a ripensarci adesso, viene quasi da chiedersi come mai fossero passate in sordina”. Eppure tutto è successo in pochi mesi: quello che la vita dà nell’arco di tanti anni, toglie in una manciata di giorni. Bartolo, Lucio, Renzo, Giovanni, Roberto e Vito sono “come fratelli”; un’amicizia nata da bambini, portata avanti con fedeltà immutata lungo tutta l’adolescenza, fino all’età adulta. Uniti, sempre. Nonostante tutto, nonostante gli altri. Bartolo è il collante del gruppo, il confidente fidato poiché con Bartolo è facile parlare; Bartolo sa ascoltare, sa sempre cosa dire, sa osservare, sa aspettare, sa quando agire e quando non farlo. Bartolo ha raggiunto una posizione lavorativa sicura, ma il suo posto nel mondo, in quel suo mondo, è sempre precario. Mentre tutti parlano lui ascolta e non racconta a nessuno del suo pensiero ricorrente e incessante. Nessuno si accorge che lentamente vuole lasciarsi morire. Eppure qualche segnale era arrivato ai compagni. “Solo un po’ di stanchezza negli occhi, lo sguardo inargentato di luna calante, il sorriso un battito in ritardo rispetto agli altri, e poi un’inquietudine lenta, serpentina, trasmessa dagli occhi alle ossa e al respiro, un’ondulazione iterata del pensiero, una specie di aritmia esistenziale”. Bartolo ha deciso di morire. Intanto, però, la vita gli toglie Lucio. Lucio, l’amico buono, si suicida dopo aver perso l’amore, dopo aver perso il lavoro. Bartolo è sorpreso, ma allo stesso tempo consapevole del dolore di Lucio, di quella precarietà, di quello smacco sociale ed esistenziale. Cosa poteva dargli ancora? Cosa poteva dirgli ancora? Come avrebbe potuto evitare ciò? Le domande si susseguono, la penna di Valentina Di Cesare in L’anno che Bartolo decise di morire è un tratto veloce che dà vita a parole poetiche, a massime condivisibili e bellissime circa il senso dell’amicizia e della morte. Vita e morte qui si rincorrono; amicizia e solitudine qui si specchiano.

Giulia Siena



Il senso di Bartolo per la misura delle relazioni

NARRATIVA. A proposito dell’ultimo romanzo di Valentina Di Cesare

Non capita a tutti, ma ad alcuni sì: di avere delle amiche, degli amici, gli stessi da quando si è ragazzi, da prima di diventare ciò che si è. Incontrarli ogni anno, ritualmente, ritrovare con loro la facilità del tempo in cui ci si è conosciuti: quello della fanciullezza, l’adolescenza. Al protagonista del nuovo romanzo di Valentina Di Cesare è successo: la storia è proprio quella di un gruppo di amici, delle loro traiettorie di vita.
L’anno che Bartolo decise di morire (Arkadia, pp. 106, euro 13), ha al suo centro la figura del personaggio che dà il titolo al romanzo: «Bartolo era quello di cui nel gruppo si sentiva sia la mancanza sia la presenza, lui era quello speciale. Ognuno lo sapeva e non era necessario dirselo. Aveva un modo tutto suo, diverso e singolare di comportarsi con gli altri, era raro che non portasse la parola giusta, il senso della misura e della rettitudine, e nei fatti il coraggio, la forza, la dignità».
LA CAPACITÀ di Bartolo di fare da perno in questo gruppo di 5 «ragazzoni» risiede nella sua abilità di stare ad ascoltarli o forse più semplicemente nella sua scelta di restare fermo, come una pietra a cui si può girare intorno, come una kasbah. Giovanni, Vito, Riccardo, Lucio, nei piccoli o grandi travagli delle loro vite quotidiane ciascuno si rivolge a lui: riguardo matrimoni sbagliati, amori perduti, questioni con la giustizia, sapendo di trovarlo allo stesso posto, perché lui ha deciso di non muoversi.
L’abilità di Valentina Di Cesare, il segreto di questo romanzo, sta nel fatto che pur essendo incentrato sulla figura di Bartolo, proprio di lui che sa tutto di tutti, perché glielo raccontano, non sappiamo niente.
Non conosciamo il nome della città in cui ha scelto di vivere, il percorso che lo ha condotto a svolgere il suo ruolo nel museo del posto, non sappiamo perché la sua storia con Elisa non abbia funzionato, anche se – dall’unico accenno che ne abbiamo – sembra che i due ci abbiano provato per anni.
E ANCHE QUESTO è vero, che delle persone che si dedicano troppo agli altri non si conosce la verità, al punto che ci si può domandare se tutta quell’attenzione deviata sul prossimo non sia soprattutto un tentativo di distoglierla da se stessi. Le vite cambiano, però, anche quando si è tanto resistenti al mutamento come Bartolo e se c’è una cosa che non lascia niente come prima è la morte. Così, paradossalmente, Bartolo, che la morte l’ha assaporata per anni: quella del desiderio, della curiosità, l’assenza del rischio, della sfida, solo nel momento in cui essa si manifesta in tutta la sua invincibile potenza, farà un passo e questo sarà, come sua consuetudine, quello decisivo.

Laura Marzi



L’anno che Bartolo decise di morire di Valentina Di Cesare

Si possono spendere solo copiosi e positivi aggettivi superlativi per il breve romanzo di Valentina Di Cesare, L’anno che Bartolo decise di morire, pubblicato dalla casa editrice Arkadia, sempre più attenta a prendersi cura di grandi talenti letterari.
Un libricino di poco più di cento pagine capace di parlare all’anima di ciascun lettore, sussurrando doverose e semplici verità con la medesima indiscutibile saggezza di un solenne oracolo.

L’anno che Bartolo decise di morire

Bartolo è un uomo buono.
Una persona per bene, generosa, capace di ascoltare tutti, di avere parole di conforto per chi ne ha bisogno, di tendere una mano senza mai aspettarsi nulla in cambio.
Un’attitudine assolutamente spontanea, mossa da un’empatia straordinaria.
Bartolo ama la cittadina in cui vive e a cui ha voluto tornare.
Ama il suo lavoro di custode museale. Ama gli amici di sempre, quelli con cui è cresciuto e che continua a vedere con gli stessi occhi di quando era ragazzo.
Ama condividere il tempo e le parole, pur sapendo farsi da parte e stare in silenzio quando necessario.

«Ha da accendere?», gli domandò il giornalista, e Bartolo gli porse l’accendino, riconoscendo solo in quel momento la voce e il viso del famoso cronista. Veriani gli fece qualche domanda sulla città, i monumenti, l’amministrazione, la viabilità, gli eventi culturali ma non accennò alla questione della fabbrica in chiusura, alle mobilitazioni, al fantasma della disoccupazione e Bartolo raccontò tutto quel che sapeva. Rispose sui monumenti e altre amenità aggiungendo qualche aneddoto meno noto e prezioso. Pian piano, alcuni che erano dentro al bar uscirono e si avvicinarono per ascoltare, perché era sempre bello prestare attenzione all’allegria che gli si accendeva negli occhi quando narrava dei suoi luoghi, di ciò che amava, era bello quanto fosse votato non alla sapienza o alla sterile erudizione ma alla schietta conoscenza e alla consapevolezza dei fatti, considerate tutte le variabili e valutati tutti i sentimenti.

Bartolo è uno straordinario uomo normale, a vederlo da fuori addirittura banale, con il suo tran tran quotidiano al lavoro, i caffè al bar, le serate allegre in compagnia e le chiacchiere con il vicino di casa, il saggio e scorbutico maestro in pensione Nino.

Ma Bartolo di sé non parla mai. Non racconta che qualcosa gli sta rubando il respiro e ottenebrando i pensieri. Non dice che la sua notte è fatta di dubbi e pensieri ossessivi, di riflessioni che sanno di circoli viziosi da cui non si può uscire. Non chiede per non disturbare, non parla per non pesare.
Mai per se stesso.

Per Lucio, però, è pronto a spendersi in lunghi confronti con gli amici. L’uomo ha perso il lavoro e si arrabatta alla meglio per trovare i soldi da passare all’ex moglie per mantenere il figlio.
Bartolo sa che Lucio ora si sente inutile, messo da parte, in netto svantaggio nei confronti della vita, ed è per questo che gli amici devono stringersi intorno a lui, farlo sentire amato, essere presenti anche solo per sentirsi dire “sto male”.

Per quanto una persona possa godere di aiuti e di vantaggi in più rispetto a un’altra, nessuno di noi è esente dall’imprevisto, dalle famose variabili impazzite, imponderabili. Le tragedie arrivano gratis senza che nessuno se le aspetti, così è, e spero che questo vi sia ben chiaro.

Ma a volte capita che uno scontato indicativo del verbo dovere si conclami in un meno impegnativo condizionale, così Bartolo è costretto a prendere atto che Giovanni, Roberto, Renzo e Vito – gli amici di sempre, cresciuti con lui e Lucio – hanno ben altro da fare che prendersi cura di qualcuno a cui le opportunità hanno voltato le spalle.
Ognuno ha i propri problemi, ognuno cavalca la propria quotidianità nella speranza di non farsi disarcionare e no, non è cattiveria, è solo che abbiamo da fare… ma poi arriviamo, eh… facci finire le nostre cose, tanto Lucio aspetta, Lucio non ha altro da fare, Lucio non deve andare al lavoro, e poi con la moglie è finita, che fretta vuoi che abbia?

Ma sai quante vite finiscono e iniziano contemporaneamente? Il tempo mi pare un muro che si spezza da una parte e si ricompone dall’altra, una parete di gesso che si dissolve e si rialza insieme, che non riesce a toccare il cielo né a sprofondare nelle viscere nella terra. Il tempo fa arrabbiare gli uomini, li fa sentire impotenti. specie poi quelli abituati sempre a galleggiare senza fare neanche una bracciata, uh! Come si disperano quelli, caro Bartolo, quelli, davanti alla morte, se la fanno addosso, non sanno proprio come comportarsi; sai chi sono i peggiori davanti alla morte, Bartolo? Quelli che non si sono mai accontentati in vita, quelli che raramente hanno provato a fare un passo indietro, quelli a cui la sorte ha concesso più vantaggi che svantaggi, loro in vita non danno peso alla morte, né a quella loro né a quella degli altri, e poi quando se la vedono arrivare incontro non sanno come gestirla, perché nessuno gli ha insegnato a finire o incominciare, hanno trovato tutto già pronto, non conosco il procedimento…

Di fronte a queste nuova consapevolezze – l’imperfezione delle relazioni umane, l’ineluttabilità del tempo che passa e uccide chiunque, senza distinzione -, Bartolo sente di non poter fare altro che decidere di morire.
Ora è troppo tardi per aiutare Lucio, ma può forse risparmiarsi altro dolore.
Perché scoprire d’essere soli in un mare d’indifferenza, è sempre straziante per chi sa donarsi appieno.
Valentina Di Cesare ha il dono di saper raccontare la vita senza scadere in banalità inutili, trite e ritrite.
Una voce letteraria attenta, onesta e piena di grazia, che, allo stesso tempo, sa colpire duro e ferire, brandendo senza alcun timore le spesso indicibili verità che neghiamo a noi stessi per tutta il tempo della nostra esistenza.
Assolutamente da leggere.

Elena Giorgi



L’anno che Bartolo decise di morire

La storia di Bartolo è la storia del prendersi cura, è un’ampia riflessione sui rapporti di amicizia, sulla loro importanza e sulle conseguenze del loro venir meno.
Bartolo è un uomo buono, è un uomo che è presenza, che dà a tutti la giusta misura delle giornate e della vita.
È legato agli amici di sempre, quelli che si porta dietro dall’infanzia e per i quali darebbe la vita.
La vita, questa cosa che ha a che fare con il tempo, con lo spazio, che si allenta e si ritrae come un elastico, che porta lontano e poi di nuovo vicino.
Bartolo soffre di una depressione silenziosa, una morsa che gli stringe il petto, mostri che appaiono di notte e che lui spera tanto di non vedere più al risveglio, ma la mattina dopo sono ancora lì, a spingere come mattoni pesanti sul suo cuore.
Non parla con nessuno, Bartolo, della sua depressione, non ne fa cenno agli amici di sempre.
Presi anche loro dai problemi di tutti i giorni, non si accorgono del male di vivere che ha invaso il cuore di Bartolo, minimizzano i suoi comportamenti e non capiscono la gravità della situazione.
Solo due amici hanno forse capito la portata di quello sta accadendo.
Nino, un vecchio maestro in pensione, che ha tagliato i ponti con il mondo intero e ha poche parole da spendere con gli altri, ma non con Bartolo, con lui intrattiene lunghe conversazioni che sono lucide e ciniche analisi della vita.
Il vecchio Nino ha capito tutto e quel tutto ha deciso di lasciarlo scorrere, nel rispetto della vita altrui.
E Lucio, sensibile più di quanto si possa immaginare, ha compreso la progressione del male, ma la vita lo porta, ancora a una volta, a sentirsi schiacciato e oppresso e la deviazione che prenderà il corso della sua storia sarà fatale per Bartolo.
L’anno che Bartolo decise di morire, di Valentina Di Cesare, scava in profondità nella vita, nella caducità dei rapporti umani, nell’imponenza della sfera personale che non lascia spazio all’altruismo, nella solitudine e nell’incapacità di prendersi cura veramente di chi diciamo di amare.
È un romanzo estremamente delicato, che si legge con la mano sul cuore e gli occhi pieni di lacrime e malinconia per quello che avrebbe potuto essere ma che siamo stati incapaci di vedere.

Stefania Iannolo



Valentina Di Cesare, L’anno che Bartolo decise di morire

L’anno che Bartolo decise di morire nessuno si era accorto di niente, forse perché erano accadute tante cose: Vito e la moglie erano lì lì per lasciarsi, una delle più grandi fabbriche della zona stava per chiudere, Giovanni era tornato in città dopo parecchi mesi, a maggio c’era stata una violenta gelata che aveva compromesso i ciliegi, il Trofeo del Sole non si sarebbe disputato. E poi c’era Lucio. Lucio che aveva perso il lavoro due anni prima ed era più scoraggiato del solito, tanto che lo stesso Bartolo, preoccupato per lui, aveva deciso di parlarne con gli amici di sempre. Con Vito, con Renzo, con Giovanni, affinché tutti insieme si cercasse un modo per aiutarlo. E insomma, di cose quell’anno ne erano successe tante, al punto che, « a ripensarci adesso, viene quasi da chiedersi come mai fossero passate in sordina» e perché nessuno si era accorto di Bartolo, di cosa gli stava succedendo dentro, sebbene «qualche segnale qualcuno lo aveva notato: solo un po’ di stanchezza negli occhi, lo sguardo inargentato di luna calante, il sorriso un battito in ritardo rispetto agli altri, e poi un’inquietudine lenta, serpentina, trasmessa dagli occhi alle ossa e al respiro, un’ondulazione iterata del pensiero, una specie di aritmia esistenziale».
Leggere L’anno che Bartolo decise di morire, di Valentina Di Cesare, pubblicato da Arkadia Editore, significa chiedersi cosa vuol dire crescere e diventare adulti – quand’è che siamo diventati adulti? – perché potrebbe sembrare che niente di ciò che accade ci cambi veramente. Potrebbe sembrare che la vita sia “un intervallo continuo”, quando invece ogni cambiamento ci attraversa “come il rivolo che scanala le pietre” e quando ce ne accorgiamo è ormai troppo tardi. Per noi stessi e per le persone che ci sono vicine e che forse non ci conoscono, non del tutto, non in profondità. È ciò che accade a Bartolo e a Lucio e a tutti i personaggi di questo romanzo che sono cresciuti insieme, che insieme sono diventati grandi con l’illusione però di essere rimasti sempre gli stessi di quando erano bambini. Perché c’è chi riesce a vivere per sempre in questa illusione e chi no. E chi non ci riesce è perché avverte il dolore del mondo, e presta ascolto alle parole degli altri, perché se non ascoltasse le parole degli altri, non ascolterebbe neanche le sue.
L’anno che Bartolo decise di morire è ambientato in una città imprecisata e in un periodo storico indefinito. Questa indeterminatezza non è limite ma sostanza. Permette infatti di ritrarre un mondo immutabile quando invece il tempo scorre e produce strappi, lacerazioni, ferite insanabili. È come in una danza dove sembra che i movimenti siano sempre identici. I capitoli che si aprono con la ripetizione della frase del titolo, «L’anno che Bartolo decise di morire», mimano questa danza i cui movimenti appaiono identici e invece sono ogni volta più ampi, articolati, estesi, colmi di dolore, tragici, irreparabili: perché sono la conseguenza dei movimenti precedenti e li contengono tutti, gli errori compiuti, anche, e le parole non dette, i gesti taciuti e il senso di colpa che poi ci attanaglia. Perché se avessimo prestato abbastanza attenzione a quando ogni cosa è cominciata, fin dall’inizio, fin dal primo singolo passo che pure era innocente e puro e semplice, avremmo intuito come davanti a esso si profilasse invece l’ombra minacciosa del tempo che trasforma la fanciullezza in adolescenza e l’adolescenza nell’età adulta e poi in quella della maturità. Senza scampo. Senza possibilità alcuna di spezzarla, questa catena della vita che siamo.
In sintesi – e sempre ammesso che poi Bartolo muoia davvero e se tutto Bartolo o soltanto una parte di lui e quale – si potrebbe dire che l’anno in cui Bartolo decise di morire ogni cosa era in verità già cominciata ad accadere. Da prima, da anni, da lungo tempo: e se non da sempre, di certo dal momento in cui egli era venuto al mondo.
«L’anno che Bartolo decise di morire, nessuno si era accorto di niente. Parenti, amici e conoscenti non avevano sospettato nulla di quel che stava per accadere. Ogni cosa era uguale a sempre: l’estate era finita, l’azzurro del cielo si affievoliva e il sole di settembre aveva ripreso a tergiversare dietro gli alberi e le antenne della piccola città. Il vento a volte si alzava già rapido al mattino, muoveva le foglie e i rami con rumore di ventagli, e trasportava via le fronde delle piante sui balconi. Al primo accumulo di nubi, gli uccelli volavano bassi, come impauriti, sdrucendo l’orizzonte per mettersi al riparo sotto i tetti, mentre l’odore della pioggia si era già sprigionato e, in un momento, le prime gocce battevano sui vetri e le ringhiere stinte.»

Valentina Di Cesare è nata a Sulmona ed è cresciuta a Castel di Ieri, in provincia dell’Aquila. È insegnante di lettere alle scuole medie e giornalista culturale. Nel 2014 ha pubblicato il suo primo romanzo Marta la sarta (Tabula Fati) mentre nel 2017 è uscito, per Urban Apnea Edizioni di Palermo, un suo racconto lungo intitolato Le strane combinazioni che fa il tempo.

Gianluca Minotti



“L’anno che Bartolo decise di morire”
L’anno che Bartolo decise di morire, fu l’anno in cui Lucio venne seppellito

L’anno che Bartolo decise di morire, Valentina Di Cesare, Arkadia. Bisogna un po’ morir per poter vivere, e arrivederci amore ciao, le nubi sono già più in là, recitano i versi di una celebre canzone che è diventata oggetto del dramma per Moretti in una sua famosa e riuscita opera e che è evocata anche nel titolo di un bel – come al solito – testo di Carlotto: Bartolo, il protagonista del brillantissimo, struggente, straziante, emozionante, commovente fino alle lacrime, perché molto difficilmente chi legge non si sentirà di ritrovarsi come dinnanzi a uno specchio rispetto alla pagina, scritto di Valentina Di Cesare, che parla all’anima con voce piena, è un uomo buono. Semplice. Puro. Che ha il dono dell’empatia, che si preoccupa sempre per gli altri e che non vuole che gli altri si preoccupino per lui, che si imbarazza, che dà prima di ricevere, che soffre di una depressione latente che per pudore non confida ai suoi amici, tutti giustamente presi dai loro problemi, ognuno dai suoi, che ama da sempre, con cui è cresciuto, perché si vergogna, pensa che in fondo non ha diritto di lamentarsi. I buoni, si sa, si mettono sempre da parte. E si sentono in colpa. Perché sperano che il resto del mondo abbia la loro stessa capacità di accorgersi prima, senza che siano necessarie parole. Forse, però, significa pretendere troppo, da sé e dagli altri. Maestoso.

Gabriele Ottaviani



Intervista a Valentina Di Cesare

È uscito questa primavera il secondo romanzo di Valentina Di Cesare, dal titolo L’anno che Bartolo decise di morire (casa editrice Arkadia). Bartolo è un uomo che si sente profondamente solo, malgrado abbia un gruppo di amici apparentemente presenti. Nessuno sembra accorgersi del suo malessere. È un libro sul dolore che resta inascoltato, sull’incapacità di cogliere i segnali di sofferenza e le richieste di aiuto di chi ci vive accanto, sull’inadeguatezza delle relazioni e dell’amicizia al giorno d’oggi. Alla crisi dei rapporti umani fa da controcanto la crisi economica e sociale. La morte annunciata nel titolo a un certo punto arriva (anche se non sarà Bartolo a morire). E a fare i conti con essa è una intera comunità, protagonista nel libro attraverso una galleria di riusciti personaggi maschili, tutti compromessi, tutti trattenuti dall’incapacità di emergere da abissi tanto impalpabili quanto concreti. Un romanzo amaro, che si avvale di una lingua onesta, sorvegliata – di cui l’autrice ha piena consapevolezza – per raccontare solitudine e disagio della provincia.

DDA: Da dove nasce la necessità di raccontare questa storia? Che genesi ha avuto il libro?

VDC: “L’anno che Bartolo decise di morire” è un romanzo ricco di interrogativi sui rapporti umani, sui meccanismi che li governano e sulla capacità di ognuno di noi di ascoltare e comprendere i bisogni degli altri, in particolare nei momenti di difficoltà. L’ho scritto nel giro di un anno, ma i primi abbozzi sono cominciati circa tre anni fa, nel 2016, con la stesura di un racconto intitolato “Una persona eccezionale”, apparso anche online anche con un altro titolo, “Natale 99”. Rileggendolo ora, mi rendo conto che si trattava di una sorta di traccia preparatoria al romanzo.  L’esigenza di scriverlo è nata dall’osservazione della realtà e, chiaramente, dagli aspetti che di essa mi interessano di più, sui quali a mia volta mi interrogo. Come si fa ad aiutare veramente qualcuno? Chi può riuscirci e come? Che rischi corre una persona in grado di sentire le esigenze altrui e stare vicino a chi ne ha bisogno? Ho cercato di soffermarmi sull’attenzione che spesso manca tra le persone nei rapporti quotidiani, anche in quelli che crediamo più stretti e dunque assodati, invincibili, ho riflettuto sulla superficialità con cui spesso liquidiamo i comportamenti dei nostri simili, specie quando non li comprendiamo subito, o quando non sono consueti oppure quando non rispecchiano le nostre aspettative.  Stare vicino alle persone a cui siamo legati richiede impegno: talvolta vuol dire mettere da parte l’idea che avevamo di loro e soprattutto di noi stessi, anche per questo è cosa difficile e molto rara. Aiutare davvero qualcuno ci mette dinanzi ai nostri limiti e non tutti hanno intenzione di guardarli in faccia veramente.

DDA: Nel libro incontriamo una serie di personaggi di cui lei si serve per raccontare l’amicizia e il suo fallimento all’interno dei rapporti umani. È un sentimento di cui non conosciamo più il significato?

VDC: Non sono una sociologa, non voglio rischiare di dire banalità e sui temi più complessi questo è di certo un rischio che si corre facilmente. Quello che ho dell’amicizia è un pensiero altissimo, fondamentale, primario ma non credo di essere la sola. Coltivo questo sentimento con grande abnegazione, pretendo molto dai miei amici, forse troppo. Se dovessi dare la colpa alla letteratura, posso dire che il mio primo libro è stato “Il Mago di Oz“, l’ho letto che avevo sei anni. Posso dire che parte di questo forte interesse sia scaturito da lì, è inutile negarlo, poiché quel racconto fantastico è stato per me una vera ossessione durante l’infanzia e l’adolescenza e lo è tuttora e in effetti, se ci penso bene, soprattutto di amicizia, parlano, seppure in forme diverse, tutti e tre i libri che ho finora pubblicato. Mi rendo conto di essere stata sempre attratta da questo sentimento e da tutte le sue sfaccettature, probabilmente per l’elettività che lo caratterizza, ancor di più dell’amore, e ho continuato ad esplorarlo anche nella scelta di letture più mature, fatte col passare del tempo: penso ai classici greci e latini, alle Lettere a Lucilio di Seneca a Platone, a Cicerone per dirne alcuni.  Sto divagando, chiedo scusa:  tornando alla questione e cercando di evitare affermazioni stile slogan, credo che nel tempo che viviamo ci sia un gran vuoto individuale e, di conseguenza, un eccessivo timore di stringere legami elettivi perché questi prevedono scelte e le scelte, specie se ben precise, sono considerate arrischiate, imprudenti. Nel secolo in cui bisogna avere tutto o, peggio ancora, far sapere a tutti di averlo, l’amicizia non è certo esente da certi meccanismi e confonderla con altro è abbastanza semplice. Peccato, perché donare il proprio tempo a compagnie non scelte attraverso la misura del cuore e dei sentimenti in comune, per qualsiasi motivo si faccia, è un brutto affronto soprattutto a se stessi.

DDA: Ci parli dell’ambientazione a cui si è ispirata, delle sue scelte.

VDC: L’ambientazione che naturalmente prediligo è la provincia, perché in provincia sono nata e cresciuta e, adesso che sono maturata e ho scelto la strada della scrittura, ho finalmente consapevolezza di quanto “materiale” io abbia accumulato in quegli anni, materiale involontario appunto, la gran parte del quale penso debba ancora riemergere. Allora erano tutte intuizioni confuse, bagliori incontrollati che non sapevo definire né valutare ora finalmente tutto mi è chiaro e tutte le folgorazioni di quegli anni hanno assunto un significato preciso. Ogni tanto si palesa qualcosa che viene da quei tempi e si incontra a sua volta con la mia vita attuale e con l’osservazione quotidiana che faccio, così piano piano, sia consapevolmente che inconsapevolmente, inizio a lavorarci.

DDA: Si divide tra narrativa e scrittura critica, quale è il campo in cui si sente più a suo agio?

VDC: Narrare e vivere sono per me la stessa cosa, e per questo non mi sono mai trovata d’accordo con la tendenza così diffusa di mettere da una parte la vita e dall’altra l’opera, non mi riesce di disgiungerle, lo trovo profondamente innaturale. Ideare, creare, comporre una storia, impegnarmi affinché le parole possano combaciare con le intuizioni sono azioni che occupano quotidianamente la mia mente anche in maniera inconsapevole. Quanto alla critica, i miei sono piccoli contributi ai quali lavoro con dedizione. Diciamo che fare critica o tentare di farla è un piccolo grande dovere che esercito con rispetto e, perché no, con una punta di idealizzazione, nei confronti della Letteratura. Credo ciecamente nel ruolo che essa può esercitare nella vita delle persone e, soprattutto, le sono grata per ciò che dà a me,  perciò è il minimo che io possa fare.

DDA: Quali sono i suoi autori di riferimento, quali le letture più amate e perché?

VDC: Frequentavo il Liceo Classico “Ovidio” di Sulmona e il mio professore di latino e greco era il referente dell’antica biblioteca annessa alla scuola. Per incoraggiare noi studenti a leggere, propose una specie di gioco al quale accettai di partecipare: in base alle nostre personalità avrebbe scelto per noi libri che avremmo dovuto leggere a scatola chiusa, fidandoci. Il primo che scelse per me fu “Il sentiero dei nidi di ragno” di Italo Calvino che così divenne uno dei miei autori fondamentali, insieme ad altri via via scoperti in adolescenza, tra i quali Antonio Tabucchi, Giuseppe Pontiggia, Luigi Malerba, Dino Buzzati (in letteratura, all’esame di maturità portai “Il deserto dei Tartari“). All’università, grazie alla “mediazione” di un altro professore (con alcuni docenti sono stata fortunata) mi innamorai di moltissimi scrittori tra i quali Slataper, Jahier, Palazzeschi, Cialente, Parise, Savinio, Landolfi, Flaiano, Bufalino (cito quelli che continuo a rifrequentare per reale desiderio e “vicinanza” ma certamente ne dimenticherò diversi)  e mi laureai su Giorgio Caproni. Conoscere, leggere e analizzare interamente la sua opera, ha rappresentato l’inizio di una nuova consapevolezza innanzitutto come essere umano e  poi  come lettrice e, quindi, come futura scrittrice.  Non ho mai scritto né scriverò mai un solo rigo di poesia ma ne leggo molta, moltissima, sia di autori passati che contemporanei, sia stranieri che italiani. Trovo che sia indispensabile, specie per chi, come me, ha l’esclusiva vocazione alla narrativa. Allo stesso modo, non abbandono i classici, soprattutto latini e greci. Sono letture impegnative che alterno di continuo al resto, ma la loro bellezza e la loro ricchezza sono talmente affascinanti e attuali che sarebbe un sacrilegio privarsene, soprattutto in termini umani. Leggo molti narratori contemporanei, ma non sono legata a nessun genere in particolare o a particolari mode e/o argomenti. Mi piace spaziare disordinatamente da un testo all’altro, non seguo nessuna logica e mi destreggio di volta in volta tra fiuto personale e consigli di persone fidate. Ma comunque, e ci tengo a dirlo, ad eccezione di quelli di Tolstoj, per me non ci sono libri necessari, tanto più i miei.

Daniela D’Angelo



Quando la solitudine uccide

Bartolo lavora in un museo, è un uomo buono, capace di stare accanto agli amici e di ascoltarli. Soffre di depressione ma per pudore non confida a nessuno il suo disagio. Gli unici con cui ha un dialogo franco sono il maestro Nino, sempre pronto a dare consigli sul “saper vivere”, e l’amico Lucio, che, dopo il fallimento del suo matrimonio e la perdita del lavoro, decide di compiere un gesto drastico, che scuote Bartolo nel profondo. In seguito a questo fatto la storia prende una rotta inaspettata, regalando un finale sorprendente. Il secondo romanzo di Valentina Di Cesare, L’anno che Bartolo decise di morire, è un’operetta morale; un affresco sulla precarietà delle relazioni e sulla solitudine esistenziale del mondo contemporaneo.

Eleonora Molisani



«Amo la provincia è di ispirazione per i miei romanzi» 

È uscito “L’anno che Bartolo decise di morire” il nuovo libro della scrittrice di Castel di Ieri 

«Non c’è un protagonista unico, ma un punto di vista privilegiato che è quello di Bartolo». Valentina Di Cesare presenta così il suo secondo romanzo, “L’anno che Bartolo decise di morire”. Il libro è da giovedì 20 in libreria per la collana di narrativa “Senza rotta” della casa editrice Arkadia, ed esce cinque anni dopo “Marta la sarta”, esordio della scrittrice originaria di Castel di Ieri. Di Cesare, insegnante di lettere a Milano, dà alle stampe quello che considera «un romanzo corale», nel quale fa i conti con temi quali la solitudine e l’incomprensione, la precarietà dei rapporti umani ma anche quella del lavoro.

Chi è Bartolo?

È un uomo di mezza età che vive in una piccola città di provincia. Ha il suo gruppo di amici che frequenta dall’infanzia, e che col passare del tempo rivelano le proprie debolezze: chi per i condizionamenti della famiglia, chi per un matrimonio infelice, chi perché pensa solo al lavoro. Bartolo è sempre presente nelle vite degli amici ma, poiché non si lamenta mai, loro pensano che stia bene e non abbia bisogno di nulla, quasi non lo considerano, e tra loro c’è solo uno che si accorge della sua forte depressione.

La precarietà è in fondo la vera protagonista di questo romanzo?

Viviamo in una società in cui sono forti l’individualismo, anche involontario, e l’incapacità di comprendere quando intorno a noi ci sia dolore, anche nelle persone più vicine che riteniamo di conoscere: percepiamo le cose solo quando emergono in maniera evidente, non ci si ferma mai a osservare i dettagli.

Nella storia di Bartolo emerge solo la precarietà dei rapporti umani?

No, anche quella sociale ed economica, dovuta alla preoccupazione per l’instabilità lavorativa. Alcuni amici di Bartolo non hanno un buon lavoro o stanno per perderlo. Altri invece godono di una certa tranquillità perché le famiglie li hanno aiutati, si sono giovati di una “raccomandazione”: è un aspetto purtroppo vivo nella nostra cultura, a causa del quale molti non comprendono determinati problemi.

Lei vive a Milano, una grande città che non ha toccato le sue corde creative.

Sinceramente mi sento più ispirata dai luoghi dove sono nata e cresciuta, che sono quelli in cui ci si scopre, dove sembra che non accada niente perché non succede nulla di sconvolgente. I piccoli centri hanno tanti svantaggi, ma di contro offrono più vicinanza alle cose, si vede più da vicino come funzionano i rapporti tra le persone ed è più difficile passare inosservati.

Le cittadine di Bartolo e Marta sono un posto in particolare?

No, cerco di non localizzare nel tempo e nello spazio le storie: ho la vocazione a non dare riferimenti perché parlo di sentimenti che considero centrali e che sono sempre gli stessi, senza far risaltare il contorno. Certe sensazioni sono uguali a tutte le latitudini e non cambiano col tempo. La scrittura è una cosa che si dà al lettore: in fondo a lui appartiene il libro, e quando si materializza a lui spetta di collocarlo in un tempo e in uno spazio.

Come è cambiata dal suo esordio a questo secondo romanzo?

“Marta la sarta” è stata un po’ un’esplosione di emozioni incontrollate, con la vocazione per la scrittura che veniva fuori. In entrambi resta uno stile abbastanza riconoscibile, un’atmosfera ovattata, non un realismo vero e proprio. Poi in cinque anni si cambia, e in “Bartolo” c’è stato anche l’aiuto dell’editor che ha tirato fuori capacità che non credevo di avere.

Il suo primo libro è stato tradotto in rumeno: l’ha emozionata?

È avvincente pensare di essere letta in un’altra lingua, anche se lo facesse una sola persona. È iniziato per caso: durante un convegno all’Università di Craiova ho conosciuto un professore di lettere, siamo rimasti in contatto, gli ho spedito il libro e lui l’ha proposto a un dottorando per tradurlo. È in corso una traduzione in spagnolo e un capitolo sarà tradotto in arabo su una rivista dell’Università del Cairo: cose che nascono per caso, da rapporti umani e con un po’ di inconsapevolezza, ma dalle quali arrivano risultati importanti.

Da “Marta la sarta” ha anche tratto uno spettacolo la regista Eva Martelli: si è riconosciuta nella versione teatrale?

Mi ha molto emozionata: è stata un’interpretazione bellissima e acuta, che ha dato nuova vita ai personaggi con un’energia che non avevo visto. Vi ho ritrovato le sensazioni di quando lo scrivevo: è stato un viaggio surreale dentro me stessa, che mi ha fatto venire voglia di rileggermi.

Da insegnante di lettere come vede i ragazzi di oggi e il loro rapporto con la lettura?

È importante che leggano ed è importante che un professore sappia sostenerli e incoraggiarli con begli esempi. In questa età si inizia a far capire quanto sia importante studiare: è una bella responsabilità e io ce la metto tutta.

Andrea Rapino 



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