“I giovani e la crisi del Covid-19” su L’Unione Sarda

Saggio. Un’indagine su un campione di oltre 500 giovani sardi e non

I giovani e il virus: «Si fidano delle istituzioni»

Sorpresa. I giovani hanno fiducia nelle istituzioni e la loro domanda di punti di riferimento solidi e sicuri, nella scuola come nello Stato, è altissima. È certamente questo l’elemento che più colpisce nella ricerca sul campo, fatta da un gruppo di studiosi al culmine della crisi da Coronavirus; un’indagine sociologica, ora raccolta in un volume pubblicato da Arkadia col titolo “I giovani e e la crisi del Covid-19. Prove di ascolto diretto” (introduzione di Albo Bonomi). Coordinato da Mauro Tuzzolino, ricercatore con una consolidata esperienza sui temi di sviluppo e delle politiche attive del lavoro, il team (composto da Albino Gusmeroli, Claudio Onnis, Vittorio Lo Verso, Matteo Massa, Maria Pia Piazzolante e Francesca Tuveri), ha ascoltato 567 giovani, distribuiti tra Cagliari, Guspini, Palermo, Sondrio e Marche disegnando così un mosaico che comprende tutte le aree geografiche. E pur soffrendo il limite temporale di un lavoro fatto nell’immediatezza di un evento straordinario come la pandemia, cui ha fatto seguito «il più grande esperimento psicologico» del lungo lockdown, la ricerca indica linee precise, tanto più preziose ora che ci si ritrova immersi nelle paure di appena qualche mese fa, con la prospettiva abbastanza concreta di nuove, robuste limitazioni. «Quale segno lascerà nei giovani tutto questo, se non possono fare quello per cui sono progettati? È su questa domanda che abbiamo cominciato a lavorare», spiega Mauro Tuzzolino, padre di due ragazzi, riferimento costante per capire bisogni e aspettative. «Per me è stato straordinariamente interessante scoprire quanto i giovani abbiano, con le loro risposte, espresso una domanda di buone istituzioni. Alla condizione emotiva di disorientamento, marcata da tutti e legata alla consapevolezza della sottrazione di futuro, risponde una richiesta decisa di scuola. La didattica a distanza, per quanto i professori si siano adoperati al meglio, resta una didattica di resilienza. La scuola è vissuta come un luogo di relazione ma anche di protezione». Va da sé che le risposte siano condizionate dalla disponibilità o meno di una rete efficiente (la geografia gioca un ruolo decisivo) o dall’avere un computer tutto per sé e non in condominio con altri familiari. In questo caso emerge forte il divario tra i ragazzi del Nord e quelli del Sud. Questi ultimi hanno vissuto con maggiore angoscia l’esperienza del lockdown «riconducibile proprio al fatto di avere intorno istituzioni più fragili». Un altro spunto sul quale vale la pena di riflettere è il dato secondo cui le ragazze sono più pessimiste dei loro coetanei. «Sono segnali da non sottovalutare: il futuro fa più paura al Sud, terra dove le ragazze avvertono una maggiore difficoltà di avere una prospettiva solida. Emerge chiaro quanto nei giovani ci sia la consapevolezza che questa crisi è legata a un modello organizzativo sociale che coinvolge i temi dello sviluppo legato alla sua sostenibilità, e incrocia la domanda con le tematiche ambientali, verso le quali mostrano attenzione e sensibilità». Il virus e le nostre azioni ci riportano di nuovo in un tempo un po’ sospeso. I ragazzi sono tornati a scuola, sia pure con tutte le limitazioni: «Non poterci andare gli ha fatto capire quanto preziosa sia. Non bisogna trascurare questo bisogno».

 

Caterina Pinna

 

 


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