I giovani e la crisi del Covid-19


“I giovani e la crisi del Covid-19. Prove di ascolto diretto”

Un confronto sul tema della pandemia e sulle tracce che essa può sedimentare sulla popolazione giovanile.

 

“I giovani e la crisi del Covid-19. Prove di ascolto diretto”

“I giovani e la crisi del Covid-19. Prove di ascolto diretto” è il titolo del webinar che sarà trasmesso in diretta sulla pagina Facebook di Matex TV (click qui), venerdì 6 novembre alle ore 11:00. Un confronto sul tema della pandemia e sulle tracce che essa può sedimentare sulla popolazione giovanile.

Il programma

Si parte dall’inchiesta di Mauro Tuzzolino appena pubblicata da Arkadia editore che, durante il lockdown della scorsa primavera, ha ascoltato centinaia di giovani: aspetti e impatti emotivi, la didattica a distanza, la fiducia nelle nostre istituzioni, desiderio di cambiamento costituiscono alcuni degli ambiti di approfondimento di questi “lavori in corso” che hanno l’obiettivo di tendere l’orecchio verso l’universo giovanile in un momento così inedito e straordinario come l’attuale. Modera il confronto la sociologa Ester Cois. Oltre all’autore dell’inchiesta, intervengono Maria Pia Pizzolante e Francesca Tuveri. Al sociologo Aldo Bonomi il compito di concludere. L’evento fa parte della rassegna “Pensiero e azione politica tra attualità e storia” a cura della Scuola di Cultura Politica Francesco Cocco. Prossimamente sul canale 272 del Digitale Terrestre e su www.matex.tv.

 

Il link alla segnalazione su Sardegna Reporter: https://bit.ly/2Uh9h9u



Giovani e Pandemia: se ne parla su Matex TV

6 novembre, ore 11,00_ WEBINAR “I giovani e la crisi del Covid-19. Prove di ascolto diretto”. Dialogo con Mauro Tuzzolino

È il titolo del webinar che sarà trasmesso in diretta sulla pagina Facebook di Matex TV (https://lnkd.in/ebz9vHm), venerdì 6 novembre alle ore 11,00. Un confronto sul tema della Pandemia e sulle tracce che essa può sedimentare sulla popolazione giovanile. Si parte dall’ inchiesta di Mauro Tuzzolino appena pubblicata da Arkadia editore, che durante il lockdown della scorsa primavera ha ascoltato centinaia di giovani: aspetti ed impatti emotivi, la didattica a distanza, la fiducia nelle nostre istituzioni, desiderio di cambiamento costituiscono alcuni degli ambiti di approfondimento di questo “lavori in corso” che ha l’obiettivo di tendere l’orecchio verso l’universo giovanile in un momento così inedito e straordinario come l’attuale. Modera il confronto la sociologa Ester Cois. Oltre all’autore dell’inchiesta, intervengono Maria Pia Pizzolante e Francesca Tuveri. Al sociologo Aldo Bonomi il compito di concludere. L’evento fa parte della rassegna “Pensiero e azione politica tra attualità e storia” a cura della Scuola di Cultura Politica Francesco Cocco. Prossimamente su Matex Tv, canale 272 del Digitale Terrestre, e su www.matex.tv.

 

Il link alla segnalazione su Mediterranews: https://bit.ly/2UjF0XB



Saggio. Un’indagine su un campione di oltre 500 giovani sardi e non

I giovani e il virus: «Si fidano delle istituzioni»

Sorpresa. I giovani hanno fiducia nelle istituzioni e la loro domanda di punti di riferimento solidi e sicuri, nella scuola come nello Stato, è altissima. È certamente questo l’elemento che più colpisce nella ricerca sul campo, fatta da un gruppo di studiosi al culmine della crisi da Coronavirus; un’indagine sociologica, ora raccolta in un volume pubblicato da Arkadia col titolo “I giovani e e la crisi del Covid-19. Prove di ascolto diretto” (introduzione di Albo Bonomi). Coordinato da Mauro Tuzzolino, ricercatore con una consolidata esperienza sui temi di sviluppo e delle politiche attive del lavoro, il team (composto da Albino Gusmeroli, Claudio Onnis, Vittorio Lo Verso, Matteo Massa, Maria Pia Piazzolante e Francesca Tuveri), ha ascoltato 567 giovani, distribuiti tra Cagliari, Guspini, Palermo, Sondrio e Marche disegnando così un mosaico che comprende tutte le aree geografiche. E pur soffrendo il limite temporale di un lavoro fatto nell’immediatezza di un evento straordinario come la pandemia, cui ha fatto seguito «il più grande esperimento psicologico» del lungo lockdown, la ricerca indica linee precise, tanto più preziose ora che ci si ritrova immersi nelle paure di appena qualche mese fa, con la prospettiva abbastanza concreta di nuove, robuste limitazioni. «Quale segno lascerà nei giovani tutto questo, se non possono fare quello per cui sono progettati? È su questa domanda che abbiamo cominciato a lavorare», spiega Mauro Tuzzolino, padre di due ragazzi, riferimento costante per capire bisogni e aspettative. «Per me è stato straordinariamente interessante scoprire quanto i giovani abbiano, con le loro risposte, espresso una domanda di buone istituzioni. Alla condizione emotiva di disorientamento, marcata da tutti e legata alla consapevolezza della sottrazione di futuro, risponde una richiesta decisa di scuola. La didattica a distanza, per quanto i professori si siano adoperati al meglio, resta una didattica di resilienza. La scuola è vissuta come un luogo di relazione ma anche di protezione». Va da sé che le risposte siano condizionate dalla disponibilità o meno di una rete efficiente (la geografia gioca un ruolo decisivo) o dall’avere un computer tutto per sé e non in condominio con altri familiari. In questo caso emerge forte il divario tra i ragazzi del Nord e quelli del Sud. Questi ultimi hanno vissuto con maggiore angoscia l’esperienza del lockdown «riconducibile proprio al fatto di avere intorno istituzioni più fragili». Un altro spunto sul quale vale la pena di riflettere è il dato secondo cui le ragazze sono più pessimiste dei loro coetanei. «Sono segnali da non sottovalutare: il futuro fa più paura al Sud, terra dove le ragazze avvertono una maggiore difficoltà di avere una prospettiva solida. Emerge chiaro quanto nei giovani ci sia la consapevolezza che questa crisi è legata a un modello organizzativo sociale che coinvolge i temi dello sviluppo legato alla sua sostenibilità, e incrocia la domanda con le tematiche ambientali, verso le quali mostrano attenzione e sensibilità». Il virus e le nostre azioni ci riportano di nuovo in un tempo un po’ sospeso. I ragazzi sono tornati a scuola, sia pure con tutte le limitazioni: «Non poterci andare gli ha fatto capire quanto preziosa sia. Non bisogna trascurare questo bisogno».

 

Caterina Pinna

 

 



Covid e scuola: gli studenti promuovono la Dad, “purché resti una dinamica dell’emergenza”. Lo studio

Una ricerca su quasi 600 studenti, contenuta nell’ebook “I giovani e la crisi del Covid-19. Prove di ascolto diretto”, rivela la fiducia nelle istituzioni e la necessità di una maggiore cura e protezione collettiva

Lo si è detto a più riprese e ribadito ogniqualvolta si siano sollevati dubbi e ostacoli alla riapertura delle scuole in questo funesto tempo da Covid: le prime vittime del lockdow sono state le ragazze e i ragazzi, scolari e studenti, ai quali si sta sottraendo una parte importante della fase di crescita culturale e sociale. Questa esperienza, fatta di interazioni virtuali e didattica a distanza (nota come Dad), conseguenza della chiusura delle classi e del confinamento in casa, ha imposto a giovani e giovanissimi nuovi paradigmi sociali e un inedito modo di rapportarsi all’apprendimento e alla cultura.  Pagina buia semplicemente da archiviare o piuttosto esperienza inedita da cui è nata una nuova “consapevolezza” che rafforza la percezione della società? La parola va data agli interessati. Quel che emerge, al di là delle performance molto variabili e della inadeguatezza tecnologica, è la centralità della ‛presenza’ nei processi di apprendimento e di costruzione della socialità di base”, dice Mauro Tuzzolino, coordinatore di un progetto sociologico condensato nell’ebook I giovani e la crisi del Covid-19. Prove di ascolto diretto, edito da Arkadia Editore. La testimonianza di 567 tra studenti e studentesse di istituti superiori di diversi luoghi d’Italia, sentiti tra il 18 aprile e il 5 maggio, rappresenta un punto di vista essenziale ancor di più nel momento in cui la riapertura delle scuole è la vera sfida contro la damnatio del virus.

Gli studenti e la Dad

Il venir meno dell’incontro e del confronto è la criticità più sentita. Ma sulla Dad i giovani sono chiari: molto dipende da servizi e strutture che il territorio di appartenenza offre. Il 44 per cento dei ragazzi e delle ragazze intervistate la valuta ottima o buona, il 35 per cento dà un giudizio di sufficienza mentre solo il 21 per cento degli intervistati dà un voto negativo alla propria esperienza. L’apprezzamento è maggiore nella fascia d’età 25-35 anni per cui il metodo di studio autonomo è già prevalente. “All’universo di coloro che hanno dato un giudizio negativo della didattica a distanza – spiega il docente e studioso – abbiamo chiesto di indicarci le motivazioni: il 39% lo attribuisce all’assenza di relazione umana, il 32% a una scarsa predisposizione dei docenti all’utilizzo di queste nuove modalità, il 19% a problemi di connessione, l’8% a tecnologia inadeguata”.

Fiducia e fragilità

Il dato si fonde con il quadro confortante del pensiero dei nostri giovani, così come descritto dallo studio: la maggior parte degli intervistati manifesta fiducia nelle istituzioni della rappresentanza democratica e nelle principali funzioni che esse esercitano, mentre quasi uno su due esprime fiducia nell’Europa (“tutto sommato un tasso di fiducia superiore a tutte le più recenti rilevazioni”). Numeri da cui si nota che i ragazzi e le ragazze “non sembrano nutrire particolare fiducia nella Chiesa”, apprezzando però le attività di volontariato che spesso sono promosse dal mondo cattolico. Una contraddizione, almeno all’apparenza. “Dalle risposte dei ragazzi emerge però la necessità di una maggiore cura e protezione, di welfare e di accompagnamento”, che sottende alla “riscoperta della propria fragilità” da parte dei giovani e quindi alla necessità di “maggiore protezione collettiva”. Emerge lo “smarrimento” per aver subito “un’espropriazione del proprio futuro”, conseguenza del maggiore senso di insicurezza che si palesa in particolar modo nelle ragazze e nei giovani del Sud, specie se vivono in un ambiente urbano. “I giovani sono disorientati e ancora più di prima avvertono con paura il ridimensionamento dello spazio di azione”.

L’emergenza e la scuola digitale

Dal lavoro, cui hanno contributo Aldo Bonomi (che ha firmato l’introduzione ndr), Albino Gusmeroli, Claudio Onnis, Vittorio Lo Verso, Matteo Massa, Maria Pia Pizzolante e Francesca Tuveri, emerge la capacità di resilienza della comunità educante – docenti studenti genitori e istituzione scuola – in una catena di attività da “lavori in corso”, come la definisce l’autore, capace di supportare gli individui in una “dinamica di auto aiuto”. “La didattica a distanza è stata un esperimento importante che ci consente oggi più di ieri di apprezzare, come in un’analisi swort, punti di forza e di debolezza”. Ma la Dad “è stata una dinamica dell’emergenza, come dicono i ragazzi”, puntualizza Tuzzolino aggiungendo che “nessuno immagina che possa essere sostitutiva della didattica tradizionale”. Ciò non toglie, continua l’autore, che “un’evoluzione verso la scuola digitale di cui si è tanto parlato e discusso in questi anni appare urgente per riallineare il rapporto con i linguaggi e la sintassi della contemporaneità, per ridefinire il rapporto docente-studente, che appare logoro ormai da tempo, per ripensare il rapporto con lo spazio didattico che può e deve essere un mix di ambienti formativi”.

 

Antonella Loi

 

Il link all’articolo su Tiscali News: https://bit.ly/2SyN7i5



Mauro Tuzzolino: «La pandemia ha disorientato i nostri ragazzi. Sentono il futuro ancora più fragile»

SOCIETÀ Opera letteraria, mista allo studio statistico e alla percezione del Coronavirus nei giovani, “I giovani e la crisi del Covid-19. Prove di ascolto diretto”, ricerca coordinata dal professore palermitano Mauro Tuzzolino (pubblicata in ebook da Arkadia Editore), è un approfondimento di ciò che realmente la pandemia può modificare nelle persone, con particolare riferimento ai giovani: «Di fronte alla “riscoperta” della propria fragilità, ritorna una richiesta di maggiore protezione collettiva».

Opera letteraria, mista allo studio statistico e alla percezione del Covid-19 nei giovani, “I giovani e la crisi del Covid-19. Prove di ascolto diretto”, e-book scritto dal professore Mauro Tuzzolino e pubblicato lo scorso 9 settembre dalla collana scientifica di Arkadia Editore rappresenta il primo dattiloscritto che esula dalle varie antologie scritte in tempi di lockdown, troppo simili le une alle altre. Nell’opera di Tuzzolino vi è un approfondimento delle emozioni, sensazioni e di ciò che realmente la pandemia può modificare nelle persone, con particolare riferimento ai giovani.

Il professore Tuzzolino, palermitano, classe 1967, ha consolidato un’esperienza sui temi dello sviluppo locale, del territorio, della programmazione negoziata, delle politiche attive del lavoro e della programmazione comunitaria. Ha inoltre maturato con ruolo apicale esperienze gestionali, decisionali e di rappresentanza di strutture complesse. Dal 2010 ad oggi ha svolto varie attività di consulenza e di direzione scientifica nell’ambito della programmazione negoziata, dell’attuazione di progetti europei e nell’ambito del management culturale. Attualmente Tuzzolino è direttore del Flag “Pescando – Sardegna Centro Occidentale”, nonché ricercatore del consorzio Aaaster di Milano, e vanta un curriculum eccellentissimo, conquistato sulla via della ricerca per il miglioramento sociale e sociologico, tant’è che dal 2001 al 2008 ha ricoperto la carica di amministratore delegato di Sviluppo Italia Sardegna spa, dal 2009 al 2012 di direttore generale di Sci srl , società specializzata nelle nuove tecnologie applicate ai settori education, turismo e beni culturali, nonché di Presidente dell’associazione culturale Eutropia dal 2009 al 2018. Vanta collaborazioni a pubblicazioni di primari istituti di ricerca e una infinità di pubblicazioni di articoli tecnici per riviste specializzate.

Professore Tuzzolino, quali sono i dati che di questa innovativa ricerca che è diventata un e-book, salito in pochi giorni al secondo posto nelle classifiche di vendita dei book store on line?

«I dati? Sono in primis 567 giovani che hanno gentilmente contribuito a questa raccolta. Dati e sussurri che vanno sfogliati, osservati, rielaborati con lenti plurali, alla ricerca di uno sguardo che si fa ascolto. Una serie di suggestioni in presa diretta, dunque, con tutti i limiti che sono immediatamente intellegibili. A partire dal momento specifico di rilevazione, che costituisce variabile importante».

Quando ha iniziato?

«L’inchiesta si è svolta dal 18 aprile al 5 di maggio: si tratta di un momento particolare, siamo nel pieno dell’“implementazione” del piano pandemico. Pochi giorni fa. Eppure, forse siamo riusciti a fotografare un istante, ci auguriamo unico e non ripetibile, un istante che probabilmente avrà un peso nelle dinamiche del prossimo presente».

 Come hanno reagito i giovani che si sono prestati in un momento di incertezza, confusione e criticità?

«Questo lavoro, in un momento particolarmente critico, ha provato a mettere dinanzi a uno specchio i giovani. Dalle parole dei docenti che hanno supportato la promozione dello strumento, abbiamo capito che l’inchiesta ha sollecitato riflessione e discussione, ha spinto molti a sistematizzare e a codificare i propri pensieri liberati dal tempo, sia in chiave individuale sia sociale. E si avverte che abbiamo intercettato un bisogno. Del resto la lontananza, dato ricorrente nella risposta relativa alla sfera emotiva, è sinonimo di astrazione, possibilità di guardare con distacco al nostro modus vivendi, ampiamente inteso. Postura apollinea, insomma, che, in epoca dionisiaca come la nostra, può allenare maggiormente al pensare teorico, sempre fecondo di azione rigenerativa quando opportunamente e strettamente relazionato alla vita».

 Uno studio tutto italiano questo da lei firmato cui hanno collaborato anche altri professionisti come Albino Gusmeroli, Claudio Onnis, Vittorio Lo Verso, Matteo Massa, Maria Pia Pizzolante e Francesca Tuveri.

«Utilizzo la mia di lente e presento alcune indicazioni che questa comunicazione mi ha lasciato in dote. L’idea di fondo è che la comunità nazionale abbia retto, seppur con qualche inevitabile difficoltà, a questo difficile passaggio. L’ampia e, in alcuni casi, ritrovata fiducia nelle istituzioni della rappresentanza democratica e nelle principali funzioni che esse esercitano sembra un segnale inequivoco. Non stupisce la fiducia nell’Europa che si attesta poco sotto la metà dei nostri intervistati, tutto sommato un tasso di fiducia superiore a tutte le più recenti rilevazioni. Assume una dimensione importante la sfiducia in un istituto come la Chiesa, equilibrato dal grande apprezzamento manifestato nei confronti del volontariato, spesso di matrice cattolica: sorgono interrogativi in questa strana divaricazione».

 Quali?

«Emerge una grande capacità adattiva della comunità educante che in tutte le sue componenti, docenti, studenti, genitori e istituzione scuola, attraverso un costante lavori in corso, dimostra la sua essenza strategica, la sua grande volontà di esserci e resistere anche a un evento traumatico come la crisi pandemica, a supportare gli individui in una dinamica di auto-aiuto».

 E come?

«Con la didattica a distanza ad esempio, che è stato un esperimento importante che ci consente oggi più di ieri di apprezzare come in un’Analisi swot, punti di forza e di debolezza. Elementi certamente utili per supportare la comunità educante a imprimere una svolta innovativa e democratica all’istituzione scuola e all’istituzione Università. La didattica a distanza è stata la didattica dell’emergenza, come sostengono anche i nostri interlocutori; e nessuno immagina che possa essere sostitutiva della didattica tradizionale. Ma un’evoluzione verso la scuola digitale, di cui tanto si è discusso in questi anni, appare urgente per riallineare il rapporto con i linguaggi e le sintassi della contemporaneità, per ridefinire la relazione docente-studente, che appare logora ormai da tempo, per ripensare il rapporto con lo spazio didattico, che può e deve essere un mix di ambienti formativi. Rileviamo nei “nostri” giovani una forte richiesta di protezione e cura, di welfare, di accompagnamento».

Eppure da più parti non è accolta bene, i docenti discutono dell’assenza di rapporti ontologici con i discenti: cosa mi dice in merito?

«La crisi ha probabilmente avuto il potere di cambiare le priorità dei cittadini e, ci auguriamo, le agende del dibattito pubblico. Dinanzi a una condizione di smarrimento e disorientamento, di fronte alla “riscoperta” della propria fragilità, ritorna una richiesta di maggiore protezione collettiva. Il ritorno a una visione tragica dell’esistenza ha accelerato il passaggio di un popolo semi adolescente all’età adulta, attraverso il dolore (reale e rappresentato) e le paure (Maria Quarato, psicologa nda). E questo passaggio porta con sé una domanda più stringente di reti di protezione, individuate nella sanità, nel sostegno alle povertà, nella domanda di istruzione e di cura per gli anziani. Si palesa tutto lo smarrimento di chi (i giovani nel nostro caso) ha subito, in questa fase, un’ulteriore espropriazione del proprio futuro; e non è un caso che, nel quadro di una soggettività sociale già debole come quella dei giovani, questo elemento si avverta maggiormente tra le giovani donne e tra i giovani del sud, in particolare quelli che vivono in un ambiente urbano. Le distanze si allargano, insomma. I giovani sono disorientati, ancora più di prima; avvertono con paura il ridimensionamento dello spazio di azione».

 Si sovvertono le relazioni tra gli umani?

«C’è una domanda di cambiamento nelle relazioni umane, nei rapporti con l’ambiente. Si avverte in fondo un processo di colpevolizzazione dell’organizzazione sociale, come se la crisi rappresentasse un campanello di allarme che deve metterci in guardia per le scelte e i comportamenti del prossimo futuro».

Cosa si aspetta da questa, rivoluzionaria visione sul Coronavirus?

«Ci auguriamo che questo lavoro offra spunti di riflessione e strumenti di comprensione della nostra realtà. Ci auguriamo che il desiderio di partecipare dimostrato dai giovani sia coltivato adeguatamente per potere finalmente ribaltare il refrain e dire che l’Italia è un Paese per giovani!».

Dunque didattica a distanza, relazione emotiva con quanto è accaduto, fiducia e aspettativa nelle istituzioni e il futuro, costituiscono i principali temi dell’inchiesta.

«Inchiesta che diventa ebook, impreziosita dall’introduzione del sociologo Aldo Bonomi e dal contributo di altri esperti, completano una lettura dei giorni drammatici del periodo di chiusura degli spazi sociali del nostro paese. Si tratta di un progetto di ricerca, di un primo step attraverso il quale si rivendica l’urgenza di tendere l’orecchio e di focalizzare lo sguardo sull’universo giovani, troppo spesso dimenticato e senza voce».

 Professore, I giovani e la crisi del Covid-19. Prove di ascolto diretto a chi si rivolge, per chi lo ha scritto?

«Ho avuto una profonda percezione dello stato di allarme che si è creato in Italia a causa della crisi pandemica. Lo stato di eccezionalità ha suscitato in me un horror vacui, una paura del vuoto nel quale siamo precipitati. E come tutti ho rivolto a me stesso e a chi mi stava intorno, fisicamente e digitalmente, alcune domande attinenti sia alla sfera individuale che a quella sociale. Tra queste, come genitore, come insegnante, come cittadino, ricorreva la domanda su quali segni avrebbe impresso nella vita delle giovani generazioni. Come e quanto in profondità un evento di tale portata condizionerà l’immaginario dei giovani? Quali sensazioni sta generando? Quale portata di conoscenza produce una siffatta situazione? Se ritorniamo per un attimo al “mio” tempo andato, vengono in mente passaggi storici e sociali che hanno profondamente segnato la formazione delle generazioni. In un susseguirsi di istantanee, relative alla nostra anagrafica, vediamo l’austerity, gli anni di piombo e soprattutto (per il sottoscritto) la Palermo a cavallo tra anni ’80 e anni ’90, culminata nelle stragi di Capaci e di via D’Amelio. Sulla base di quanto dettole, l’ho scritto per tutti ma principalmente per i giovani e pensando ai miei figli come primi interlocutori attivi. Certo ho pensato agli insegnanti, agli studiosi; e ho pensato anche alla politica, come luogo di comprensione e rappresentazione delle fenomenologie sociali: ascoltare, osservare, conoscere, studiare e dunque agire».

Come sarà il futuro dei ragazzi dell’era della pandemia?

«Oggi, come e più di allora, siamo dinanzi a un inedito, al di là degli elementi di giudizio che ciascuno può avere, siamo soggetti partecipi e al contempo oggetto del più grande esperimento sociale della Storia. Il presupposto, o comunque la curiosità, è che tale evento segnerà in profondità il nostro futuro. E l’impressione è che i più giovani, con maggiore intensità, da questa esperienza trarranno immaginario, idee del mondo, nuovi codici interpretativi, nuovi codici comportamentali. Le culture e i comportamenti giovanili sono fisiologicamente connaturati all’innovazione, sociale, tecnologica, di costume. E quindi anche la domanda su quali innovazioni si profilano come effetto più o meno diretto nel prossimo futuro. Prevarrà un atteggiamento curioso e proattivo? O, al contrario, una posa rinunciataria e “delegante”? E sappiamo bene, come del resto sta emergendo, che gli effetti della crisi non sono uguali per tutti. Rischia di essere una leva di approfondimento dei divari, sociali, economici, digitali, culturali, come peraltro emerge anche dalla ricerca».

Salvatore Massimo Fazio

 

Il link all’intervista su SicilyMag: https://bit.ly/2FxKIBi



I giovani e la crisi del Covid 19: “Siamo smarriti, bisogna cambiare rotta. Bene la didattica a distanza, ma solo nell’emergenza”

Un’inchiesta effettuata in tutta Italia proprio nei giorni del lockdown. I risultati in un volume scritto da Mauro Tuzzolino con sociologi, docenti e psicologi

Come hanno reagito i giovani italiani al lockdown? Un fatto così straordinario, che impatto avrà nella testa di ragazzi poco più che adolescenti? Aver perso, da un giorno all’altro, la scuola, gli amici, gli abbracci, la socialità evoca scenari apocalittici ma, a sorpresa, uno studio ci restituisce un pizzico di speranza: “Abbiamo scoperto una generazione molto diversa dallo stereotipo che generalmente le si affibbia”, spiega Mauro Tuzzolino, coordinatore del progetto e autore de I giovani e la crisi del Covid-19. Prove di ascolto diretto, una raccolta ragionata di dati alla quale hanno prestato il proprio contribuito 567 giovani di tutta Italia. L’inchiesta, che contiene interventi di Albino Gusmeroli, Claudio Onnis, Vittorio Lo Verso, Matteo Massa, Maria Pia Pizzolante e Francesca Tuveri, si è svolta dal 18 aprile al 5 maggio, proprio nel pieno dell’“implementazione” del piano pandemico, e dall’analisi è emerso che la comunità nazionale ha resistito, nonostante le difficoltà, a questa complessa fase dell’esistenza: “Dalla ricerca effettuata – continua Tuzzolino – si evince una grande capacità di adattamento della comunità educante che ha dimostrato di reagire a un avvenimento traumatico come la pandemia ricorrendo alla didattica a distanza”. E proprio la famigerata “Dad” è al centro dello studio che nel frattempo è diventato un ebook pubblicato da Arcadia Editore: dall’inchiesta emerge un giudizio abbastanza positivo da parte della maggioranza degli intervistati: il 44% la valuta ottima o buona, il 35% si attesta su un giudizio medio (sufficiente), soltanto il 21% attribuisce un giudizio negativo alla sua personale esperienza. Il dato è leggermente più solido nella fascia di età 24-35 anni nella quale c’è ovviamente una maggiore abitudine allo studio autonomo e alla distanza dal docente. Il nord e il centro esprimono giudizi decisamente più positivi del sud, legati anche al fatto – rileva l’autore – che la connessione a Internet da quelle parti è sicuramente più complicata: “All’universo di coloro che hanno dato un giudizio negativo della didattica a distanza – scrive Tuzzolino – abbiamo chiesto di indicarci le motivazioni: il 39% lo attribuisce all’assenza di relazione umana, il 32% a una scarsa predisposizione dei docenti all’utilizzo di queste nuove modalità, il 19% a problemi di connessione, l’8% a tecnologia inadeguata”. Per il 64% degli studenti, comunque, la didattica a distanza è solo un modo temporaneo per sostituire la didattica tradizionale, cioè soltanto una risposta all’emergenza. C’è un non trascurabile 21% che ribadisce, invece, che si tratta di una modalità utile ed efficace (è una formula intelligente ed efficace per il 10%, fa risparmiare tempo per l’11%). Per il 12% del campione, infine, serve a poco perché non si riesce a seguire. “Il momento di criticità ha spinto i ragazzi a serrare le fila – spiega l’autore – ma lo studio ribadisce la domanda di scuola da parte dei giovani. Paradossalmente grazie alla pandemia i nostri studenti hanno riscoperto il valore della scuola come luogo comunitario. E hanno riconosciuto il ruolo di mediazione, spesso trascurato, del docente”. E dopo questa esperienza, per certi versi traumatica, cosa chiedono i ragazzi al mondo degli adulti? Essenzialmente un cambiamento, specialmente nell’approccio con certi temi come l’inquinamento e alle responsabilità dell’uomo. Si percepisce insomma un processo di colpevolizzazione dell’organizzazione sociale, come se la crisi costituisse un campanello di allarme per le scelte e i comportamenti da adottare in futuro. “La pandemia – scrive nella prefazione del volume il sociologo Francesco Bonomi – ha aperto una finestra di fiducia, che forse per i millennials cresciuti nella crisi post 2008 rappresenta un’esperienza nuova, sul fatto che le grandi questioni del nostro tempo possono essere affrontate in maniera più efficace quando ognuno è chiamato a dare un contributo, a partecipare alla vita della polis”. “A suo modo – continua Bonomi – questa finestra era stata aperta dalla figura di Greta Thunberg, ma l’esperienza del Covid-19 ha contribuito a scavare non poco il solco della consapevolezza. Che va accompagnata, da insegnanti, genitori, dalla fragile comunità educante, perché rappresenta l’antidoto a uno scenario nel quale si addensano le nuvole grigie delle paure della pandemia, della crisi ecologica, della crisi economica. Questa generazione è nata e cresciuta in un paese che attraversa una metamorfosi dolorosa, rispetto alla quale il Covid ha agito come un grande dispositivo di accelerazione del cambiamento”. “Forse siamo riusciti a fotografare un istante – conclude Tuzzolino – ci auguriamo unico e non ripetibile, un istante che probabilmente avrà un peso nelle dinamiche del prossimo presente”.

Lucio Luca

 

Il link all’articolo su la Repubblica: https://bit.ly/3bSX6Yw

 



Giovani e Covid: in una ricerca le loro percezioni

Da poco online la pubblicazione, frutto di una indagine di Marco Tuzzolino tra i giovani, molti dei quali valtellinesi, intevistati tra aprile e maggio

Come si sono confrontati i giovani con il periodo di lockdown e la pandemia di Covid-19? Alcune risposte si trovano nella recente pubblicazione curata dal ricercatore Mauro Tuzzolino per Arkadia Editore. I giovani e la crisi del Covid-19. Prove di ascolto diretto è il titolo scelto per il libro pubblicato digitalmente lo scorso agosto, frutto di una ricerca avviata a metà aprile, a partire da un questionario di indagine rivolto a giovani dai 15 ai 35 anni e compilato in forma anonima online. Alla raccolta dei dati hanno partecipato, dal 18 aprile al 5 maggio, 567 giovani, il 41 per cento dei quali proveninete da Sondrio e provincia. Questo grazie ad una collabroazione con Vittorio Lo Verso, docente all’Itis Mattei, e ai suopi colleghi che ne hanno accolto la sollecitazione, promuovendo l’indagine tra i loro studenti. La risposta è stata massiccia e dall’analisi dei dati è emerso che la comunità nazionale ha resistito, nonostante le difficoltà, ai difficili mesi del lockdown. Inoltre, dalla ricerca si evince una grande capacità di adattamento della comunità educante, che ha dimostrato di reagire a un avvenimento traumatico come la pandemia ricorrendo alla didattica a distanza. La convivenza con il Covid-19 ha palesato il disorientamento dei giovani, che hanno visto un’ulteriore espropriazione del loro futiuro, specialmente le giovani donne e i giovani del sud, in particolare quelli che vivono in un ambiente urbano. Mutano le relazioni umane, i rapporti con l’ambiente. Si percepisce un processo di colpevolizzazione dell’organizzazione sociale, come se la crisi costituisse un campanello di allarme per le scelte e i comportamenti da adottare in futuro. Lo studio fornisce un quadro interessante della percezione che i giovani hanno avuto ed hanno dell’evento epocale che ci ha travolto. Per loro il Covid-19 è pericoloso, anche se è più alta al sud la percezione del pericolo. La pandemia ha determinato disorientamento. A fronte del quale, però, i giovani hanno espresso sostanziale fiducia nelle istituzioni e nel volontariato, molto meno nella Chiesa (solo il 26 per cento degli intervistati). Giudizi positivi sulla “didattica dell’emergenza” e non come “opzione pedagogica” da perseguire. Questi e molti altri spunti sono offerti dalla ricerca, che è aperta da un’introduzione del sociologo valtellinese Aldo Bonomi. «È sempre utile – scrive – mettere l’orecchio a terra per continuare a cercare di capire cosa si agita nel sociale, tanto più in un tempo eccezionale come quello della pandemia. Un tempo che segna l’imaginario collettivo, specie di quello giovanile, inevitabilmente più recettivo e affamato di esperienza». Stando a quello che emerge dall’indagine, Bonomi spiega che, «nel tempo sospeso nel distanziamento fisico, i giovani hanno sperimentato un’ampia gamma di sentimenti, tra i quali estraniamento, lontananza e solitudine, che hanno cercato di elaborare ricorrendo alla mediazione autorevole degli inseganti, a loro volta rempotizzati a casa». Il sociologo si sofferma anche sulle aspettative di cambiamento suggerite dai giovani per il periodo post pandemia, «perché – scrive – la “nuova normalità” docrà, auspicabilmente, tenerne conto. In effetti ci si aspetta, o quanto meno si spera, in un cambiamento in meglio, in una normailità migliore della precedente, pur nell’incerta fiducia che la pandemia abbia reso migliore il genere umano. Diciamo che la pandemia ha aperto una finestra di fiducia, che forse per i millenials cresciuti nella cirsi post 2008 rappresenta un’esperienza nuova, sul fatto che le grandi questioni del nostro tempo possono essere affrontate in maniera più efficace quando ognuno è chiamato a dare un contributo, a partecipare alla vita della polis, in quanto soggetto di un’intelligenza sociale collettiva in fieri». Secondo Bonomi, «questa finestra era stata aperta dalla figura di Greta Thunberg, ma l’esperienza del Covid-19 ha contribuito a scavare non poco il solco della consapevolezza, temperando quel sentimento di fatalismo adattivo che pure alligna nei giovani intervistati. Tale consapevolezza va accompagnata, da insegnanti, genitori, dalla fragile comunità educante, perché rappresenta l’antidoto a uno scenario nel quale si addensano le nuvole grigie delle paure della pandemia, della crisi ecologica, della crisi economica. Questa generazione è nata e cresciuta in un paese ch attraversa una metamorfosi dolorosa, rispetto alla quale il Covid ha agito come un grande dispositivo di accelerazione del cambiamento».

 

Alberto Gianoli



Arkadia Editore

Arkadia Editore è una realtà nuova che si basa però su professionalità consolidate. Un modo come un altro di conservare attraverso il cambiamento i tratti distintivi di un amore e di una passione che ci contraddistingue da sempre.

P.iva: 03226920928




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