#NoFilter. Una pr in fuga

Capitolo 1
Cammino a una velocità tale da rischiare di perdere per strada le espadrillas. Queste scarpe saranno di tendenza ma sono davvero scomode se devi correre perché sei in folle ritardo. Però questa volta ho un buon motivo, perché credo di aver trovato la ricetta perfetta per i miei biscotti: ho centrato esattamente il sapore, e le scritte si leggono alla perfezione. Questa notte, quando li ho sfornati, ero elettrizzata e non sono riuscita ad andare a dormire prima di averli assaggiati. Alla fine, con la scusa di studiarne il gusto, ne ho mangiati sei, e questa mattina non ho sentito la sveglia. Voglio dire… non l’ho sentita per cinque volte, e il cane del mio vicino, che di solito inizia ad abbaiare all’alba, non era in casa.
Entro in agenzia cercando di non fare rumore e sgattaiolo verso il mio ufficio che da un mese condivido con due ventenni che sembrano uscite dalla copertina di “Cosmopolitan”.
«Ciao, Alice, stiamo per fare la pausa caffè, ti unisci a noi?», mi chiede Elena, la stagista numero uno, vedendomi entrare.
«Shhh», sussurro facendole segno di abbassare la voce.
Non vorrà mica che Silvia si accorga del mio ritardo.
«Tranquilla, ha chiamato poco fa per dire che oggi sarà via tutto il giorno», mi informa come se mi avesse letto nel pensiero. Meno male, allora ho anche il tempo di prendere un tè, mica posso mettermi subito a lavorare. Mi fiondo verso l’angolo bar e me ne preparo una tazza.
«Hai letto l’e-mail che ti ho inviato ieri?», domanda Margherita, la stagista numero due, alla quale ho rifilato l’organizzazione di un evento di cui dovrei occuparmi io. «Alice, ci sei?»
La sua voce mi risveglia dallo stato comatoso in cui mi trovo. «Parli con me?»
«Hai detto che per qualunque cosa possiamo fare riferimento a te», si giustifica titubante.
«Hai ragione, scusami, è che ho dormito pochissimo questa notte», rispondo mentre tra uno sbadiglio e l’altro annuso la mia tazza di tè nero fumante.
Elena mi guarda con occhi maliziosi. «Ah, sì? E cosa hai fatto ieri sera? Se si può dire…»
Queste ragazze della “generazione Z” sono davvero sfacciate. Io non facevo domande del genere al mio capoufficio quando ho iniziato a lavorare, anche perché era un omone serio, aveva trent’anni più di me e mi faceva paura, quindi lo interpellavo il meno possibile e solo se strettamente necessario.
«Niente di quello che pensi», mi giustifico con una punta di imbarazzo. «Ho cucinato i biscotti con le frasi, questa volta in francese perché, come sapete, domani parto per… Paris.»
Come un prestigiatore tiro fuori dalla borsa un contenitore per alimenti. «Servitevi, sono per voi.»
«Sono bellissimi!», esclama Elena prendendo in mano un biscotto con la scritta “Oh là là”.
«Mi sono venuti molto bene in effetti», dichiaro orgogliosa. Anche Margherita ne prende uno e lo annusa. «Adoro questo profumo di burro.»
«Anch’io», rispondo quasi commossa.
«Come ti è venuto in mente di timbrare le frasi sui biscotti?», mi chiede dimenticandosi della domanda che mi ha posto prima.
«Un giorno ero sul divano, stavo morendo di noia e mi sono ricordata di questi timbri che avevo comprato in un adorabile negozietto a Saint-Germain-des-Prés. Ho cominciato a cucinare per i miei amici, facevo biscotti con i loro nomi e poi ho pensato di metterci delle frasi.»




