Io, Itaca

Prologo
Le sale dei pronto soccorso sono tutte uguali. La pretesa di sterilizzazione è contaminata dal mondo esterno che arriva, bussa e chiede il conto.
Quella sera il pronto soccorso era ingolfato. C’era la gente e c’ero io.
Silenziosa e minuta, in un corpo che stava facendo il suo corso. Ostinatamente in trasformazione. Osservai a lungo una madre. Camminava su e giù nella sala d’attesa. Stavano operando suo figlio, che doveva essersi fatto molto male. Era vestita in maniera semplice, come lo è ognuno di noi quando sa di non avere impegni particolari, un paio di pantaloni di un verde sbiadito, una camicia di cotone bianco, un paio di sandali beige. Le attribuii una certa sciattezza, come se invece di trovarci entrambe lì a quell’ora, fossimo state convocate per un’occasione formale, un colloquio o una cosa simile.
Ricordai di avere con me una mela. La presi, strofinai energicamente la buccia rossa e iniziai a morderla. Una masticazione metodica. Nei momenti difficili il mio corpo implora cibo. Dicono che l’ansia e il dolore chiudano lo stomaco. Per gli altri, per me non è mai stato così.
La donna continuava a marciare: avanti e indietro, avanti e indietro. Dopo essere entrata aveva deposto un neonato urlante tra le braccia di una donna molto matura, probabilmente sua madre. Aveva i capelli neri e la carnagione scura. Il bambino, dai capelli chiari, tendeva le braccia verso di lei, leccandosi il moccio che gli colava copiosamente dal naso. Lacrime salate che si mischiavano al muco dolce. La richiesta di attenzione del bambino venne calmata dalla nonna che improvvisò un gioco con le mani, le intrecciava alle sue mimando movenze che con la luce giusta avrebbero dato vita e forma alle ombre cinesi. Nella sala non c’era il chiaroscuro, era tutto inondato da una luce bianca, definita e netta. O la vita o la morte.




