Le sanse di San Paolo

Quando ho ceduto alla suggestione di metter mano alla ricostruzione della storia dell’industria delle sanse degli Ardisson di Sassari, lo stato dell’arte degli studi appariva attestato su una base di consolidate conoscenze: tale da non riporre particolari aspettative – in termini di “nuove” verità – in un lavoro che si prospettava essenzialmente di ricomposizione delle tessere già acquisite alla narrativa storica sulla famiglia. E con il rischio di replicare studi di stampo essenzialmente prosopografico incentrati su singoli capitani d’industria, trovando facile approdo nella grande fortuna imprenditoriale raggiunta nei primi decenni del Novecento dal «signor milione» Francesco Ardisson, esponente di punta della Business Community locale.
In realtà, fu un susseguirsi di colpi di scena man mano che lo scavo documentale portava alla luce quella notevole mole di nuovi elementi che sarebbero andati progressivamente a inquadrare l’originario progetto di ricerca intorno alle vicende di un’impresa delle sanse sullo sfondo di un’affascinante (e a suo modo grande) storia di una famiglia imprenditoriale: dalle origini nel primo decennio dell’Ottocento sino alle soglie dell’ultimo decennio del Novecento.
E io, tanto meno, mi aspettavo che la storia che andavo ricostruendo e mi accingevo a raccontare potesse essere in misura così ampiamente sconosciuta agli stessi discendenti dei suoi protagonisti; e dunque di dover riservare loro la ruvida sensazione di vedersi rovistare un passato per certi versi “agitato” ma ampiamente metabolizzato, forte degli aneddoti in parte collazionati nella vulgata di famiglia riassunta nella provvidenziale intervista di Gianni Ardisson raccolta da Sandro Ruju nel 1994, che è riportata a stralci nel volume.
La storia degli Ardisson “sassaresi” non aveva bisogno di ricostruzioni romanzesche, con tanto di suggestioni “forti” che l’avrebbero indirizzata sul crinale di quel particolare genere letterario che è la saga. In questo senso, bastano le fonti storiche documentali e il loro impiego rigoroso per farne emergere le travagliate vicissitudini nell’arco di più generazioni; partendo dall’originario approdo non casuale da Diano Marina a Sassari dei figli di patron Domenico, Agostino e Pasqualino, «in fuga da Napoleone» dopo l’annessione della Liguria all’Impero.
I due fratelli Ardisson erano dotati del solo bagaglio di conoscenze di tecnologie innovative, almeno per la realtà sarda, in materia di conservazione e trattamento dell’olio e dei suoi derivati: vero comun denominatore tra le economie di Diano e di Sassari. Qui iniziava la loro avventura con le prime commesse per la realizzazione delle vasche di conservazione dell’olio in pietra di Lavagna (i trogoli) e la costruzione di lavatoi «alla genovese»; mastri e insieme negozianti, i fratelli Ardisson estesero le loro dipendenze anche a Bosa, Cuglieri e Alghero, i cantoni dell’eccellenza olearia sarda.




