“Io, Itaca” su Avellino Today
“Io, Itaca” non è un porto, è una ferita che impara a fiorire
Angela Vecchione presenta a Mondadori il suo romanzo: la storia di Silvia, tra l’assenza di una madre e la voce di un obiettore israeliano che le insegna ad amare ciò che teme
Alla Mondadori di Avellino Angela Vecchione e Maria Chiara Pizza presentano “Io, Itaca”
C’è un’isola dentro ogni infanzia perduta, un approdo che non si vede ma si sente pulsare sotto la pelle dei giorni: e a quell’isola, che ha il nome antico e dolente di Itaca, hanno dato voce ieri, nella libreria Mondadori, Angela Vecchione e Maria Chiara Pizza, discorrendo del romanzo “Io, Itaca”, edito da Arkadia. Le note di Luigi Grasso si sono levate come un sottofondo di memoria, quasi a scandire il respiro di chi ascoltava.
Il personaggio di Silvia e la perdita: la protagonista sospesa tra Campania e passato
Silvia, la protagonista, è una creatura sospesa: un’anima che non ha ancora imparato a governare la propria sorte, prigioniera di un piccolo paese campano che la trattiene con la tenerezza feroce delle cose familiari. Sua madre non c’è più, portata via da un incidente che ha lasciato dietro di sé un vuoto mai colmato, una ferita che il tempo non ha saputo rimarginare ma solo travestire di silenzio. E il padre, quel padre che ha osato rifarsi una vita accanto a un’altra donna, resta agli occhi della figlia una colpa mai perdonata, un tradimento sottile che si consuma nell’ordinario di ogni giorno condiviso.
Intorno a lei, gli amici di sempre, come ombre fedeli che il tempo non ha disperso, mentre altri, i più coraggiosi o forse i più stanchi, hanno scelto la fuga verso altrove. Silvia no. Silvia resta, aggrappata a un’illusione tenace, quella di poter ancora essere utile a una terra che sembra non chiedere nulla e insieme chiedere tutto.
Una protagonista in bilico: le parole di Maria Chiara Pizza
“Silvia è attraversata dalla sua esistenza, non riesce ad averne il controllo e fa fatica a compiere delle scelte” ha raccontato Pizza, quasi a voler restituire il ritratto di un’anima in bilico, sospesa tra l’infanzia che non abbandona mai del tutto e la maturità che tarda a farsi strada.
Il viaggio: da Londra a Tel Aviv, incontro con Joel e la storia nella Storia
Ma è un viaggio, come sempre accade nelle vite che sembrano immobili, a spezzare l’incantesimo. Silvia parte per Londra, dove l’attende l’amica di sempre, e lì, in quella città estranea e vasta, incontra Joel: un fotoreporter israeliano, voce del movimento Yesh Gvul, che rifiuta con tutto se stesso l’occupazione dei territori palestinesi. Nei suoi scatti si annida l’orrore nudo della guerra, senza pietà per lo sguardo di chi osserva. Ed è uno sguardo, il suo, così lontano da quello smarrito e fanciullesco di Silvia, da sembrare provenire da un altro mondo, da un’altra storia scritta col sangue e con la memoria.
Assenze materne e la figura di Minù: guida nel cammino di Silvia
Della madre assente, di quel vuoto che pure genera e plasma, Pizza ha detto: “Silvia percepisce la sua morte come un abbandono, di cui chiede conto alla madre che non c’è”. Ma la vita, si sa, trova sempre vie traverse per colmare le proprie assenze: ed ecco Minù, l’anziana insegnante di filosofia, cieca agli occhi del mondo ma veggente nell’anima, atea eppure attraversata da una spiritualità profonda, che cresce Silvia come una figlia mai partorita e la guida, passo dopo passo, verso le scelte che daranno forma al suo destino.
La grande Storia nel romanzo secondo Angela Vecchione
Vecchione ha voluto raccontare come la grande Storia, quella con la esse maiuscola che travolge le vite senza chiedere permesso, sia entrata in punta di piedi in un romanzo nato da un piccolo borgo di provincia: “La vita è fatta di viaggi e di incontri che cambiano le nostre vite. Attraverso Joel, la grande storia entra in questo romanzo”.
Dalla realtà alla scrittura: ispirazione tra Irpinia e Israele
Dietro le pagine, un vissuto reale, una carne viva da cui la scrittura ha tratto nutrimento: “Questo libro nasce da un incontro reale con un ragazzo israeliano che mi ha fatto conoscere la sua cultura, i suoi riti, le sue tradizioni” ha confessato l’autrice, raccontando di uno studio paziente, fatto di libri e testimonianze, che le ha rivelato l’esistenza di obiettori pacifisti dentro la stessa società israeliana. Ha voluto precisare che il romanzo affonda le radici negli anni della seconda Intifada, lontano dall’attualità del conflitto che oggi insanguina quella terra: “Mi piaceva raccontare quella parte del popolo israeliano che ha scelto di dire no”.
Joel, Tel Aviv e il passaggio verso la maturità
Joel è disegnato come un essere a due facce, solare in superficie e oscuro nel profondo, segnato da lutti che la giovinezza non è bastata a cancellare. Sarà lui a condurre Silvia dentro la carne viva di Tel Aviv, città che dapprima la atterrisce e poi, lentamente, impara ad amare come si impara ad amare ciò che prima si è temuto.
L’Irpinia come radice e la scelta di restare
E l’Irpinia, quella terra di tigli secolari e memorie tramandate, non è rimasta fuori da questo racconto. Il paese immaginario del romanzo nasce da un borgo irpino caro all’autrice, dove ha scelto persino di sposarsi. Il tiglio secolare che compare tra le pagine esiste davvero, a Rocca, testimone silenzioso di generazioni. Attraverso quel paese, Vecchione racconta la resistenza sottile dei piccoli comuni, difesi da una generazione di giovani che ha scelto di restare, di non lasciarsi inghiottire dall’oblio.
Lei, invece, oggi vive a Torino. “La mia è stata la scelta più codarda” ha ammesso, lasciando che quella parola, codarda, restasse sospesa nell’aria come un’ultima nota dolente.
La recensione su Io, Itaca


