“Quaderni d’inverno” su Mork Mindy Ork
José Luis Cancho e Joséphine Bacon: voci di un altrove.
Esiste un modo per continuare a scrivere senza perdere il senso più profondo di questa espressione umana: ricordarsi che è esistito un tempo in cui la trasmissione orale del pensiero era la principale forma di conservazione degli accadimenti del passato e volgere lo sguardo a un altrove dimenticato, che poco distante da noi celebra l’incuria del vivente nella massiccia dominazione umana. Esiste, dunque, un modo, ma è un modo che restituisce la giusta importanza alle cose umane e stravolge le prospettive dello sguardo imperante. Non è, pertanto, casuale l’insolita scelta di Ork di ripartire non solo dalla forma poetica, ma di farlo con due autori fuori dagli schemi consueti di una confortante normalità: scegliamo gli estremi, noi di Ork, scegliamo chi porta sulla pagina scritta una storia, più storie intrise di una oramai dimenticata semplicità, dove l’umano è una delle parti in dialogo con l’esistente, con ciò che travalica non solo il vivente, ma anche l’ambito rassicurante e controllato di ciò che si conosce e si domina. Scegliamo territori impervi, farraginosi e instabili, dove la precarietà non è solo un ostacolo benedetto alle certezze dell’Io, ma una riserva di Resistenza e speranza, in cui accogliere le malinconie degli uomini e la fedeltà alla tradizione dei nomadi cancellati dalla Storia. Cita Bachelard José Luis Cancho nell’esergo alla sua raccolta poetica (trad. Marino Magliani), “Quaderno d’inverno”, pubblicata da Arkadia per la collana Xaimaca jarama: “L’inverno è la più vecchia di tutte le stagioni. Fa invecchiare i ricordi. Ci riporta a un lungo passato”. Non è una resa, ma lo spirito che attraversa l’intero percorso, una stagione che è molto di più di una fase della ciclicità del tempo, che sia della natura o dell’umano in essa: è uno sguardo lontano dalla sicurezza dei passi dei pellegrini che attraversano la città, ma anche dall’incessante scorrere delle acque dove nulla pare avere mai fine, è uno sguardo che si radica nei pioppi sparpagliati, nelle assenze, di luce, di elementi selvatici. Tutto è in attesa, ma non di finire. Perché tutto riprenda vita, nuova vita, occorre però che passi dall’esperienza del corpo, che il corpo si faccia tramite, di un sogno, di un altrove ancora possibile, che, dimentico della propria storia, vada incontro a ciò che è diverso da Sé o a tutto il rimosso dentro cui si celano le nostre ultime verità.
Il buio è il passaggio, l’indispensabile canale di attraversamento verso l’opposto. Oltre, c’è spazio per i desideri, il primo chiarore del giorno, la sua consistenza di giallo dorato, il mare che dissolve la nebbia o la penombra penetrata dalla luce dove gli opposti coesistono e narrano l’indicibile dei sistemi odierni di questo mondo stravolto dalle logiche di potere e dall’esigenza di uniformità. Non c’è più spazio per radicarsi al proprio tempo: occorre spostare l’attenzione a un tempo universale, dove la scansione degli istanti si vanifica nell’abbandono alla musica, alla pietra, all’acqua, al vento, a ciò che non siamo e non saremo e che, nella vicinanza, traccia però un altro possibile modo di stare al mondo o, più semplicemente, vivifica le nostre strade, le nostre città, le nostre solitudini. Abbiamo esaurito un lungo ciclo e l’unica via che possa restituire di senso ciò che rimane dello stare qui è l’inseguimento dell’ignoto, seppure nella tentazione di un rifugio, un angolo buio in cui placare gli affanni, celebrare il dono del silenzio. Eppure la parola resiste, non solo quella degli altri, di Blaise Cendrars o di Bachelard, di Marx o di Rimbaud, ma anche quella che la pioggia suggerisce o quella con cui concepisce, l’autore, il segnale nell’attenzione riposta a ciò che è in grado di spiegare le coincidenze o le fatalità. L’umano non è solo nel linguaggio o nei caparbi tentativi di spiegare le cose del mondo, ma è nel ricordo di un amore felice, nella bellezza resistente delle donne, nel rimpianto e nella disperazione per ciò che non può tornare, nella stanchezza e nelle passioni incompiute, in ciò che è perduto. In ciò che è stato e non è più, in ciò che è solo nella transitorietà: nella nostra maltrattata fugacità, ciò che dà senso, nell’istante stesso in cui ci consegna alla fine. Naufraghi di un tempo finito, possiamo allora solo sopravvivere, se ai tanghi e all’eccitazione per la vita di là da venire, se al dolore sproporzionato che il carico di vita porta inevitabilmente con sé, è seguita una erranza senza tregua, in cerca di uno sguardo benevolo o di condivisione in un mondo che oramai non sa nulla del vicino? Forse. Ma il desiderio compare, fino a quando occupiamo questo spazio terreno, compare come un tesoro: è una primavera sotto al ghiaccio, è il sogno di accarezzare il vento che udì il gemito delle ultime balene, il pianoforte d’acqua che canta in un sogno, la musica dei prati d’altura, è il silenzio della città, è Nina Simone che lo accompagna svelando la bellezza di un corpo amato, è il ricordo di una trama passata che vivifica il presente, lo rende oggetto diversamente narrabile, lo anima di un’antica speranza. Compare il desiderio e avanza, talvolta nella forma del futuro, il delirio della procreazione e i giovani e i vecchi che si fanno latori di una medesima angoscia, in cui la bianchissima polvere prodotta dalla lucidatura delle lapidi di marmo si mischia alla fuliggine che si stacca dai treni e il tempo si regola alla luce di una legge diversa, sancita da un’universalità dimenticata, dalla morte inaspettata nelle forme, una pioggia di petali bianchi. Si afferma un tempo nuovo in cui persino la violenza di certi ricordi trova il suo posto definitivo in un angolo della memoria in cui la parola è testimonianza per il futuro e c’è sempre un’ostinata cura nel lasciare posto alla sorpresa che verrà, a rammentarci che, fuori dai viaggi fisici, è sempre possibile vanificare le leggi del tempo, in un percorso di dissoluzione e espansione senza limiti, è sempre possibile viaggiare alla deriva, procedere senza identità, essere “solo” un mendicante o un nomade che per patria non ha altro che un accampamento nel deserto. È sempre possibile essere felici guardando soltanto, vedere la luce nel suo transito, vederne il movimento, la caducità, sognare rifugi nel bosco, cortili ombrosi, una casa, la propria, che cresce, si espande, si connette per un attimo al resto del mondo, provando la verità quasi scientifica dell’universalità dove non siamo, ma esistiamo più profondamente della falsità estetica di un mondo in cui abbiamo smesso di riconoscerci. Essere nomadi malinconici e non soccombere. In fondo, è la storia che, da altre latitudini, ci racconta anche Joséphine Bacon in “Innue”, una recente raccolta poetica di Interno Poesia a cura di Francesca Maffioli. La peculiarità dello sguardo non è soltanto nell’oggetto dell’attenzione, rivolta anche qui verso un altrove dimenticato, dove l’umano non è il protagonista assoluto, ma nella lingua usata che è un atto di resistenza al dominio dell’Occidente che ha colonizzato terre e popoli radendo al suolo civiltà e tradizioni. Bacon è ambasciatrice nel mondo di ciò che rimane della cultura Innu. Tradotti in francese, i suoi versi sono stati concepiti in innu-aimun, lingua degli anziani delle famiglie che hanno attraversato e attraversano la tundra canadese, lingua di un popolo nomade che più che parlare di laghi, di fiumi, di montagne, parla la medesima lingua dei laghi, dei fiumi, delle montagne. È, dunque, la sua una letteratura di sopravvivenza e resistenza, lo dice lei stessa. Parte dei nativi americani originari del Nord America, gli Innu hanno regolato l’intera loro esistenza coerentemente al territorio di volta in volta occupato, coscienti di esserne ospiti, mai dominatori, viaggiatori rispettosi delle diversità biologiche e morfologiche del paesaggio a cui adattarsi. Si traccia una lingua instabile e profonda, un percorso di ricerca, una precarietà che, nell’adattamento alle avversità della terra e del quotidiano, rende l’uomo una piccola particella di un complesso universo in cui può lasciare memoria di Sé partendo dall’oralità, da una lingua che non si radica nello scritto se non come atto di Resistenza e che, interagendo con l’esistente, si arricchisce di un immaginario potente e ibridamente sensato, come tutte le contaminazioni che si rispettino. Scrive nel preambolo Bacon: “Il mio popolo è raro, il mio popolo è prezioso come una poesia senza scrittura”. L’atto scritto è solo lo strumento con cui preservare la memoria e la memoria diventa il tramite attraverso cui portare nell’oggi le visioni di un mondo che rischia di scomparire per sempre, dove sapere guardare è la svolta verso l’ignoto accanto, dove innalzare il canto di un’eredità importante, dove gli abeti bianchi parlano a un padre e i bastoni sono un avvertimento per chi calpesta il medesimo suolo, dove la ricchezza è la rarità e il sogno che la preserva, dove il respiro è uguale al suono di un tamburo, dove la cavità di un tamburo è il luogo segreto in cui custodire il battito dei cuori raccolti intorno ad esso, a sentire la terra. La via da percorrere è tracciata: liberare i sogni, riempire le vite incompiute, inseguire la corrente del fiume, accomodare il sogno, stare sull’anima, sull’origine tracciata dal cuore, essere in accordo con ciò che noi non siamo, sapere che lo spirito del caribù veglia sugli animali e sulla foresta e che essergli ostile può essere il principio della fine, che noi siamo limitatamente alla volontà degli spiriti che sovrastano i luoghi che attraversiamo, che la maternità è un principio che regna ben al di là delle fattezze umane, che è conforto e speranza, che è tempo dell’attesa. E ancora far parlare il silenzio, riconoscere di essere ciechi di fronte a un figlio che si uccide o a una figlia che si perde, ma vederli sacri per illuminazione lunare nell’istante dello smarrimento. Tutto passa dal corpo, ma il corpo tradisce un’altra storia: così, ad esempio, il dolore curva la schiena, ma la schiena rimanda a una montagna sacra. I fiumi possono essere nostri, fuori dall’idea del possesso, e i laghi gridare perché si vada in soccorso dei primi. Dunque, una comunicazione altra, dove emozioni e vita, non necessariamente umana o solo umana, insegnano una nuova lingua e un altro sguardo sulle cose del mondo. Se io sono il luogo della mia nascita, se sono gli alberi che mi hanno visto nascere, come posso ritrovarmi laddove quei testimoni sono stati inesorabilmente cancellati dal volere degli uomini? Se la foresta non esiste, chi parlerà di me al mondo? Inconcepibile per noi un’identità che si afferma fuori dal riconoscimento umano, eppure il popolo Innu sa che esiste questa possibilità e che va preservata. La poesia di Bacon è fatta di corpo, di parole del corpo, di midollo e di ossa, di cuore e di sangue, di fiumi, sponde, acque, di nutrimenti e abbandoni, di un sole da raggiungere e di stelle di una mappa da tracciare per tornare e poi ripartire, di spiriti ostili, e di nonne e balene con cui salvarsi dalla deriva, di alberi che sostengono e di bellezza nella penombra, di esseri di altri mondi, di animali feriti, dei loro sogni e del nostro immaginario nutrito dai loro sogni, di assenze e di oniriche presenze. Essere la tundra, sentire la terra, stare altrove, ma sapere di non appartenere al male cittadino: un’anima di mille anni e morire di avere vissuto. Una cognizione del tempo che si interseca con lo spazio diventando un’era geologica o universale in cui la piccolezza del nostro passaggio è insostenibile all’onnipotenza dell’uomo moderno. Eppure la stella guida del caribù è dietro l’angolo, fuori dalle corse cittadine, dalle fughe. Restare vivente non è pretendere la vita a ogni costo, non è l’eternità assicurata, è un canto antico, una ninna nanna che non sappiamo più cantare, è la notte e la vita, il presente e il passato, è un canto possibile di assenze in grado di popolare un immaginario, è un gioco di ritorni, è il turno che scatta e che ci congiunge all’anziano, è la primavera che si mescola all’inverno, senza che l’inverno dica la sua ultima parola, è la fine dei blocchi, è una contaminazione ancora narrabile. Poi, le rughe, un bastone, la pioggia e le lacrime, la lentezza che ci separa dal mondo, i ricordi celebrati dal corpo, il tamburo che suona la vita che invecchia e raggiunge i sogni. Non c’è più spazio per la collera, solo il rimpianto per i sogni non sognati. Credo che non si possa assolutamente dire casuale non solo la scelta dei due autori qui, ma in qualche modo la soluzione espressiva adottata, quella di fare parlare la loro lingua. È un tempo in cui la parola è spesso svuotata dalla drammaticità degli accadimenti che sono sotto gli occhi di tutti e perché possa tornare ad essere sensata ha bisogno di una storia, di un vissuto, di un’esigenza di memoria sufficientemente forti da resistere al naufragio di questi tempi. Il tessuto scarno di queste tavole poetiche, dell’autore spagnolo e della innu Bacon, la volontà di preservare una civiltà che avrebbe tanto da insegnare al dominio dell’Occidente, la memoria di un passato di lotta, vita vissuta all’insegna di un comunismo che avrebbe voluto cambiare le nostre miserie e che non è riuscito a tradursi in un’alternativa ai poteri forti, la nostalgia di un tempo vivo che non si arrende alla uniformità del presente, ma che resiste lungo il sogno, un altro immaginario, la vita che verrà, oltre noi, sono tutte delle valide ragioni per fare un passo indietro e ascoltare le loro voci. Prendetevi il vostro tempo e leggete i loro versi.
La recensione su Mork Mindy Ork




