“Lo scrittore e la bambina” su Les fleurs du mal
Lo scrittore e la bambina, Maria Caterina Prezioso, Arkadia Edizioni. A cura di Barbara Anderson
La preziosità di questa storia, per fare un gioco di parole con il cognome dell’autrice:
il fatto è che leggendo questa storia ho fatto un tuffo anche nella mia.
Quando ero piccola sono cresciuta circondata da adulti. Adulti che parlavano di cose da grandi con la tranquillità di chi pensa che una bambina, in fondo, non possa capire davvero.
E forse un po’ avevano anche ragione: non avevo la maturità per comprendere fino in fondo la politica, le difficoltà della vita, i rapporti tra le persone, le delusioni, i conflitti, le paure… i sentimenti. Certo, non conoscevo ancora il mondo.
Quello che però gli adulti non sapevano è che io ascoltavo tutto.
Potevo avere un libro davanti, stare lì con la testa china sul foglio a colorare o disegnare, sembrare completamente assorta nelle mie cose, invece ascoltavo e dentro di me pensavo. Cosa? Pensavo di capire cosa fosse la politica, perché i grandi litigassero per alcune idee, cosa fossero l’amore, la rabbia, la delusione… cercavo perfino di capire cosa significasse pensare tutte quelle cose che stavo pensando. Beh, ovvio, era un pensiero astratto perché della vita degli adulti io non avevo ancora esperienza, eppure quelle parole entravano da qualche parte e lì restavano. Io credo che gli adulti spesso non si rendano conto di quanto i bambini siano capaci di assorbire, come spugne.
E chissà, sarà proprio per questo che mi sono sentita tanto intima con la bambina di questa storia. Anche io, come lei, avevo una fervidissima fantasia, che poi non è stata solo una caratteristica del mio carattere: più avanti nel tempo ho capito che è stata anche uno strumento di sopravvivenza.
Mi ha permesso di attraversare la sofferenza, la perdita, mi ha aiutata ad affrontare quei mostri titanici che arrivano man mano che cresci: la consapevolezza, la scoperta e la difficile ricerca della propria identità. Il bisogno di capire quale sia il nostro posto nel mondo e anche chi siamo quando smettiamo di essere quello che gli altri hanno deciso che dovremmo essere.
Anche io vedevo cose che gli adulti non vedevano. Parlavo con cose che per loro neppure esistevano. Un amico immaginario, un pensiero che diventava talmente concreto da prendere quasi forma… da diventare una presenza. E per molto tempo mi sono sentita “strana”. Strana perché faticavo a riconoscermi nel posto in cui venivo regolarmente sistemata: quello della bambina buona, obbediente, taciturna e chiusa.
Quella bambina, poi, crescendo, è esplosa, tirando fuori un po’ alla volta, e qualche volta tutto insieme, quello che aveva osservato, ascoltato, pensato, subito, accumulato per anni.
Lo scrittore e la bambina mi ha toccata davvero in un punto personale. L’ho trovata una lettura squisita, e uso volutamente questa parola nel suo significato più pieno: qualcosa che ha delicatezza, finezza, che si assapora e che lascia quel suo sapore addosso.
Maria Caterina Prezioso sceglie lo sguardo di una bambina per avvicinarsi a questioni enormi: politica, fascismo, guerra, memoria, conformismo, amicizia, famiglia, crescita. Nel romanzo queste cose passano proprio attraverso gli occhi che ancora non hanno tutte quelle categorie con cui noi grandi abbiamo imparato a sistemare il mondo. Una grande distanza che però ci porta, paradossalmente, molto più vicino alle cose. La bambina ascolta gli adulti e li prende sul serio, ma non sempre accetta le loro risposte. E ci pensa.
E le sue mille e mille domande, che ancora non conoscono le convenienze e le sovrastrutture del ragionamento adulto, spesso riescono a mettere a nudo le contraddizioni molto meglio delle risposte dei grandi.
E poi troviamo Ennio Flaiano. Ho davvero apprezzato la scelta di non farlo come un’effige letteraria, ma di renderlo una presenza. Zio Flaiano entra nella vita di questa bimba attraverso un’amicizia affettiva, ma soprattutto intellettuale. Lui non le insegna cosa deve pensare, ma le insegna a guardare. Dio, come mi sono sentita compresa in questa storia.
Sì, lui le insegna a osservare le persone, le cose, a mettere in discussione, a rivedere le prospettive, a riconoscere la ridicolaggine del potere e delle nostre piccole, enormi convinzioni. E soprattutto le ha insegnato a raccontare. Vedrete, cari lettori, come tra lui, la bambina e sua madre si crei uno spazio bellissimo… la panchina diventa un luogo fuori dal mondo dove generazioni diverse possono sedersi, incontrarsi, senza che l’età definisca chi ha da insegnare e chi deve solo ascoltare: certo, Flaiano insegna alla bambina, ma la bambina fa lo stesso con lui.
E in questo contesto troverete un altro personaggio inquietante: l’uomo della panchina, che è una presenza disturbante della storia, all’inizio incomprensibile… lui è la rappresentazione della mediocrità, del conformismo, di quella cattiveria ordinaria che fa danni irreversibili: la mediocrità che cerca di spegnere l’immaginazione, il coraggio, la diversità, che tenta di trasformarci in persone incapaci di vedere oltre quello che ci viene messo davanti agli occhi. Ricordate la citazione del film Matrix, “il cucchiaio non esiste”? Non piegare il cucchiaio, ma piega te stesso… la bambina lotta e combatte con quello che ha: una spada di plastica, i coriandoli e la sua meravigliosa immaginazione.
Cosa dovrà fare quell’uomo misterioso per comprendere la bambina e contrastarla? Dovrà conoscerla bene, e come si conosce bene una persona? Mettendosi nei suoi panni, relazionandosi, pensando, guardando con attenzione. La bambina dice una frase che io dico da sempre: guardo la luna e la luna guarda me. Come si elimina la mediocrità? Non si può eliminare, la si può incrinare nella sua capacità di immaginare, di sentire.
La penna di questa autrice ha una leggerezza capace di affrontare temi pesanti come macigni, senza però schiacciare il suo lettore. È ironica, tenera e con un’enorme fiducia nel suo lettore.
La voce infantile, ingenua e innocente riesce a smascherare le assurdità di questo mondo. La bambina osserva, ascolta, domanda, immagina e poi inizia anche a raccontare. Quanto mi sono riconosciuta nella bambina apparentemente distratta che invece ascolta tutto. Nella bambina un po’ strana, quella che vede quello che gli altri non vedono. Quella che ha bisogno dell’immaginazione non per sfuggire alla realtà, ma per attraversarla. E sopra ogni cosa mi sono riconosciuta in quella bambina che sembrava distratta mentre gli adulti parlavano, e invece stava costruendo dentro di sé un mondo intero.
Eh già, gli adulti: è questo che non riescono sempre a vedere. Mentre pensano che un bambino sia altrove, dentro di lui nascono pensieri e domande, immagini, dubbi, paure, un universo che ancora non ha le parole giuste per raccontarsi, ma che invece esiste già. E sapete una cosa? Questo romanzo mi ha fatto ritrovare la convinzione che la fantasia non sia il contrario della realtà, ma un modo che troviamo per sopravviverle. Come si può mutare la realtà? Oh, beh, basta conservare abbastanza immaginazione da alzare ancora gli occhi e guardare la luna.
Avevo undici anni e poco più: mio padre mi regalò una macchina da scrivere rosa, e io iniziai a scrivere storie… storie come se fossi io stessa un’adulta.
Alessandra Micheli
La recensione su Les fleurs du mal




